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Il gioco del criceto (rIMUginiamoci sopra)


Corri, criceto, corri. “I prossimi dieci giorni saranno decisivi”: quante volte lo abbiamo già sentito? Corri, criceto, corri. La Grecia , minacciata dall'establishment mondiale, ha deciso di insistere sulla linea che ha già visto fallire due governi, cioè continuare con i sacrifici dei tanti a favore dei pochi, una linea che fin qui non ha dato fra l'altro nessun risultato. Corri, criceto, corri, ché tanto il debito è come la ruota che gira e gira e ti fa stare sempre lì, a sentire le stesse cose, a subire le stesse minacce, ad avere la stessa paura.
In Italia si corre a pagare un'imposta, l'IMU, così spudorata che è stata resa quasi metafisica, con una specie di passaparola contributivo, fra rate, esenzioni, aliquote, rivolte annunciate, rifiuti minacciati, e poi tutti in coda agli sportelli, perché tanto le persone obbligate ad essere oneste hanno sempre pagato, e l'IMU è l'ennesima entrata sicura per lo Stato: tanti, maledetti e subito.
Aspettiamo già la seconda tranche, a dicembre, e aspettiamo di sapere che anche questo salasso non sarà servito a niente, che l'emergenza continua, che lo spread non scende, e poi il rischio default, e l'uscita dall'euro, e la fine dell'Unione Europea, insomma, il ritornello che conosciamo tutti a memoria. Corri, criceto, corri.
Che razza di politici, economisti, giornalisti, tutti a baloccarsi con la filastrocca della “crescita” e del “rigore”, senza nemmeno provare, non diciamo imbarazzo (questi sono a prova di bomba), ma almeno un pochino di nausea, se non altro per la ripetitività demente dei concetti, che sta creando una vera e propria neo-lingua, come nell'orwelliano “ 1984” .
Ce ne fosse uno, uno solo, che abbia provato a calcolare quanto hanno guadagnato i creditori (cioè le banche, gli investitori, i famosi “mercati”) in tutti questi anni di investimenti sui titoli a rischio, con altissimi tassi di interesse, quando adesso ci vorrebbero far credere che non conoscevano i debiti di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e avanti il prossimo.
La ricchezza che ora rischia di essere fittizia, una montagna di carta straccia in mano alla finanza, è stata a lungo reale, per chi l'ha saputa sfruttare, liquidare per tempo, per chi è passato all'incasso prima che la bolla scoppiasse.
Abbiamo il sospetto che non si tratti della stragrande maggioranza del popolo greco, né di quello italiano, né di quello tedesco, come abbiamo già scritto in questa rubrica, né di quello americano.
La chiave nazionale è quella più falsa, più fuorviante, eppure resta la più gettonata: Germania contro Grecia, Irlanda contro Italia e Spagna, e via avanti in stile calcistico.
Meno male che ogni tanto qualcuno si sente in dovere di ricordare che questa è una crisi di sistema, cioè del sistema tardocapitalista, che grazie alla globalizzazione e alla finanziarizzazione dell'economia (due facce della stessa medaglia) ha fatto come l'apprendista stregone, scatenando forze che non riesce più a controllare.
La responsabilità della politica che ha permesso tutto ciò è enorme; ed è massimamente dovuta a tutte le destre europee (limitiamoci al nostro continente), conservatrici, liberali, cristiano-democratiche, golliste, populiste, berlusconiane ( a noi ovviamente è toccato il peggio del peggio), non a caso da anni in maggioranza sia nel parlamento europeo che nei paesi dell'Unione.
Con la complicità, ça va sans dire , delle penose sinistre nominali, blairiane, uliviste, socialdemocratiche, e quant'altro, che però erano storicamente (e quindi culturalmente) sotto schiaffo, assediate dal “pensiero unico” del liberismo, castrate dalla sindrome TINA (“ There Is No Alternative ” , non c'è alternativa).
I greci che hanno votato Syriza, la sinistra radicale che non ha niente di antieuropeo, lo hanno capito perfettamente, quintuplicando i voti di un partitino che aveva solo il 5 per cento.
E' chiaro che da soli difficilmente avrebbero potuto far saltare il tavolo. Perché qui non si tratta di riformulare il debito, ottenere dilazioni o sconti, o titoli europei del debito, i famosi “eurobond”, o un “piano Marshall” per l'Europa.. Tutte misure anche positive (noi non siamo economisti), ma sempre e solo risposte emergenziali.
Qui si tratta di ribaltare, con una rivoluzione copernicana del pensiero dominante, il postulato che vorrebbe sancire il principio “mai più debito pubblico”, che andrebbe sostituito con il più corretto “mai più speculazioni sulla pelle dei popoli”. Rovesciare l'assurdo gioco delle parti, in cui sono “i mercati” a giudicare gli Stati e le popolazioni, e non il contrario.
I politici ladri non hanno lavorato per le loro nazioni, checché se ne dica, ma per se stessi e per i loro “alleati” della finanza internazionale, legati gli uni agli altri dallo stesso strettissimo vincolo che unisce il debitore allo strozzino.
In Grecia lo si è visto chiaramente: gli usurai dell'establishment europeo (che controllano gran parte dei mass media) volevano il ritorno degli stessi che si sono indebitati con loro, cioè democristiani e socialisti, perché il gioco del ricatto (o gioco del criceto) andasse avanti, come andrà in effetti Mai vista tanta ipocrisia, e visto che Angela Merkel è la prima che si presta a questo gioco delle parti, finisce per meritarsi ampiamente il risentimento personale e purtroppo anche quello anti-tedesco.
Per essere ancora più chiari, facciamo un esempio: sarebbe interessante andare a frugare nel portafogliotitoli dei 700 e passa armatori greci, (che insieme al turismo sono la parte più consistente del PIL ellenico), i quali non pagano imposte sulle loro attività con l'estero, quindi non aiutano certo, se non in misura irrisoria, le povere casse dello Stato greco: si scoprirebbe probabilmente che hanno un bel po' di capitali nelle banche tedesche, lussemburghesi o cipriote (tanto per restare nell'UE), e quindi che hanno speculato anche loro sul rischio fallimento della loro nazione. E se Atene comincerà a svendersi pezzi del paese, state tranquilli che saranno in prima fila, con i loro colleghi di ogni nazionalità, non certo solo tedeschi, a comprarseli per due soldi.
Ecco,vorremmo chiedere ai premi Nobel dell'economia, ai vari Krugman, Roubini, Stiglitz e compagnia cantante, quanto è lontana dalla realtà questa ipotesi. E alla fine, sia detto col massimo rispetto, salutarli con una sonora pernacchia, alla Eduardo de Filippo.
Insomma, invece di continuare a guardare gli andamenti delle borse, a fare il gioco del criceto, occorrerebbe prendere il Palazzo d'Inverno, e farlo nel 2013 per l'Italia, nel 2014 per tutta l'Europa. Come? Come stavano per fare i greci, prima di impiantarsi per la paura di fronte al salto, come il cavallo di fronte all'ostacolo.
Portando cioè la sinistra cosiddetta radicale (non certo i comunisti paleolitici) al governo, un po' dappertutto, e in maggioranza al Parlamento europeo e chiederle di fare la sinistra vera, quella che sta con i popoli e non con “i mercati”. Quella capace di alzarsi una mattina e dire alle banche, invece che alla gente: “Visto che nell'ultimo decennio avete fatto profitti sensazionali, ora vi applico un prelievo forzoso, una bella una tantum, da ripartire equamente secondo la vostra consistenza; e se avete problemi di liquidità, cominciate a vendere un po' del vostro patrimonio immobiliare, che è sicuramente cospicuo”.
E' un po'quello che è successo, con altre modalità, nell'ultimo decennio nei paesi sudamericani, e di sicuro non se n'è pentito nessuno. E' quello che, timidamente e tardivamente, è successo in Francia. Ma il messaggio più forte poteva (e forse doveva) venire dalla Grecia. Peccato, c'è mancato poco: ma l'occasione della rivincita arriverà prima del previsto.
In Italia sembra che tutto il malcontento si stia sfogando con il consenso a Beppe Grillo.
Ormai non c'è sondaggista che assegni meno del 20 per cento al Movimento 5 Stelle. E in questo fatto c'è già qualcosa di “rivoluzionario”. Anche in questa rubrica, che spesso ha letto in anticipo certi fenomeni, pur avendo una certa simpatia per molte delle idee e degli atteggiamenti del movimento, non si immaginava una simile marcia trionfale.
Anzi, sull'esplosione della rabbia popolare (che non c'è stata) ci siamo fin qui sbagliati di grosso, e tutto sommato è meglio così. D'altra parte, la democrazia serve anche a non rendere irreparabili i conflitti, e questo lo abbiamo ribadito più volte. Ma i cambiamenti sono già in corso, e non sono targati Beppe Grillo.
Solo tre anni fa sarebbe stato impensabile che Milano, Genova, Cagliari, Napoli e Palermo potessero avere un sindaco di SEL o dell'IdV. Giunte di sinistra, senza se e senza ma. L'onda deve continuare, Beppe Grillo alla fine va benissimo anche per i tanti scontenti della destra (lui lo ha capito da un pezzo, e Facci lo ha spiegato sul “Giornale”).
Ma adesso incombe l'estate, e ci sono gli europei di calcio. Tutto rinviato. Compreso la questione in realtà più calda, quella che riguarda la legittimità gli interventi sulla magistratura del presidente Napolitano a difesa del bugiardo Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza sulla trattativa fra Stato e mafia del 1992-93.
Ci torneremo alla prossima puntata, in attesa degli sviluppi e della commemorazione della strage di via D'Amelio.
Cesare Sangalli