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Fra Taranto e il nulla (p.s. addio cardinale Martini)


O il lavoro o la vita. Detto altrimenti, “meglio morire di cancro fra vent'anni che di fame fra pochi mesi”, come avrebbero dichiarato alcuni operai dell'ILVA, il più grande centro siderurgico nazionale. Che cos'è, un ricatto, oppure un “tragico dilemma” (Barbara Spinelli)? E' Taranto, è l'Italia.
Tutti dicono: vogliamo il lavoro e la vita, vogliamo un'ILVA che continui a produrre acciaio, ma senza inquinare. Si potrebbe obiettare: troppo tardi. Di sicuro, senza la fermezza (per non dire il coraggio) del gip Patrizia Todisco, ancora una volta un magistrato, non saremmo nemmeno qui a parlarne, e provate a sostenere il contrario.
Qui non interessa fare l'elenco dei colpevoli, anche perché è abbastanza chiaro che gli unici veri colpevoli stanno agli arresti domiciliari, e sono i padroni dell'ILVA, la famiglia Riva. Altre complicità dolose verranno accertate, a partire dalle perizie aggiustate e pilotate.
Se poi parliamo di responsabilità, il quadro si allarga a dismisura, e riguarda, giù giù per li rami, anche la popolazione tarantina.
Intanto si puniscano i colpevoli, come si è fatto ex post per la faccenda Eternit (vedi “C'è un giudice a Torino”); sul tema delle responsabilità, basta guardare il futuro prossimo venturo, più che il passato, per avere un giudizio più chiaro.
Qualcuno infatti continuerà a ripetere, ad oltranza, la litania dell' “acciaio indispensabile” per l'economia italiana. Ovviamente, con alcune buone ragioni. E molti torti.
A occhio e croce sono gli stessi che sostengono l'industria dell'auto così com'è (ma si guardano bene, però, dal chiedere informazioni sul famoso piano industriale di Marchionne per la Fiat ).
A occhio e croce, sono gli stessi che sostengono, ormai contro ogni evidenza, la realizzazione del TAV Lione-Torino. E sempre così, semplificando, sono gli stessi che sostengono che “dopo Monti, c'è solo Monti” (che fra l'altro era per il nucleare, Alessandro Robecchi dixit).
Gli stessi che erano sostanzialmente contro i referendum sui beni comuni e il nucleare, appunto. Quelli che dicevano che non c'era alternativa alla privatizzazione dell'acqua, o comunque alla partecipazione dei privati, e che l'energia atomica era praticamente una scelta obbligata per un paese come l'Italia, con il solito ritornello (falso) che “tutti i paesi sviluppati” facevano così.
Quelli che oggi non vogliono una consultazione popolare per ripristinare l'articolo 18 così com'era, cioè con il dovere (e non la discrezionalità) del giudice di far riassumere il lavoratore licenziato ingiustamente.
Fantastiche le motivazioni: il referendum non s'ha da fare perché “con grande fatica si è raggiunto un compromesso con il ministro Fornero”, Gianni Letta dixit .
Quelli che non hanno mai considerato veramente l'iniziativa di legge per dare la cittadinanza ai figli degli extracomunitari e il diritto di voto a chi risiede in Italia da almeno cinque anni (“L'Italia sono anch'io”).
Quelli che hanno elegantemente rimosso Berlusconi, come non fosse mai esistito, e che non considerano più una priorità abolire le tante “leggi vergogna”, da quelle berlusconiane sull'impunità alla Bossi-Fini sull'immigrazione.
Basta guardare ai contenuti, e la situazione politica, che si vorrebbe complicatissima, diventa subito piuttosto chiara.
Basta leggere per esempio l'intervista di Concita De Gregorio a Laura Puppato, già sindaco di Montebelluna, e prossima candidata alle primarie del PD (o a quelle di coalizione: è incredibile che ci sia ancora ambiguità al riguardo) per fare un po' di igiene mentale: lei non partecipa al giochino dei candidati, meglio quello o meglio questo, ma indica in modo chiaro una direzione. Per esempio, “zero metri quadri”, basta cemento, basta nuove costruzioni. Recuperare, ristrutturare, migliorare l'esistente, ché basta e avanza. Consumare meno energia, riciclare i rifiuti.
Il suo amico Alex Langer avrebbe detto “riparare il mondo”, slogan tornato in auge negli ultimi tempi.
Investire davvero – questo lo aggiungiamo noi – su auto elettriche e mobilità alternativa, non sull'acciaio dell'ILVA o sul petrolio da andare a prendere al largo delle Tremiti, in perfetto stile “dark economy”. E a Taranto, come dicono gli esperti, investire sul porto, ché è la sua vocazione naturale, e che potrebbe dare lavoro a più di 15mila persone.
Ma non spingiamoci troppo avanti. Questo articolo si intitola “Fra Taranto e il nulla”. Di Taranto abbiamo detto sommariamente. Tocca scrivere qualcosa sul nulla, cioè sulla situazione politica.
Che cosa ci hanno propinato fin qui i media? Una sorta di binomio fra Mario Monti e Beppe Grillo. Secondo il solito Ilvo Diamanti, che è un po' il sociologo dell'ovvio (speriamo non faccia la fine di Alberoni), il popolo italiano sarebbe sospeso fra questi due poli di attrazione. In realtà, questo è vero solo per i media, purtroppo quasi tutti, web compreso.
Ergo, abbiamo passato l'estate fra una dichiarazione di Monti (si sa, una dichiarazione al giorno leva la crisi di torno) e una polemica su, con, o di Beppe Grillo. Unica variante (ne abbiamo parlato nell'ultimo articolo): le discussioni sul presidente Napolitano e sui magistrati di Palermo.
I “moderati” stanno con il Grande Presidente e con il suo pupillo (e pupillo della Confindustria, e dell'UDC, e del Vaticano), Mario Monti. I sondaggisti continuano a dirci che sono la maggioranza (?) degli italiani.
Dall'altra parte, ci sarebbero gli arrabbiati, che stanno con Grillo (ma sono in calo, sono divisi, hanno problemi, ci informano gli stessi sondaggisti).
In mezzo, un valzer che nemmeno ai tempi di Vienna capitale imperiale: tutti con tutti, tutti contro tutti. Avanti e indietro, sto di lì, non sto di là . Con la legge elettorale data in dirittura d'arrivo una mezza dozzina di volte, e ora con l'ultimo giochino di società, i candidati alle primarie, che ripetiamo, non si sa se sono quelle del PD o della coalizione (quale?), non si sa quando si fanno, non si sa chi avrà diritto di voto e nemmeno chi si candida per certo.
Per questa rubrica, andavano fatte entro gennaio 2011, pensa te. E andavano fatte da chi si era opposto al berlusconismo, cioè SEL, IdV e PD. Per farsi trovare pronti all'alternativa nelle tante agognate (da noi) elezioni. Col programma e col leader scelto dalla gente, e a quel punto sostenuto lealmente da tutti (fosse Bersani, Vendola, o Pinco Pallo).
E invece niente. Siccome i contenuti sembrano un optional, bisogna aspettare la legge elettorale per capire il che fare.
E' davvero la barzelletta di Totò su Pasquale: uno vuole vedere questi dove vanno a parare. Meno male che ad aprile mancano ormai solo sette mesi scarsi.
Riconosciamo di avere sbagliato (per ora) sulla rabbia che il governo Monti avrebbe scatenato. Ammettiamo che in effetti un po' di consenso (incredibile ma vero) questo governicchio “pallido e assorto” ce l'ha, anche perché è sostenuto in blocco dal Gotha dei giornalisti (“Repubblica”, “Corriere” “Stampa”). Ed è stato aiutato (ma solo per un po') da Draghi e dalla decisione della Corte costituzionale tedesca sull'acquisto riparatore da parte della BCE dei titoli del debito dei paesi a rischio.
Ma insomma, restiamo convinti che molta di questa classe politica sia all'ultimo giro, tecnici compresi. Anche perché sono tanti, troppi, a pretendere “un posto al sole”. Intanto, c'è tutta la Corte dei Miracoli berlusconiana e leghista, che per quanto sia stata un po' oscurata dalle luci della ribalta, è ancora saldamente al suo posto.
Poi c'è il fantomatico Terzo Polo, a cui si dovrebbero aggiungere, non si sa in che ordine, Marcegaglia, Montezemolo e un po' degli attuali tecnici, a partire da Passera. Siccome mancava il prezzemolo, al minestrone dei moderati si è aggiunto pure Oscar Giannino, a cui evidentemente non basta fare il presenzialista in TV h24.
Nel centrosinistra, scalpita il paraculo Renzi, che però non riesce nemmeno a mettere d'accordo gli ex democristiani (come lui) del PD (Bindi, Franceschini, Fioroni, Gianni Letta e compagnia). Ci sono poi ancora i veltroniani, i dalemiani, e ci sarebbe, pensa un po', pure Bersani, che alla fine probabilmente è quello che mette tutti d'accordo e quindi rischia perfino di vincere.
Fuori dal PD, si comincia a respirare un po' di aria pulita, nel senso della chiarezza e della coerenza, con Vendola e Di Pietro, soprattutto il primo.
In realtà, la prima occasione per cominciare a disboscare la giungla politica italiana, diradare il fumo del nulla e indicare una strada, ce l'hanno i siciliani, fra poche settimane.
Se Claudio Fava dovesse vincere le elezioni regionali nella terra che per prima sancì il passaggio di potere dalla Democrazia Cristiana a Berlusconi, proprio vent'anni fa, la linea sarebbe tracciata per tutta l'Italia.
Sarebbe un passaggio storico, una sorpresa riparatrice, una novità che irromperebbe nella palude italiana che rifiuta il cambiamento “come una svista, come un'anomalia, come un DOVERE”, per dirla alla De Andrè (“Smisurata preghiera”).
E a proposito di preghiere, salutiamo un uomo che forse da papa avrebbe impedito alla Chiesa cattolica di scivolare così in basso, ai livelli più tristi e vergognosi che si siano visti dal dopoguerra in poi, sicuramente dai tempi del pontificato di papa Giovanni XXIII.
Il cardinale Martini se n'è andato rifiutando tubi, sonde e accanimenti terapeutici. Diceva che la radicalità evangelica, al nostro tempo, era “farsi compagni di strada” (vedi “E' Natale, papa Ratzinger”). La strada da fare, nel nostro paese, è davvero tanta.
Cesare Sangalli