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Misery non deve morire


Le cose lunghe diventano serpi, si dice dalle mie parti. E la crisi politica italiana sembra davvero un serpente che si avvita su se stesso, mangiandosi la coda per sopravvivere.
E' un lentissimo, esasperante processo di autocombustione, ormai prossimo al nulla definitivo.
La potremmo chiamare “sindrome del Belgio”. In quello strano paese sembra che i politici si siano messi di impegno a dimostrare che avere un governo o non averlo è la stessa cosa..
In Italia le uniche novità vengono dalla strada. Dai posti dove si raccolgono le firme: per i referendum del giugno scorso, per quello futuro che mira ad abolire il Porcellum, per l'ultima iniziativa, “l'Italia sono anch'io”, cioè una legge che dia il diritto di cittadinanza a chi nasce in Italia, a prescindere dalla nazionalità e dalla “regolarità” dei genitori, e il voto amministrativo agli stranieri residenti da più di cinque anni.
L'appoggio a queste (meritorie) iniziative fotografa esattamente la situazione politica: in prima linea troviamo sempre SEL di Nichi Vendola (e Pisapia), a ruota segue l'IdV di Di Pietro (e De Magistris) , il PD contribuisce sempre stando a lato, ché non bisogna mai sbilanciarsi troppo.
Dall'altra parte, l'equipaggio del Pequod (Pdl e Lega) non riesce ovviamente ad ammutinarsi al capitano Achab, e si prepara ad una mestissima uscita di scena.
In mezzo, uno stuolo di “personaggi in cerca d'autore”, che vorrebbero galleggiare all'infinito in un paese che hanno contribuito ad affondare. La categoria si ingrossa giorno per giorno: fino a qualche tempo fa mancavano i vertici della Chiesa cattolica e la Confindustria ; ora si sono imbarcati perfino i terzisti del “Corriere della Sera”. Ci sono anche, come il prezzemolo, i radicali.
Sono stati tutti con Berlusconi, ma ora no, non si può più, pare brutto, visto che il paese affonda.
Però il male non deve morire (da qui il titolo, che riprende, solo per assonanza, un celebre thriller): deve solo “fare un passo indietro”.
Spostati, Silvio, che poi ci pensiamo noi, a sistemare le cose, sembrano dire.
Noi che ti abbiamo sostenuto totalmente fino all'altro ieri (Fini, Casini, Vaticano, Confindustria).
Noi che ti abbiamo sempre considerato normale, invitando gli altri a non “demonizzare”, ad abbandonare “l'antiberlusconismo” (Rutelli, “Corriere della Sera”, “Stampa”, Montezemolo, Monti, e tanti altri).
Noi che non abbiamo fatto la legge sul conflitto di interessi, che abbiamo mantenuto la promessa di non toccare le tue televisioni, che abbiamo accettato la spartizione della RAI, che abbiamo omaggiato Bertolaso, siamo andati in processione da Bruno Vespa, abbiamo insabbiato le inchieste sui fatti di Genova, difeso a spada tratta il TAV e per un po' anche il ponte di Messina e le centrali nucleari, chiuso gli occhi in modo bipartisan sui servizi segreti deviati (da Pollari a Mancini). Noi che abbiamo aumentato i rimborsi elettorali, i compensi dei parlamentari, i costi della politica (praticamente tutti gli altri, con qualche distinzione, con qualche eccezione, o con qualche sfumatura diversa).
Visto che si considera l'Italia un paese a memoria zero, ci tocca pure leggere Scalfari che su “Repubblica” cita addirittura Aldo Moro ed Enrico Berlinguer per rilanciare la formula della “solidarietà nazionale”, cioè l'unione di “moderati e riformisti”, per superare “l'emergenza”.
L'idea in realtà risale all'anno scorso, ed è un'idea che piace a tutto l'establishment. Solo che ora viene indicata come prospettiva politica di ampio respiro (?) e di lungo periodo (?), l'anno scorso riguardava semplicemente un eventuale governo di transizione, che in questa rubrica abbiamo definito “governo Mandrake” (vedi “Alla fiera dell'est”).
Nessuno allora (compreso Beppe Grillo) voleva le elezioni anticipate. Ufficialmente per due motivi: c'era da fronteggiare la crisi economica e c'era da cambiare la legge elettorale.
A circa un anno di distanza, la crisi economica è diventata catastrofica, e il famigerato “Porcellum” è sempre lì. Quindi le elezioni, che erano considerate un lusso che l'Italia non si poteva permettere, adesso vengono viste come una necessità. Anche a costo di votare con la vecchia legge elettorale.
Ah, questi leader. Ah, questi intellettuali. Ce ne fosse uno che si andasse a rileggere le cose scritte o dichiarate solo pochi mesi fa. Bisognerebbe costringerli, come Nanni Moretti che in “Caro Diario” rileggeva ad un critico cinematografico la recensione entusiasta di “Harry pioggia di sangue”, mentre quello si tappava le orecchie per non sentire quello che aveva scritto.
A questo punto, per paradosso e per provocazione, dobbiamo dire davvero che “Misery non deve morire”. Ci sentiamo come Totò nella famosa barzelletta di Pasquale: lui continuava a prendersi gli schiaffi “per vedere dove andava a finire”. L'amaro calice va bevuto fino in fondo (ce l'hanno fatto sorseggiare per 18 anni, che vuoi che sia qualche mese in più).
In altre parole, sarebbe davvero una beffa che la caduta del governo Berlusconi ci scippasse il referendum sulla legge elettorale, cioè l'unico modo, fino a prova contraria, di abolire il Porcellum.
Se poi i rappresentanti delle istituzioni, a partire dal tanto osannato presidente Napoletano (brava persona, per carità, ma molto sopravvalutato), riescono a trovare una formula diversa, una qualsiasi soluzione tecnica che ci consenta di votare in tempi brevi, con una legge che restituisca la scelta dei rappresentanti ai cittadini, va bene lo stesso, e pure meglio.
Solo che abbiamo qualche dubbio al riguardo. Bersani, formalmente l'oppositore numero uno, ha impiegato un anno per passare dall'incontro al ristorante con Vendola alla foto di Vasto con Vendola e Di Pietro, sempre con la promessa delle primarie. Quanto tempo gli ci vorrà ancora per avallare l'unica alleanza legittima, che ora appare vincente in tutti i sondaggi (perfino nell'ipotesi del Terzo Polo unito a Berlusconi), come scritto in questa rubrica l'anno scorso? Quanto tempo ci vorrà per indire le primarie di coalizione (anche noi le auspicavamo per gennaio, ma gennaio 2010)?
Ah, già, ma c'è il dilemma teologico se il PD deve presentare un solo candidato o di più (ora va di moda Renzi, è già scomparso Chiamparino, e quasi non si parla più del “papa straniero”, vi ricordate?). E poi c'è l'altro mistero della fede da sciogliere, se fare o meno l'alleanza con Casini & Co..
Per questa rubrica non è un problema: primarie aperte (così vince Vendola) e NO totale agli ex compari del Caimano. Ma, per non saper né leggere né scrivere, consigliamo di risolvere lo spinoso problema, se proprio non ce la fanno, come si fa sempre in questi casi, anche nell'ultima delle associazioni: votando a maggioranza all'interno del partito.
Noi cittadini continuiamo a prendere schiaffi tutti i giorni, come nella barzelletta di cui sopra. Vediamo davvero dove vogliono andare a parare, e poi cominceremo a restituirglieli uno ad uno.


Cesare Sangalli