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La sfida


“Se il paese non è pronto, potremmo anche lasciare”, ha dichiarato Supermario Monti dalla Corea. Ha ragione al contrario. Se il paese non è pronto (e non lo è, per ora, ma per la ribellione) , lui e il suo governo dei tecnici potrebbero anche rimanere.
Sarebbe il sogno di quasi tutto l'establishment. Purtroppo per Monti e per l'establishment, però, il tempo lavora contro di loro. Detto alla paesana, “c'è più giorni che salcicce” (proverbio elbano). Tradotto: stanno raschiando il barile, e presto lo sfonderanno.
Infatti, al netto degli incensamenti giornalistici, con i loro slogan pubblicitari (il più gettonato: “ha fatto più il governo Monti in pochi mesi che i governi precedenti in dieci anni”), e al di là delle scommesse dei mercati (con il famigerato “ spread ” che sembra perfino meno obiettivo della famigerata “audience”), chi si è accorto fin qui delle meraviglie del governo tecnico?
Di sicuro i pensionati, da quelli beffati sul filo di lana del traguardo dell'età ai 350mila “esodati”, vittime di uno Stato delinquenziale, che ruba senza vergogna sui ricongiungimenti INPS per togliere alcune centinaia di euro su ricche pensioni da ben 1.200 euro al mese (grazie dell'informazione, ancora una volta, Milena Gabanelli).
Di sicuro tanti lavoratori, soprattutto extracomunitari, costretti a pagare centinaia di euro per aprire conti correnti in banca o alle poste, senza poter più ricevere in contanti i sussidi di disoccupazione.
Poi c'è la benzina a due euro, e i rincari sulle sigarette, pensa te che ardite riforme, e presto arriverà la stangata delle stangate, l'IMU, una bella supertassa universale, proprio come l'IVA, che colpisce in maniera lineare, alla Tremonti, come i tagli sulla scuola e sulla sanità.
Nessuna patrimoniale, ovviamente, e timidissimi tagli ai costi della politica.
A forza di mazzate, almeno si sono spostati un po' i sondaggi: adesso il governo Monti comincia ad essere percepito per quello che è, un governo di destra, un governo delle oligarchie per le oligarchie. Ah, già, però ci sono state le famose liberalizzazioni: forse a fine anno vedremo qualche farmacia in più, qualche taxi in più, e qualche tariffa professionale un pochino più bassa (difficile).
Alla fine, l'unica cosa veramente buona che ha fatto Monti finora è il sonoro NO alle Olimpiadi di Roma (questo sì da applauso: bastava leggere i nomi del comitato che le doveva gestire, capitanato dall'immancabile Gianni Letta, un mix fra un'associazione a delinquere di costruttori, imprenditori e banchieri sotto processo, e vip dal curriculum immacolato, tipo Luca Cordero di Montezemolo, di cui si ricordano ancora - ?- i fasti e i danni dei mondiali del 1990).
E veniamo alla madre di tutte le riforme (secondo l'establishment), la riforma del lavoro, che tiene banco ininterrottamente da quattro mesi.
Anche qui, stendiamo un velo pietoso su battute e cazzate del ministro Fornero (dalla “paccata” di miliardi alle “caramelle” da distribuire), e andiamo al nocciolo della questione.
Sforziamoci di parlare come loro, i banchieri, i tecnici bocconiani, le Thatcher “de' noantri” : se non devono esistere tabù, allora aboliamo anche l'articolo uno della Costituzione (e qualcuno effettivamente l'ha proposto), anzi, mettiamo mano alla Costituzione tutta, anche nei suoi elementi fondamentali (è stato proposto anche questo).
Chi, in nome di un presunto realismo, si sente autorizzato a toccare i principi, è solo un ipocrita maneggione.
Neppure le candide ammissioni di tanti imprenditori (“Per noi l'articolo 18 non cambia nulla, nel bene e nel male”) hanno frenato il governo; il perché è presto detto, ma in altri termini, in realtà ancora più espliciti.
A troppi è sfuggita infatti la gravissima affermazione di Monti sulla Fiat . “Marchionne ha il diritto e il dovere di investire dove ritiene sia più opportuno per l'impresa”. Addirittura “il dovere”.
Un vero liberista ultraortodosso, Monti. Ecco, in un attimo, il senso dell'accanimento sull'articolo 18 : è un segnale preciso a chi di dovere, è il “tana libera tutti” dato a tutti i Marchionne che funestano l'Italia e il mondo, applicando ferocemente lo stesso principio economico in voga da anni: la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti.
Ma intanto il giudice intima alla Fiat di riassumere i tre operai sindacalisti FIOM ingiustamente cacciati a Melfi con la falsa accusa di avere danneggiato la produzione, proprio mentre si sta portando avanti la caccia all'operaio dissenziente in tutti gli stabilimenti dell'azienda torinese.
E perfino Bersani, un po' come Fantozzi dopo aver incassato il 38° “coglionazzo” di fila, ha avuto un sussulto di orgoglio, costringendo il governo a rinunciare al diktat del decreto legge e avviarsi umilmente alla discussione parlamentare, che può durare due mesi come dodici.
Detto fuori dai denti: a noi non ce ne frega niente della riforma del lavoro, fatta in “tempi certi” dai maghi di un governo di banchieri, il governo di un'élite che è corresponsabile del disastro (eccome, se lo è).
Vogliamo fare un paragone un po' forte, per chiarire meglio il concetto? E' come se il Terzo Stato, quello che non contava niente (il 99 per cento, si direbbe nel lessico moderno) avesse affidato la Rivoluzione francese al re Luigi, a Maria Antonietta e agli aristocratici.
Un governo di ricchi (un tempo si sarebbe detto “dei padroni”), di vecchi maschi del nord, cresciuti nel privilegio, dovrebbe garantire migliori opportunità ai giovani, alle donne, ai meridionali, agli emarginati? “Ma mi faccino il piacere”, avrebbe risposto Totò.
Vediamo quante mazzate il popolo deve ancora prendere prima di capire che l'unica alternativa è a sinistra, senza nemmeno il centro e senza nemmeno il trattino. In Italia e in Europa. Fine della questione sociale, non ci torneremo più fino all'eventuale rivolta di piazza, fino alle barricate vere.
E torniamo invece alla questione morale, che è tutt'uno con la questione sociale, con la giustizia (la legge è uguale per tutti), con la questione meridionale ( a meno che non pensiate che dobbiamo convivere con mafia, camorra e n'drangheta in tutto il paese, nei secoli dei secoli).
La Cassazione è riuscita nell'impresa di far riaprire il processo a Dell'Utri, condannato in primo grado, condannato in appello, ma ancora non definitivamente colpevole, e adesso in corsa anche lui per l'ennesima, vergognosa prescrizione
Il procuratore generale Iacoviello è arrivato addirittura a sostenere che “al reato di concorso esterno in associazione mafiosa non crede più nessuno”. Siccome le sentenze si commentano eccome , diciamo a tutti gli Iacoviello e a tutti i dotti maestri di giurisprudenza: voi sareste capaci di dimostrare, codici alla mano, che Gesù Cristo è morto di sonno. Le mafie infatti non sarebbero mafie se non godessero dei tanti, troppi, eccellenti “concorsi esterni.”.
Come quello del generale Subranni, nome sconosciuto ai più, comandante del ROS, il reparto speciale dei carabinieri,dal 1990 al 1993, che più che esterno, per il giudice Borsellino era proprio mafioso, stando a quanto confidò alla moglie poco tempo prima di essere ucciso.
E Subranni è lo stesso ufficiale che aveva avallato la pista terroristica nell'uccisione di Peppino Impastato, massacrato dal boss Badalamenti (vedi “I cento passi”).
Baciamo le mani, generale Subranni. Baciamo le mani, senatore Dell'Utri. Baciamo le mani, senatore Andreotti.“La mafia è una montagna di merda”, scriveva Impastato, e voi ci siete stati in mezzo, ci avete sguazzato alla grande.
Nessuno può negare che i boss siciliani, a partire dai Graviano, portassero i soldi al nord nella banca dove lavorava Berlusconi padre, negli anni Settanta.
Nessuno può negare che un killer come Mangano vivesse e lavorasse a stretto contatto con Berlusconi figlio, che in quel periodo poteva disporre di quantità esorbitanti di denaro che nessuno sapeva da dove venisse.
Nessuno può negare che Dell'Utri, grande manager berlusconiano, inventore di Publitalia prima e di Forza Italia dopo, fosse a stretto contatto con i principali boss di cosa Nostra dell'epoca, così come è ampiamente provato che i legami continuano per tutti gli anni Ottanta, e dovrebbero poi bruscamente interrompersi proprio quando Forza Italia conquista il potere, ma pensa un po'.
Di questi rapporti organici si perderebbe le tracce nel momento del massimo consenso politico, dovrebbe risultare chiaro che il 61 a zero di Forza Italia in Sicilia alle elezioni del 2001 è stato ottenuto in modo limpido, senza l'appoggio della mafia. L'evidenza dei fatti dimostra il contrario in modo solare.
Ma a tutto ciò “non crede più nessuno”, sostiene Iacoviello.
Dilla meglio, Iacoviè: il terzo livello non si tocca. Al massimo si può condannare uno come Cuffaro, ex governatore della Sicilia, e giusto perché è stato intercettato mentre faceva la talpa per il boss Guttadauro.
Si era distratto un attimo. E' dovuto cadere per forza, ogni tanto qualcuno deve pagare per tutti (un po' come Previti), se proprio non lo si può salvare (e Casini ci ha provato fino all'ultimo, esattamente come si era speso per Dell'Utri da presidente della Camera, anche se non lo ricorda nessuno).
Voglio vedere con che faccia i politici ricorderanno il ventennale delle uccisioni di Falcone e Borsellino. Il paese non è ancora pronto alla ribellione, ma la sfida è appena iniziata.
Cesare Sangalli