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Conflitto di poteri


Ponzio Pilato, in confronto al presidente Napolitano, era un eroe. Lui in fin dei conti era solo un funzionario dell'Impero, che in buona fede cercava di capire chi e che cosa doveva giudicare, ma non aveva né gli strumenti, né il coraggio per capire fino in fondo la situazione. Però abbastanza onestamente chiedeva: “Che cos'è la verità?”, perché per un pagano era difficile rapportarsi a Gesù.
Il nostro presidente della Repubblica, invece, nell'anniversario della morte del giudice Borsellino, afferma di volere la verità, a tutti i costi, nei rapporti fra Stato e mafia. Che faccia di bronzo.
Sollevando il conflitto di poteri nei confronti della procura di Palermo davanti alla Corte Costituzionale sulla questione delle intercettazioni, è riuscito a spostare l'attenzione, a spandere una cortina fumogena di parole, buttare tutto il nero di seppia di una (fittizia) disputa di giurisprudenza, roba per esperti di diritto, materia riservata agli esegeti della Costituzione (quasi comica in questo senso è stata la dotta lezione di Eugenio Scalfari su “Repubblica”, che ha addirittura sbandierato la laurea in legge con lode di oltre mezzo secolo fa e non si è accorto che sul suo stesso giornale veniva contraddetto e umiliato dal grande giurista Franco Cordero).
La questione è in realtà semplicissima, solare. C'è un ex ministro, Nicola Mancino, evidentemente, spudoratamente bugiardo sul tema gravissimo dei rapporti fra Stato e mafia; e per dirlo non occorre aspettare il terzo grado di giudizio, ora che è imputato per falsa testimonianza, cioè cinque o sei anni nella migliore delle ipotesi: basta non offendere la propria intelligenza.
Mancino, ex tutto (compreso la presidenza del Senato), era ministro dell'Interno nella tragica estate del 1992. Sostiene che nessuno lo aveva informato della trattativa fra Stato e mafia (i due precedenti ministri, Scotti e Martelli, dicono il contrario, anche se hanno taciuto come tutti per un paio di decenni), e peggio ancora, vorrebbe farci credere di non ricordare l'incontro con Borsellino, qualche settimana prima che venisse ucciso, e dopo la strage di Capaci del 23 maggio, in cui la mafia fece saltare in aria un pezzo di autostrada massacrando in stile colombiano il giudice Falcone, la sua compagna e la scorta.
Mancino ha avuto l'incredibile faccia tosta di raccontare queste balle spaziali ai giudici, quando nemmeno un ragazzino un po' sveglio (diciamo più dell'undicenne un po' tonto che è il livello medio degli italiani secondo Berlusconi) gli avrebbe creduto.
L'altro ministro chiaramente bugiardo è Giovanni Conso, all'epoca titolare della Giustizia, che nel novembre del 1993 firma la resa dello Stato dopo due anni di sangue, togliendo a qualche centinaio di mafiosi il regime di carcere duro, il famoso 41 bis, cioè ottemperando alla prima delle condizioni poste da Cosa Nostra per fermare la guerra.
Conso ha dichiarato di avere agito da solo, in totale autonomia, cosa che non sarebbe credibile per chiunque, a prescindere, e risulta tragicomica detta da un ometto tremebondo come lui, un insigne giurista che non avrebbe mai dovuto lasciare la docenza universitaria. Chi scrive parla per conoscenza diretta, perché a un anno di distanza dal provvedimento pro mafia, se l'è visto arrivare alla scuola di giornalismo della Luiss a Roma, preoccupatissimo per una dichiarazione appena rilevante che aveva fatto in una intervistina per l'agenzia della scuola.
Ora: nessuno, né i giudici, né i giornali, ha mai accusato i succitati ministri o il presidente Napolitano, intercettato mentre parlava con Mancino che ossessivamente chiedeva al Quirinale (in particolare al fu D'Ambrosio) un intervento nei confronti dei giudici di Palermo che stavano indagando su di lui, di essere collusi con la mafia, come vorrebbero farci credere i tanti commentatori autonominatisi difensori d'ufficio delle Istituzioni (?) e del Grande Presidente, il più amato dagli italiani come la cucina Scavolini, addirittura “l'ultimo baluardo della democrazia” (e che siamo, in Libia?), o l'unico insieme a Monti che può salvare l'Italia ( ma pensa te).
No, l'accusa nei loro confronti è molto più semplice: vi siete tutti voltati dall'altra parte, avete fatto finta di non sapere, avete fatto come le tre scimmiette (non vedo, non sento, non parlo) in nome di una presunta Ragione di Stato, che semplicemente non esiste, perché lo Stato siamo noi.
C'è stata un'altra sentenza fondamentale, nelle settimane scorse: quella della Cassazione per i fatti di Genova del G8 del 2001 (vedi “Genova per noi”, “Calci in faccia” e “Cassandra crossing” in archivio).
Per quanto le pene siano state quasi irrisorie (soprattutto se confrontate alle condanne inaudite per reati molto meno gravi- saccheggio e devastazioni – inflitte ai manifestanti che certo non hanno la responsabilità di rappresentare lo Stato e garantire la legge), si è trattato di una sentenza che almeno per una volta stabilisce una verità inequivocabile, su cui non ci potrà più essere discussione: fatte le dovute proporzioni, è come la recente condanna ai militari argentini colpevoli della strage dei desaparecidos , per anni nascosta e poi rimossa con l'amnistia generale. E' quello che è mancato in Cile, dove un efferato assassino come Pinochet è potuto morire tranquillo nel suo letto, e ancora oggi può venire ricordato con tutti gli onori.
Avete sentito una parola su Genova dal Capo dello Stato? Qualcuno è andato da Gianfranco Fini, terza carica istituzionale, a chiedere di chiarire il suo ruolo in quei giorni? Qualcuno dei tanti difensori su carta del Grande Presidente ha spiegato perché ha quasi nascosto il processo di Genova fino alle condanne finali, perché non ha mai parlato degli uomini delle forze dell'ordine (da Canterini a Mottola e su tutti, De Gennaro, che dovrebbe essere cacciato a furor di popolo), che nel frattempo stavano facendo brillanti carriere? Erano responsabili di atti gravissimi, quelli sì eversivi (se la polizia addirittura fabbrica le prove di accusa, come le false molotov, il falso giubbetto squarciato da un coltello, le false armi ritrovate alla Diaz, che razza di Stato di diritto è il nostro?) Sono gli stessi (politici e giornalisti) che fanno sì che pochi fra voi (fra noi) sappiano chi sono i generali dell'Arma Subranni e Mori, coinvolti nella trattativa fra mafia e Stato, altri depistatori di professione, altri fabbricatori di prove e piste false, altri addetti alla Menzogna Istituzionale, che nel biennio '92-'93 poteva forse scoppiare, insieme a Mani Pulite (le due rivoluzioni mancate, le ha chiamate giustamente Barbara Spinelli).
Sappiamo com'è andata a finire. Berlusconi ha messo tutti d'accordo. Trovato un nuovo referente politico, perfetto sostituto della Democrazia Cristiana e pure meglio, la mafia non aveva più bisogno di fare una guerra, che non è mai la sua prima opzione, perché sa che non avrebbe scampo se dovesse sfidare apertamente uno Stato degno di questo nome. La verità italiana la disse con grande semplicità, in modo quasi naif, il ministro berlusconiano dei lavori pubblici, Pietro Lunardi: “Noi dobbiamo convivere con la mafia”. Nei secoli dei secoli. Amen.
Cesare Sangalli