Reportages - Sri Lanka

 

 





Quando il buddismo diventa estremista

Sri Lanka, la lunga strada della pace

Un’isola considerata per anni un angolo di paradiso. Funestata da una lunghissima guerra civile. Oggi, a nove anni dalla “pace dei cimiteri”, mentre tornano i turisti, scoppiano nuove violenze a sfondo religioso, contro musulmani e cristiani. Viaggio nelle terre tamil, ovvero  nel nord martoriato dal conflitto



Fa caldo alla stazione di Elephant Pass, vuota e spropositata per un treno che passa solo due volte al giorno sull’unico binario. Circondata da una parte dal tragico intreccio di mani del War Memorial Monument, e dall’altra dal mausoleo dedicato al caporale Gamini Kularatne, eroe caduto nella prima battaglia della guerra civile combattuta qui, nel 1991. Una striscia di terra che taglia una grande laguna dove solo da pochi anni si è ripreso a estrarre sale, e in cui corrono parallele la ferrovia e la nuova strada per la capitale.

Tutto perfetto per celebrare la gloria di Rajapaksa, il pacificatore, l’ex presidente, l’uomo che, in pieno stile nord coreano, prima di perdere le elezioni del 2015, aveva progettato di intitolarsi un nuovo aeroporto, uno stadio, alcuni teatri e il porto di Colombo, la capitale. La sua immagine compariva ovunque: strade, autobus, banconote. Nelle scuole i bambini cantavano le gesta del padre della patria e la sua origine divina (si era inventato una discendenza con re Dutugamunu e attraverso lui fino a Buddha).

Nel gennaio di nove anni fa fu dichiarata vinta la terza battaglia di Elephant Pass. Ad agosto 2009 la guerra che aveva insanguinato lo Sri Lanka per quasi trent’anni era finita, con l’ultima offensiva per la liberazione della penisola di Jaffna.
Da allora più niente ricorda le Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE).
Come i Romani a Cartagine, ogni traccia è stata cancellata.
L’ultimo leader ,Velupillai Prabhakaranucciso insieme a tutta la sua famiglia nel maggio 2009, la sua casa a Valvettiturai abbattuta nel 2010.
Le “case del riposo dei martiri”, i cimiteri che i familiari dei caduti avevano realizzato contrariamente al credo induista che prevede la cremazione, sono stati sistematicamente rasi al suolo già dal 1995. E’ rimasta una traccia solo virtuale. Un sito internet e dei video che propongono lapidi come in un cartone animato.

La guerra civile delloSri Lanka iniziò nel 1983 con i primi scontri fra l’esercito regolare e leTigri Tamil,un gruppo separatista, organizzato militarmente per la creazione di uno Stato indipendente nel nord e nell'est dell'isola. Si stima siano morte circa 100.000 persone, ma oltre 700.000 le vittime totali.
Si è combattuto con ferocia e spietatezza da entrambe le parti, nessuno si è fatto mancare  quanto di peggio un conflitto possa prevedere. Dai soldati bambini, agli stupri, agli attacchi suicidi contro politici e gente comune, alle fucilazioni di massa di prigionieri, da una parte all’altra incuranti della popolazione civile e spesso inerme che infatti ha pagato un prezzo altissimo.

A Point Pedro torniamo indietro di anni, agli scontri casa per casa ancora evidenti sui muri spesso bruciati, e alle barche dei villaggi costieri di pescatori, portate lontano fino a un chilometro dalla costa dallo tsunami del 2004. Nella piazza centrale, che fa da confusionaria stazione degli autobus, anche una bibita fresca è una rarità. Ma alla fine si trova. Non tutti i frigoriferi sono spenti e qualcuno te lo dice con orgoglio.
Soprattutto nei giovani appare evidente la voglia di superare un passato recente che ha pesato davvero troppo sulla vita di molti.

I militari presidiano ogni punto strategico.
Ponti, viadotti, imbarchi per le isole e anche le spiagge migliori fino a Trincomalee, anche se quasi deserte, sono sotto stretta sorveglianza armata. Molti comandi operativi sono dislocati intorno alle città, basi navali controllano i  porti principali.
Ma forse è inevitabile dopo anni di combattimenti, una vera guerra con assedi, avanzate e ritirate, schieramenti di truppe sul campo nei pochi chilometri di questo triangolo di terra, oltre alla serie di attentati terroristici che hanno colpito anche più a sud.

Una presenza alla fine discreta per i viaggiatori occidentali, molto meno nel quotidiano della popolazione locale. Militari e civili tutti estremamente gentili ed ospitali, quasi curiosi nei confronti dei turisti, al nord ancora poco numerosi.
Per fortuna si incontrano spesso cantieri di nuove opere pubbliche, ospedali appena inaugurati, scuole affollate di bambini; è apprezzabile lo sforzo per tornare alla normalità, investendo per ridurre il divario con il resto del paese.

L’elezione alla carica di Presidente di Maithripala Sirisena nel 2015 aveva diffuso la speranza, ma solo forse a livello internazionale, che si fosse definitivamente chiusocon Rajapaksa, che – dopo una opportuna modifica alla Costituzione – mirava apertamente a un terzo mandato presidenziale consecutivo. Ma la sconfitta dello spietato vincitore della guerra civile non ha tolto di scena il leader nazionalista. Intanto Rajapaksa ha ottenuto una più che opportuna tutela istituzionale in quanto “padre della patria”, una vera e propria impunità di stato.
Alla sua famiglia è andata peggio: dalla moglie ai fratelli ai nipoti, sono stati tutti coinvolti in svariate inchieste per reati che vanno dalla corruzione all’esportazione illegale di capitali all’estero.
Il figlio lo hanno preso a Hong Kong con due Ferrari, una Lamborghini e una Porsche: se le era portate via prima delle elezioni.
Il fratello, ministro delle forze armate già all’inizio dello spoglio, capendo come sarebbero andate le cose tentò di coinvolgere l’esercito, per fortuna senza successo, in un colpo di stato.

Rajapaksa ha fatto del culto della sua persona la base per mantenere ancora molti consensi, ma sono gli stretti legami con gruppi finanziari asiatici a rappresentare la migliore garanzia per un rientro sulla scena pubblica a breve.
I debiti contratti sono palesi e svettano sul lungomare  di Colombo, svenduto anche nello specchio acqueo a fondi di investimento cinesi, di Hong Kong o indiani.
Da “Galle face green” scendendo verso sud, ogni spazio pare destinato a una speculazione di almeno quaranta piani, il mega progetto di Colombo Financial City sta cancellando, in stile tipicamente neo colonialista maoista, interi quartieri della capitale srilankese.
Gli indiani invece probabilmente hanno presentato il conto di guerra.
Un migliaio di soldati della forza di interposizione caduti e il candidato (ed ex) presidente Rajiv Gandhi assassinato dai Tamil, rappresentano argomenti più che validi per garantire gli interessi della catena “ITC Hotels”, che insieme a “Shangri-La” e“Welcomehotels”, costruiscono le proprie cattedrali sulla non-spiaggia di Colombo, protetti da polizia e esercito come fossero basi missilistiche.
Le elezioni amministrative hanno dimostrato che Sirisena potrebbe essere solo una illusoria parentesi prima del clamoroso ritorno di Rajapaksa, l’uomo forte che, per quanto sconfitto, non se n’è mai andato.
Va detto che quella di Sirisena è stata da subito una maggioranza debole, votata solo dal 51.2% dei cittadini, ma soprattutto molto eterogenea, quindi troppo esposta a inevitabili compromessi politici e religiosi.
Probabilmente le buone intenzioni non bastano per guidare un paese piccolo ma controverso come lo Sri Lanka Gli impegni per l’adozione di politiche concretamente democratiche e rispettose dei diritti dei cittadini, sono rimasti spesso incompiuti, a partire dalla mancata abrogazione del PTA, la legge sulla prevenzione del terrorismo, in nome della quale si autorizzano arresti arbitrari e detenzioni senza processo, torture e sparizioni forzate.

La cancellazione dei cimiteri, iniziata con Rajapaksa prosegue anche sotto il nuovo governo. Alcuni sacerdoti cattolici sono stati arrestati, soprattutto quelli che sostengono le famiglie che chiedono di poter posizionare lapidi a ricordo dei caduti tamil.

Per il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury i punti da affrontare sono due: “il primo è il rispetto dei diritti umani nel presente, soprattutto in tema di violenza sulle donne, libertà di espressione, tortura e persecuzioni politiche. Il secondo è l’esigenza di fare giustizia e dire la verità sul passato. Altrimenti il futuro del paese è compromesso”.

Particolarmente difficile si presenta la situazione per quanto riguarda la tutela delle minoranze religiose.
Gruppi di estremisti buddisti hanno preso di mira le comunità tamil e musulmana nel nord-est del Paese – rispettivamente il 13 e il 10% della popolazione dello Sri Lanka, contro il 75% di fede buddista ed etnia cingalese - accusandole di proselitismo religioso e di essere entità parassitarie in uno Sri Lanka "casa dei cingalesi e del buddismo". Gli estremisti fanno parte della scuola detta “theravada”, una corrente conservatrice particolarmente ostile verso i musulmani, presente anche in Myanmar, dove la pulizia etnica nei confronti dei Rohingya ha causato la fuga di centinaia di migliaia di persone verso il Bangladesh.  Su istigazione di monaci ultranazionalisti come  Ampitiye Sumana,  gruppi di buddisti hanno attaccato le minoranze locali, senza che le autorità dello Stato intervenissero per garantire la sicurezza delle persone e di case o negozi, saccheggiati e dati alle fiamme.

Per quanto il presidente si sia affrettato a dichiarare lo stato di emergenza, mandando l’esercito ma anche chiudendo l’ accesso a social network (Amith Weerasinghe uno dei leader estremisti theravada, ha una pagina Facebook con più di 150mila “followers”) la situazione resta tesissima e lo spettro di una nuova guerra civile su base soprattutto religiosa appare molto concreto. E se i conflitti aumentano, aumenta anche la tentazione di tornare all’uomo forte, ai metodi brutali, senza spezzare mai il ciclo della violenza. I segnali si sono già visti, appunto, nelle elezioni amministrative.

Però c’è anche, nella società srilankese, una forza pacifica che continua a lavorare, non per rimuovere le ferite di una guerra feroce, ma per sanarle. E questo si nota maggiormente proprio nel nord ignorato dai turisti, la zona martoriata dalla guerra.

Intanto si ricostruiscono i templi, soprattutto indù (la maggioranza tamil è induista), ma anche quegli stupa buddhisti che non furono risparmiati, e i pellegrinaggi sono di sicuro un’ottima occasione per confrontarsi con le contraddizioni, ma anche le speranze, di un paese in via di sviluppo.

Il forte di Jaffna è un luogo simbolico nella sua decadenza, prima prigione, poi presidio militare, assediato varie volte, spesso bombardato. Il restauro va a rilento e i bastioni desolati sono terra di cani randagi affamati e non molto in salute.
Da qui, cambiando due autobus sempre più affollati e mai guidati con vera prudenza, si arriva fino a Kurikadduwan, all’imbarco per Nainativu, l’isola della doppia religione (buddista e induista).

Secondo la tradizione Buddha ci arrivò per impedire una guerra e anche i seguaci di Shiva hanno il loro luogo di culto, dove le donne vengono a chiedere il dono della maternità: la pace e una nuova vita a simboleggiare un abbraccio che rimane ancora una chimera.
Soprattutto finché un plotone armato presidierà ogni sbarco, difficilmente chi viaggia su questi barconi, stracarichi durante il “full moon poya” (la festa buddista della luna piena), sentirà vicina la soluzione per un futuro migliore e una indispensabile riconciliazione sociale.

L’auspicio alla fine è che la pacificazione avvenga quasi senza rendersene conto, in nome di quella serendipità che affonda le radici proprio nell’antico nome dell’isola. La “serendipity”, parola inglese che indica la capacità innata di trovare qualcosa (di importante) senza cercarlo, nasce da “Serendip”, che era l’antico nome arabo di Ceylon; nella fiaba persiana “I tre principi di Serendip” i protagonisti hanno il dono di trovare cose di valore che in realtà non cercavano. E’ un dono che appartiene ai puri di cuore, alle persone che non hanno ossessioni di ricchezza o di potere. Un po’ come gli straordinari protagonisti del film “Machan” di Uberto Pasolini, ispirato all’incredibile storia della finta nazionale srilankese di pallamano, che utilizzò la partecipazione ad un torneo in Germania per realizzare il sogno di arrivare in Europa.
Ci vuole un po’ di magia, per restituire agli abitanti dello Sri Lanka la pace che meritano. Ma la magia, cioè la grande mitezza della gente nonostante il dolore, si tocca quasi con mano, e alimenta la speranza,in questa goccia di terra nell’Oceano Indiano.

 

Michele Castelvecchi