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Scacco matto (meno male che Silvio ciao)


Nell'Africa che parla francese c'è un'espressione per indicare un finale di storia poco glorioso: “uscire dalla porta piccola”. Si potrebbe anche tradurre “uscire dal retrobottega”, che forse rende più l'idea. Quello che più colpisce in questi giorni è la misura davvero minuscola della nostra classe dirigente, a partire dai leader politici, al momento del Gran Finale, mentre cala il sipario sulla Seconda Repubblica (che in quanto a bassezze e meschinità non si è fatta mancare niente).
E' una galleria di personaggi incredibili, che occorrerà tenere presente per un po', come il museo delle cere o il tunnel degli orrori, per avere coscienza e memoria di questi anni sciagurati. Procediamo in ordine inverso, dai “migliori”, “spiaggiati” loro malgrado da venti-venticinque anni di bassa marea, fino al protagonista incontrastato di questo lungo periodo oscuro, ovviamente il “magico Silvio”, come lo abbiamo definito nel pezzo di apertura di questa rubrica, scritto nel 2005.
Sembra strano anche a noi, ma questo potrebbe perfino essere l'ultimo pezzo in cui ci occupiamo di Berlusconi. I poveri sciocchi che si ostinano a leggere “Libero” e “Il Giornale”, cioè le due peggiori testate della storia repubblicana, sono indotti a pensare che debbano essere gli antiberlusconiani a sentirsi orfani del Caimano. Come no.
Noi che pensavamo, alla fine del '93, che fosse arrivato il momento di vedere la sinistra al potere, dopo un'opposizione durata davvero troppo tempo (anche per colpa della sinistra, come abbiamo scritto in “C'era una volta il comunismo”), non ce l'aspettavamo proprio, la discesa in campo e tutto il resto. Non avevamo nessun bisogno di nemici, anche perché i vari Craxi, Andreotti, Forlani e compagnia battevano in ritirata, finivano in galera, andavano in esilio.
Magari Achille Occhetto capo del governo sarebbe stato un mezzo disastro, o un semplice fallimento. Ma era giusto che ci provasse, era giusto che gli oppositori storici della DC avessero finalmente la loro chance.
A invocare “il nemico”, a definirsi soltanto come baluardo contro i “comunisti” (col comunismo morto e sepolto) era stato qualcun altro.
E non si venga a dire, come si cerca di fare da un po' di tempo, che si sbagliò in buona fede aspettando la “rivoluzione liberale”: quando c'erano i liberali veri, non prendevano mai più del tre - quattro per cento; la sparuta minoranza dei liberali autentici leggeva “Il Giornale” di Montanelli a costo di beccarsi del “fascista” dalla sinistra che fino a tutti gli anni Settanta era veramente egemone, a livello culturale, almeno nelle scuole e nelle università. E sappiamo tutti com'è andato il rapporto fra Berlusconi e Montanelli.
E' molto più rivelatore quello che ha detto il giornalista Porro cercando di difendere lo smarrito gregge berlusconiano: “gli elettori del PDL non sono mica tutti evasori fiscali che parcheggiano il SUV in seconda fila”. Certo che no, ma il modello antropologico era e resta sostanzialmente quello.
Ma torniamo ai tanti personaggi che stanno mestamente uscendo di scena, cominciando da quelli che meriterebbero almeno l'onore delle armi (si fa presto, sono pochissimi)..
La prima di tutti è Rosy Bindi., che infatti non ci sta ad uscirsene così e che potrebbe addirittura ambire, con qualche legittimità, al posto più alto, la presidenza della Repubblica.
Rosy Bindi ha in realtà una sola colpa, se si può chiamare così: era democristiana e resta democristiana. E' una colpa che in gran parte si può estendere al mondo cattolico, di cui Rosy Bindi potrebbe essere una degli ultimi esponenti decenti, una colpa che si chiama silenzio, si chiama cecità, si chiama mantenere in piedi un logoro vessillo quando ci sarebbe solo da andarsene, sbattendo la porta e denunciando il marcio tutto intorno. Bindi, e tanti come lei dopo aver digerito l'indigeribile ai tempi della Prima Repubblica, è andata avanti imperterrita fino ad oggi, a sostenere l'alleanza con quei gentiluomini dell'UDC, suoi ex compagni, e soprattutto cieca, sorda e muta di fronte allo scandalo dei costi della politica, culminati col tesoriere di un partito estinto ( la Margherita ), l'ex boy-scout Lusi, che storna milioni di euro, anno dopo anno, senza che nessuno si sogni mai di controllare mezzo bilancio. Alla fine, anche lei fugge davanti alle telecamere di “Report”. E questo potrebbe anche essere l'ultimo fotogramma della sua storia politica.
Sull'altra sponda del PD, quella degli ex comunisti, c'è la sfida al ribasso fra il Gatto e la Volpe , Veltroni e D'Alema, la cui stucchevole contrapposizione, assolutamente priva di contenuti, ci ha incredibilmente accompagnato per 18 anni (avesse vinto il povero Occhetto, nel '94, forse la telenovela ci sarebbe stata risparmiata). Qualcuno vorrebbe riproporci il derby anche sul viale del tramonto: meglio la chiusura di Veltroni o quella di D'Alema? Come se fosse una questione di stile. Non ci può più essere stile nell'andarsene, a fronte di un bilancio così fallimentare. Hai voglia a frasi celebri e bei gesti: siamo ampiamente fuori tempo massimo. I due avrebbero dovuto semplicemente affrontare la sconfitta del 2001, invece di mandare avanti le loro controfigure Fassino e Rutelli, e passare la mano come aveva fatto dignitosamente Occhetto sette anni prima (e nell'occasione il Gatto e la Volpe furono decisamente ingrati, per non dire cinici).
Il discorso riguarderebbe indirettamente anche Bersani, ma un partito non si può azzerare completamente, come pretenderebbe il paraculo Renzi (che però ha avuto almeno il “coraggio” – che poi in realtà è opportunismo - di affrontare la nomenklatura a viso aperto). Ma sulle primarie del centrosinistra si è versato anche troppo inchiostro inutile, ne riparleremo il prossimo mese.
Continuando la panoramica di questa fine al rallentatore della Seconda Repubblica, e spostando i riflettori piano piano verso destra, prima di illuminare il volto tragicomico del Caimano, dobbiamo soffermarci sul presunto Centro, mai così affollato, e tutto aggrappato al duetto Monti- Napolitano. A costo di insistere nell'errore (abbiamo scritto a inizio anno che l'attuale governo se ne sarebbe andato fra fischi e lazzi, mentre per ora sembra di no), riteniamo che i nostri (?) eroi l'anno prossimo saranno bell'e dimenticati, e sarà interessante vedere a quali icone si aggrapperanno stavolta i signori e i cantori dell'establishment (da Montezemolo a Scalfari, comprendendo i tre quarti del giornalismo italiano che conta).
A scanso di equivoci, comunque, i Poteri Forti stanno già puntando decisamente su Renzi, che è giovane e non troppo esperto, e quindi molto manovrabile. Speriamo che gli elettori del centrosinistra non siano così coglioni da fargli vincere le primarie, neanche come paradosso o “tanto meglio, tanto peggio” per portare il PD alla scissione e quindi a sinistra (è la tesi bizzarra che circola su MicroMega).
E veniamo all'inevitabile protagonista del Gran Finale, Norma Desmond-Berlusconi, e alla sua corte dei miracoli (leghisti compresi). Le facce smarrite dei vari Alfano, Santanché, La Russa , Cicchitto, la vera interminabile galleria degli orrori, roba che nemmeno i Cattivi della Disney, tutti in attesa degli umori e dei voleri del Grande Capo, rappresentano uno spettacolo fantastico.
Ed è un bene, purtroppo, che il loro fallimento sia così lento, così squallido, così ridicolo.
L'Italia dopo Tangentopoli si rifece la verginità in venti mesi. Nessuna analisi, nessuna assunzione di responsabilità, nessun approfondimento. Non a caso fra chi lanciava le monetine a Craxi c'era anche uno come Fiorito ( e certo non perché Craxi non meritasse quell'uscita di scena, ma solo perché non si rilegge la Storia di un paese con un coro da stadio, tipo “chi non salta socialista è”).
Stavolta, nonostante tutto il pessimismo che circola, non accadrà.
Abbiamo avuto e avremo ancora tutto il tempo per valutare questa classe dirigente, per assistere al patetico, inverecondo spettacolo delle primarie del centrodestra (ci sarebbe veramente da appostarsi ai gazebo per vedere chi sono quelli che si presenteranno a scegliere un leader nella lista dei miracolati da Berlusconi).
Una tristissima commedia all'italiana, da gustarsi amaramente con tutta la calma possibile, per chiedersi davvero: “Com'è stato possibile?” .
La figura più coerente, in questo senso, è proprio quella della mezzana-prostituta, cioè Nicole Minetti, che fino all'ultimo giorno godrà di tutti i privilegi che il suo boss le ha messo a disposizione, alla faccia nostra, con impudenza totale. Per una come lei l'unico finale all'altezza sarebbero i carabinieri che le mettono le manette direttamente in passerella, ad una sfilata di moda, con lei che approfitta dell'ultimo quarto d'ora di celebrità, che sfodera l'ultimo sorriso arrogante prima della galera. Sarebbe davvero un simbolo potente per concludere il ciclo iniziato negli anni Ottanta, nella “Milano da bere”.
Chiusura d'obbligo sulla Sicilia. Con il migliore candidato (glielo ha riconosciuto anche Marco Travaglio) che si è escluso da solo e per colpa sua (Claudio Fava), c'è comunque da essere abbastanza soddisfatti. Per quanto in minoranza, i siciliani una certa voglia di cambiamento l'hanno comunque espressa, portando il Movimento 5 Stelle al primo posto, e scegliendo un governatore (Rosario Crocetta) che sul tema della lotta alla mafia è sicuramente testato.
Si poteva fare di più, di meglio? Difficile, nella terra che undici anni fa regalò 61 collegi su 61 a Berlusconi e Dell'Utri. Quella italiana, lo ripetiamo, è una rivoluzione alla moviola. Ma pensate alla situazione dell'anno scorso o di due anni fa. Davvero si può cantare: “meno male che Silvio ciao”.
Cesare Sangalli