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Provaci ancora, Bersani


E' strano per questa rubrica dover difendere Bersani. L'abbiamo dipinto, “solo” quattro anni fa, come l'ultimo dei mohicani della nomenklatura del PD, destinato nelle nostre previsioni a perdere perfino contro Franceschini alle primarie del 2009 (quelle a cui doveva partecipare anche Grillo), o a lasciare il passo a Vendola, nei nostri desideri, come guida della coalizione di centrosinistra.
Visto che il “nostro” non ha certo brillato per lungimiranza e capacità di lettura delle situazioni, cominciamo facendo anche noi autocritica: tutto sommato lo abbiamo sottovalutato. O meglio, abbiamo sottovalutato il suo consenso.
E' un punto di partenza importante, visto che Bersani, per come è stato trattato, soprattutto in queste travagliate settimane, sembrava essere lì per caso o per sbaglio, solo come un cane in chiesa, pronto a essere abbandonato da tutti.
Bersani ha vinto per due volte le primarie, sia quelle di partito che quelle di coalizione. Quindi è lì semplicemente perché la maggioranza della base del PD e del centrosinistra ce l'ha voluto. Fra i tanti leader in circolazione, veri o presunti, soltanto lui e Nichi Vendola possono vantare una legittimazione così ampia e trasparente, checché se ne dica. E i due hanno dimostrato di avere una reciproca lealtà che nel paese dei tradimenti e dei trasformismi, delle parole date e subito smentite, dell'incoerenza totale eletta a stile politico e di vita, è di sicuro un buon capitale politico.
Se è vero che una bella dose di critiche Bersani se l'è strameritata, soprattutto prima, abbastanza durante, e quasi nulla dopo le elezioni, è altrettanto vero che ad un certo punto le stesse critiche sono diventate insopportabili. Esattamente come le accuse al Partito Democratico.
Conosciamo bene il motivo principale di tanto accanimento: questo è un paese che perdona praticamente tutto ai vincitori e quasi nulla agli sconfitti.
Ed è un paese abituato a dare sempre la colpa a qualcosa o a qualcuno. Un elenco infinito: la colpa della crisi è dell' Europa, o dell'euro, o della Germania o del governo Monti (che ha solo peggiorato la situazione, ma certo non l'ha inventata). La colpa dell'instabilità politica è della legge elettorale (chissà chi l'ha votata).
Se c'è il berlusconismo (c'è toccato leggere spesso anche questo) è colpa della sinistra che non ha mai offerto alternative (detto da gente che la sinistra non la voterebbe mai, a meno che non sia perfettamente indistinguibile dalla destra). Se c'è il leghismo, è colpa della sinistra, che “non ha saputo ascoltare il Nord”.
Se c'è troppo Stato, è colpa della sinistra e della sua “incapacità di rinnovarsi”. Se c'è troppo mercato è colpa della sinistra che è “succube” della cultura dominante (il che è vero, però poi bisognerebbe chiedersi perché quella cultura è dominante). A forza di praticare questo gioco così facile, abbiamo sentito da Ingroia che Rivoluzione Civile non ce l'ha fatta a entrare in Parlamento per colpa del PD. Troppa grazia, Sant'Antonio.
Bersani in versione “missione esplorativa” ricordava il signor Malaussène di Pennac, quello che di professione faceva “il capro espiatorio aziendale”. Impossibile non provare almeno un po' di simpatia umana per un leader trattato così male da tutti, che comunque e nonostante tutto è il primo ex comunista ad essere indicato come premier dal voto popolare (per un pugno di voti, in una situazione caotica, sbagliando le mosse politiche e la campagna elettorale, ma comunque il primo nome suggerito dagli italiani è il suo).
In secondo luogo, Bersani ha fatto quello che doveva fare. Intanto, se abbiamo un ottimo presidente della Camera (Boldrini), come non si erano mai visti, e un presidente del Senato (Grasso) che è comunque l'opposto antropologico del suo predecessore e contendente Schifani, è in gran parte merito di Bersani, anzi dell'accoppiata Bersani-Vendola. Due a zero per noi, se la vogliamo mettere in termini di tifo. Bersani, che si è preso praticamente da solo lo schiaffone del successo del M5S, ha comunque capito la lezione, a quanto pare, tenendo alla larga dalle poltrone i vecchi squali di partito (Veltroni, D'Alema, quasi tutti gli ex DC) e resistendo alle mille sirene che lo spingevano nella direzione della Grande Coalizione, che è da una quindicina d'anni il sogno di tutto l'establishment (dalle cariatidi del “Corriere” agli intellettuali come Cacciari).
Bersani è stato di parola: mai con il PDL, mai più un accordo con Berlusconi. Il presidente veneratissmo Giorgio Napolitano, vero feticcio della Seconda Repubblica, invocato e adulato ben oltre i suoi meriti (veramente limitati), ha provato invece ad andare in quella direzione, ma sempre nel suo stile pilatesco, nominando queste patetiche “commissioni di saggi” da cui ci possiamo solo aspettare la bozza di una nuova legge elettorale e nulla più.
Napolitano è davvero in linea con papa Ratzinger, solo che non aveva a disposizione il gesto clamoroso delle dimissioni a segnare un tardivo “riscatto”: chiude il suo settennato in modo grigio, da vecchio notaio con ben poco coraggio, da sopravvissuto qual era della Prima Repubblica, un sopravvissuto che ha portato la Seconda Repubblica , quella di Berlusconi, al capolinea (salvo accanimenti terapeutici).
Anche in questo caso, come per papa Ratzinger: addio, senza nessun rimpianto. Fra un paio di settimane avremo un nuovo presidente della Repubblica. I nomi ci sono già, sbagliare è davvero difficile: su tutti, Gustavo Zagrebelsky, già docente di diritto costituzionale, ex presidente della Corte Costituzionale, persona integerrima, da buon valdese qual è.
Nel campo degli specialisti del diritto c'è anche Stefano Rodotà, altra personalità distinta. Oppure, per una nomina più politica, c'è Emma Bonino, che come tutti i politici non è esente da critiche (l'errore più grave è senz'altro quella di aver fatto parto dell'alleanza con Berlusconi,. ma almeno non la possono tacciare di essere di parte), o, sempre per rompere la tradizione maschile (che in Italia non guasta mai), Rosanna Cancellieri, una che sembra sapere che essere servitori dello Stato non significa mantenere l'omertà del Palazzo (vedi da ultimo l'atteggiamento con i poliziotti del caso Aldrovandi, e con i loro vergognosi fan – per l'amor di Dio, qualcuno faccia fumare una canna a Giovanardi, che magari gli si illumina il cervello e il cuore).
C'è anche Barbara Spinelli, suggerita da Michele Serra. Ci sarebbe, al limite, Rosi Bindi, tanto per vedere che faccia fa Berlusconi.
Insomma, è difficile sbagliare, bisogna mettersi d'impegno per riuscire a votare un Giuliano Amato, un Marini, o un altro residuo della partitocrazia degli anni Ottanta. Non crediamo possa accadere.
Sistemata la pratica Qurinale, il nuovo presidente dovrebbe incaricare Bersani di formare immediatamente il nuovo governo, farlo giurare, mandare a casa con tanti saluti Monti, Fornero, Profumo e tutta la banda dei dilettanti allo sbaraglio, inviare il nuovo premier in Parlamento, fargli incassare la fiducia alla Camera e poi portare davvero la diretta streaming e televisiva al Senato, per seguire dal vivo interventi e votazioni. A quel punto, con una decina di milioni di italiani che li guardano, vediamo cosa fanno i nostri bravi senatori, da quelli di Grillo a quelli del PDL.
Se proprio la vogliono fare grossa, senza nemmeno farsi un giretto fuori dall'aula per abbassare il quorum della fiducia, e affondano il tentativo doveroso di Bersani, niente paura: intanto per l'ordinaria amministrazione c'è quel governo lì, e non il governo Monti, che è già un bel passo avanti. Dopodiché starebbe al M5S indicare un nome, (e sarebbe un ultimatum, più che una richiesta) e ributtare la palla nel campo del centrosinistra per l'eventuale fiducia.
Un governo in ogni caso dovrebbe nascere. E nascendo, dovrebbe aiutare a morire Berlusconi e il berlusconismo. Checché se ne dica, basterebbe staccargli l'ossigeno, cioè imporgli la separazione dalla TV.
Poi lasciare che la giustizia faccia il proprio corso.
Il nuovo che scaccia il vecchio. L'erba buona che ritorna a crescere, seccando progressivamente l'erba cattiva che era rigogliosa dovunque. Un po' quello che sta accadendo nella Chiesa, con il papa Francesco, o che almeno tutti stanno sperando che accada.
Ottimismo di tipo pasquale? Indubbiamente, come (quasi) sempre in questa rubrica.
La soluzione della crisi italiana, che dicono complicatissima, è di una semplicità solare. Il re, ovvero l'establishment, oltre a essere nudo, parla una lingua incomprensibile e ipocrita. E' davvero tempo di cambiare.
Cesare Sangalli