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Quando il gioco si fa duro


Ci hanno fregato alla grande. Hanno vinto i furbi, hanno perso i buoni. Semplificazione che suona forse manichea, ma semplificare è un dovere, “in questo mondo di ladri”(citazione anni Ottanta, visto che si è enfatizzato il “ricambio generazionale” rappresentato dal governo Letta – ci ritorneremo più avanti - dopo aver rischiato il governo di un quasi ottantenne, Amato, nominato da un quasi novantenne, Napolitano).
Se Barbara Spinelli, di sicuro non un'estremista, parla di una dirigenza PD “sotto ricatto”, la puzza di bruciato si leva fortissima in questo falso clima di “pacificazione nazionale”. Anche il termine “inciucio” alla fine è riduttivo: questo è il Potere che ancora una volta è riuscito a salvare se stesso.
Che fosse tutto previsto, nelle singole mosse e nei singoli passaggi, cioè la bocciatura annunciata di Marini, quella a sorpresa di Prodi, e infine il grottesco ricorso a Napolitano, è improbabile, e comunque indimostrabile. Ma che siamo arrivati esattamente dove voleva l'establishment, a partire dal Quirinale, dalle banche, dal Vaticano, da Confindustria, è invece evidente.
“Questo governo non è il canto del cigno del vecchio regime”, ha dichiarato Letta mettendo le mani avanti: un'autentica “excusatio non petita, accusatio manifesta ” . Per noi è solo un'operazione di facciata per varare una riedizione del governo Monti senza Monti, un governo tecnico senza tecnici (guarda caso all'economia c'è un dirigente della Banca d'Italia, tanto per far capire chi decide). Di più: è un governo Berlusconi senza Berlusconi, che ha mandato il suo pupazzo Alfano a dirigere la polizia e i carabinieri che dovrebbero occuparsi di lui e dei legami mafiosi suoi, del PDL e dello Stato.
Bersani si è immolato sull'altare di questa Realpolitik d'accatto, che vorrebbe elevare al rango di costituenti gli stessi che hanno votato la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak.
Meglio cent'anni da pecora che un giorno da leone, vero Bersani? In questa rubrica volevamo credere che per una volta, una volta nella vita, il segretario del PD volesse stare dalla parte dei cittadini, degli elettori, e non dalla parte del Palazzo.
Diciamo che i fatti hanno scelto per lui, era troppo piccolo per passare alla Storia. E i vecchi del partito, a partire da D'Alema, sapranno ricompensarlo al momento opportuno. Ovviamente in un ruolo secondario, al quale si è definitivamente condannato.
E il PD? Il PD ricorda l'establishment dell' Italia dell'otto settembre. Hanno optato per una linea alla Badoglio.
Come a dire: non saremo noi a portare fuori l'Italia dal guado in cui l'hanno cacciata vent'anni di berlusconismo, che già aveva riciclato il peggio della Prima Repubblica. Al momento della verità, gli italiani si sono ritrovati, ancora una volta, da soli. O quasi. Perché questo Parlamento ha fatto la porcata, e questo Parlamento potrebbe avere presto l'occasione di riscattarsi.
Perché la maggioranza delle persone sarà forse confusa, sarà ancora un po' qualunquista, ma sicuramente non è (non è più) berlusconiana. E perché nel PD la partita è ancora tutta da giocare. Diffidate di quelli che dicono “il Pd è morto”, “il PD non è mai esistito”, oppure “la scissione è ormai inevitabile”: la loro enfasi, le loro frasi alla Sergio Leone, vorrebbero dare una definitività ad una situazione in cui di deciso e di definitivo non c'è niente.
Anche il discettare dell'anima cattolica e di quella socialdemocratica, dei “post-DC” e dei “post-comunisti” che non si amalgamano fa parte della fuffa più fuffa che c'è. Le solite stanche, ipocrite formule giornalistiche per giustificare l'ingiustificabile. Fra il democristiano Fioroni e il comunista D'Alema non c'è nessuna vera differenza, né di contenuti, né di metodo. Idem fra Veltroni e Franceschini, fra Marini e Napolitano, fra Finocchiaro e Bindi. Ma il quadro si può allargare, il gioco può continuare a lungo, arrivando anche a Bersani e Prodi, cioè al “meno peggio” del vecchio, dei tempi dell'Ulivo. L'assurdità era che non si fossero uniti prima, non il contrario. E questo vale anche per gli ultimi arrivati: che differenza c'è fra Letta e Boccia, fra Renzi e Andrea Orlando (sempre prendendo un ex comunista e un ex democristiano)? C'è un solo tema che li vede divisi? C'è un solo argomento dove davvero stanno su posizioni opposte? Sfido chiunque a trovarlo. La diversa provenienza politica si vede solo, eventualmente, quando si devono fare i giochi di potere fra l'una e l'altra corrente, come ai tempi della Prima Repubblica.
No, l'unica vera spaccatura è fra chi vuole cambiare il Paese e chi non riesce nemmeno a formulare un giudizio definitivo sull'orrido ventennio berlusconiano. I primi, i buoni, sono apparsi una minoranza abbastanza imbelle (a parte Pippo Civati, il migliore del PD, Laura Puppato e pochi altri, fra i nomi conosciuti) rispetto ai furbi. Eppure i parlamentari del PD sono giovani, si diceva, sono donne, molti sono alla prima esperienza. Evidentemente non riescono ancora a ribellarsi ai “padri”.
E a proposito del “nuovo”, a proposito dei “giovani”. Dice Jovanotti: “è la prima volta che c'è uno della mia età presidente del Consiglio”. Giusta osservazione: i nati negli anni Sessanta, la nostra generazione, fin qui “non ha nemmeno toccato il pallone” (copyright: Luca e Paolo).
Generalizzare non si può, ma se uno si iscriveva ad un partito negli anni Ottanta, c'era da diffidare veramente di lui. Le grandi battaglie erano già state vinte (vedi “Campioni del Mondo” in archivio), e questo era il motivo prevalente del riflusso, anche se pochi ne sembrano consapevoli ancora oggi. L'altro motivo era il rifiuto della violenza. Il terzo motivo è che sui nuovi temi (Europa, ambiente, immigrazione, e soprattutto TV) non c'era uno straccio di progetto, uno straccio di idea. I partiti erano avviluppati nell'esistente, nella gestione dello status quo, inevitabilmente condannati alla decadenza. Gli intellettuali, muti. Nessuno slancio, nessuna passione. Controprova: citate una sola grande acquisizione politica italiana posteriore al 1982, anno che abbiamo scelto come apoteosi della Prima Repubblica, prima dell'avvento dell'Italia di Berlusconi.
Provate a ricordare un referendum, una legge che ha determinato un miglioramento, un'elezione che segnasse una svolta. Niente. Il nulla. Bene, quel nulla è stata la nostra gioventù.
Calamandrei diceva: “poco ci chiedono i nostri morti”, riferito all'eredità morale dei caduti per la Resistenza.
A noi è come se non fosse stato chiesto niente. I partiti, che pure non sapevamo così propensi alla corruzione, ci davano già fastidio ben prima di Tangentopoli: strutture chiuse, dove si procedeva per cooptazione, ambienti che ti chiedevano una forte dose di complicità già all'ingresso. I Letta e pochi altri coetanei hanno iniziato a fare politica in quel contesto squallido, e ci sono stati bene. Erano vecchi dentro Poi è arrivato Berlusconi. Il berlusconismo è l'unica vera discriminante politica dell'Italia post-moderna, proprio come il fascismo lo fu per l'Italia monarchica.
Certo, i Badoglio, i Savoia, i cattolici papalini, i qualunquisti, gli ignavi ci sono sempre stati. Sempre più vicini al fascismo che al loro contrario, comunque. Lo schema si ripropone oggi, in modo molto meno drammatico: berlusconiani, antiberlusconiani, più i soliti ignavi. Gli antiberlusconiani hanno ragione, gli altri torto. Marcio.
Nessuna pacificazione è possibile, non si può uscire gratis da questo ventennio (o trentennio, se consideriamo il dominio culturale nato con il monopolio privato della TV). Letta fa finta di non saperlo, proprio come Napolitano e (quasi) tutta la nomenklatura del PD (Renzi compreso). Hanno solo guadagnato un po' di tempo. Poi il problema si ripresenterà, papale papale.
La cosa peggiore è rassegnarsi all'esistente. Non c'è assolutamente niente di irreversibile in quello che è successo in questo sciagurato periodo post elettorale. Lasciare di fatto a Berlusconi la possibilità di andare al voto quando vuole è la cosa più idiota e ignobile che ci sia. Bisogna lavorare da subito (e Vendola ha già iniziato) all'alternativa parlamentare insieme al Movimento 5 Stelle.
Siccome, presumibilmente, il governo Letta non farà assolutamente niente di significativo, con un nuovo segretario PD (che non sia Renzi, per carità) e soprattutto una nuova linea si può riavvolgere il nastro, far cadere il governo dell'inciucio, ben prima dei 18 mesi richiesti, tornare all'idea del governo di cambiamento.
In culo a Napolitano, sia detto col dovuto rispetto istituzionale.
Re Giorgio a quel punto, constatato il suo fallimento, storicamente necessario, potrebbe tranquillamente dimettersi e magari andare a testimoniare al processo sulla trattativa fra Stato e mafia che si apre nelle prossime settimane. Berlusconi e i suoi tanti amici o finti avversari hanno vinto una battaglia. Ma la guerra la vinceremo noi.
Cesare Sangalli