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La noia naja


“E' sacro dovere dei cittadini difendere la patria”, recita l'articolo 52 della nostra costituzione pacifista (citazione a memoria). Tradotto nella vita pratica dei maschi italiani, significava un anno di servizio di leva, un anno da dare allo Stato, per espletare un dovere che era tutto meno che sacro. Diciamo una rottura di scatole inevitabile, una fatalità come le malattie infantili. Questo per la stragrande maggioranza dei cittadini nati fino al 31 dicembre 1985 ( le date sono importanti, su queste cose lo Stato è pignolo ed efficientissimo, chiedete a chi ha ritardato un rinvio del servizio di leva anche di pochi giorni). Per una piccola minoranza, poteva perfino essere un sacro dovere, ma è lecito avere dubbi sul loro equilibrio mentale: qualche esaltato di destra che finiva nei corpi speciali, qualche figlio di militare in buona fede, qualche altra eccezione alla regola.
Più passavano gli anni, più le “classi di ferro” si facevano di burro: imboscati, riformati per grazia ricevuta, “sconvolti” presto trasferiti agli ospedali militari, obiettori di coscienza, perfino volontari nella cooperazione internazionale (chi scrive).
La caserma non la poteva vedere quasi nessuno. E non è poi tanto giusto separare “buoni” e “cattivi”, quelli che lo facevano per principi alti e nobili e quelli che semplicemente non avevano voglia. Tutti, in modo diretto o indiretto, ponevano una semplice, grandiosa domanda: a che servono i militari? In questa rubrica cercheremo di sostenere la tesi per cui non servono praticamente a niente, e quindi non giustificano quasi per niente le spese enormi che restano enormi sia con le vacche grasse che con le vacche magre, sia con i governi di destra che con quelli di sinistra, tanto nella Prima che nella Seconda Repubblica. La nostra costituzione, scrivevamo in apertura, è nata pacifista. Il fascismo è stato (o avrebbe dovuto essere) il vaccino finale contro ogni nazionalismo (la repubblica italiana nasce con chiara vocazione europea e internazionalista), ogni militarismo, ogni forma di esecutivo troppo forte (è il Parlamento il vero protagonista, nel dettato costituzionale). Gli stati più aggressivi degli anni Trenta (Italia, Germania e Giappone) sono diventati i più tranquilli, grazie alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, e purtroppo c'è ancora qualche stupido che se ne duole, anziché rallegrarsene.
Però l'Italia restava un paese di confine, minacciato costantemente dal mondo comunista, Jugoslavia in primis. Ecco perché il Friuli era diventato la nostra “Fortezza Bastiani” (vedi “Il deserto dei Tartari”), in attesa costante di un'invasione che non sarebbe mai arrivata.
Insomma, la Guerra Fredda sembrava giustificare in qualche modo la necessità di avere Forze Armate consistenti, appoggiate dall'alleato americano. Ma a partire dagli anni Ottanta, la Guerra Fredda diventa più che altro un prodotto cinematografico, e non a caso viene sbandierata soprattutto da un ex attore, il presidente americano Ronald Reagan.
Mentre Hollywood ci propina l'epopea di Sylvester Stallone, in versione Rambo o in quella di Rocky che batte Ivan Drago, campione dell'”Impero del Male” (definizione reaganiana dell'Unione Sovietica), l'Italia vive l'ultima grande polemica fra i due blocchi Est-Ovest, in merito all'installazione dei missili a Comiso. Al cinema danno “The day after”, film sull'incubo atomico, e Reagan delira di “scudo stellare”. Tutta roba finita in archivio da anni, ma all'epoca faceva tendenza, come i paninari e i Duran Duran. La società civile italiana si era stancata da un pezzo di divise, stellette e mitra, anche perché la credibilità delle Forze Armate era ridotta ai minimi termini. Non fossero bastate le tentazioni golpiste (dal generale De Lorenzo a Junio Valerio Borghese) e le protezioni ai bombaroli fascisti e ai criminali nazisti (vedi la clamorosa fuga di Kappler dall'ospedale militare del Celio), non fossero bastate tutte le schifezze dei servizi segreti “deviati” negli anni Settanta, arrivò la strage di Ustica (l'aereo civile quasi sicuramente abbattuto da caccia francesi e americani) a dimostrare quanto fosse basso il livello etico delle nostre gerarchie militari e quanto fosse alto invece il grado di impunità. Giocare alla guerra virtuale, quasi sempre in modo più vicino al “Colonnello Buttiglione” che non a John Wayne (tanto per stare nel cinematografico) davvero non valeva un anno di vita nel pieno della gioventù.
Eppure si dovette aspettare il 1989 perché il servizio civile venisse equiparato a quello militare, e Cossiga, povero militarista da quattro soldi, riuscì a finire il suo squallido settennato senza firmare la legge che faceva dell'obiezione di coscienza un diritto soggettivo (cioè non sottoposto alle valutazioni discrezionali del Ministero della Difesa).
Poi arrivò il primo governo di centrosinistra, e successero due cose opposte: da un lato si abolì il servizio di leva, per la gioia di tutti i giovani e la preoccupazione di chi non avrebbe più avuto a disposizione tutti gli obiettori di coscienza, che comunque facevano comodo, checché se ne dica. Dall'altro c'è stato un rigurgito di militarismo strisciante, all'insegna di slogan accattivanti come “l'Italia deve assumersi le proprie responsabilità” , o “dobbiamo rispettare i nostri impegni internazionali”, in linea con il Paese “serio” che voleva Massimo D'Alema. Fare la guerra è da paesi seri, anzi “con le palle”, direbbe la coscritta Oriana Fallaci, che ha cavalcato l'ondata di destra che piano piano è tornata a parlare di “onore”, di “non ci arrenderemo”, “non tradiremo i nostri alleati”, e tutta la retorica sui “nostri ragazzi”, e su poveracci o disgraziati che appena muoiono diventano subito “eroi”, compresi i vigilantes privatissimi rapiti in Irak. Però ufficialmente dobbiamo rimanere il paese delle “missioni umanitarie” e dei “costruttori di pace”. Nella strana schizofrenia nazional-cattolica di questi anni bugiardi di destra/sinistra e pace/guerra, si è infilata zitta zitta addirittura una portaerei, la “Cavour”, recentemente varata da Ciampi nel tripudio della folla presente. “Il manifesto” ha scritto che è costata quattro volte la cifra che l'Italia dedica ogni anno alla cooperazione internazionale. Nessuno ha smentito. Il progetto della portaerei venne approvato nel 1997, dal governo Prodi-Veltroni, cioè dai “buoni”, quelli che poi fanno le campagne per l'Africa, per l'abbattimento del debito che viene regolarmente annunciato da almeno cinque anni (ormai dovrebbe essere diventato un credito, a forza di abbattimenti). Una portaerei tutta italiana. Magari c'è pure qualcuno che si sente più sicuro. Non si sa mai, la Tunisia o la Bielorussia potrebbero decidere in ogni momento di attaccarci. Cerchiamo di diventare “seri” come vuole D'Alema (il grande stratega della missione “Arcobaleno”, gioia delle mafie albanesi): smettiamola di spendere miliardi per Forze Armate che, a parte qualche missione ONU, non servono assolutamente a niente.
E magari torniamo a parlare del servizio civile obbligatorio per tutti, ragazzi e ragazze. Come era scritto nel programma dell'Ulivo dieci anni fa, prima che entrassimo in “Matrix”.
Cesare Sangalli