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Mettiamo che…. (ipotetiche dell'irrealtà)


Mettiamo che questa manovra finanziaria indecente possa bastare, almeno per un po'. Mettiamo che l'Italia si fermi ad un metro dal precipizio, cioè dalla bancarotta di Stato. Che Berlusconi trovi un po' di ossigeno per prolungare l'agonia. Con l'Europa che magari acquista i nostri titoli, con i famosi mercati che frenano un po' la speculazione, con le borse (compresa Piazza Affari) che guadagnano qualche punticino. Con il presidente della Repubblica che lancia l'ennesimo appello alla “coesione nazionale” e alla “responsabilità”.
Si comincerebbe a pensare che “ je la famo anche stavorta ” (romanesco in omaggio a “ se famo du' spagh i” di Elio e le Storie Tese). La sfanghiamo, in qualche modo. L'Italia come il calabrone, che non può volare, ma lo fa, a dispetto delle leggi della fisica, l'Italia con lo stellone e il fattore C, l'Italia, il paese dove, alla fin fine, si vive meglio che in qualsiasi altra nazione. Eccetera, eccetera.
Quante persone, in questo caso, sarebbero ancora tentate di fare finta di niente, quante persone vorrebbero “patteggiare” una transizione indolore dal berlusconismo, magari con un bel “salvacondotto” per il Cavaliere, come ipotizzato da Mentana (ovviamente, distaccandosi dall'idea, perché poco realistica) e proposto da Buttiglione? Tante, tante davvero. Pronte a votare il prossimo leader che non li faccia sentire troppo in colpa per tutti i peccati commessi, prima e dopo Berlusconi (magari un leader cattolico, che lava più bianco).
Concita De Gregorio, che pure è una di quelle che crede nell'Italia migliore (quella del referendum, per intenderci) lo ha duramente ricordato nel suo commento allo show della escort Terry, a quanto pare cliccatissimo su Youtube. Il Terry-pensiero è una specie di darwinismo sociale amorale e sfacciatamente materiale: i più ricchi sono i più forti, è legge naturale, e chi vuole essere più forte non guarda in faccia a niente e a nessuno. Gli altri, restino poveri e non rompano le palle. Non sono pronti a rischiare il culo (la volgarità è obbligatoria), non hanno le palle (idem), sono al massimo sfigati invidiosi.
Sbaglia Michele Serra a ironizzare su questo approccio, dicendo in sostanza che le varie Terry sono alla fine delle povere illuse, che si vendono per poco, e presto se ne renderanno conto. Sbaglia per difetto, perché, se ci pensate, il Terry-pensiero (assai diffuso, in realtà, scrive Concita De Gregorio) rivela molto più dell'arroganza di una prostituta d'alto bordo. E' un pensiero anti-sociale.
Pensateci un attimo: non parliamo di sesso, non parliamo di donne, non parliamo di consumismo o edonismo eccessivi, non parliamo di ambizioni sfrenate, di carrierismo poco scrupoloso. E' molto di più, è un pensiero, appunto, ferocemente anti-sociale. E qual è il pensiero antisociale per eccellenza? E' il pensiero criminale.
Terry crede di stare all'Isola dei famosi (dove potrebbero tranquillamente invitarla), ma le persone che ragionano così e agiscono di conseguenza hanno, o dovrebbero avere, un altro destino: la galera.
Non dobbiamo avere paura delle parole: la galera (possiamo anche scrivere “la pena detentiva”, che suona più soft) ha come prima funzione la tutela della società: se hai disprezzo per la vita degli altri, ti metto in condizione di non nuocere.
Noi dobbiamo mettere molte persone in condizioni di non nuocere. Al punto a cui siamo arrivati, non basteranno più le dimissioni, le trombature politiche, i licenziamenti (alla Rai hanno mandato via Santoro e Dandini, forse anche la Gabanelli , mentre ci teniamo ancora i Vespa, i Minzolini, i Ferrara).
Abbiamo visto che lo scossone di Tangentopoli non è servito, troppa gente si è riciclata, e quel po' di ricambio che c'è stato è stato tutto al ribasso, sempre di più, fino a che si è perso completamente il senso del limite.
Ci fossero anche venti manovre finanziarie, ci fosse pure un'improbabilissima mini-ripresa, è davvero sciocco pensare di poter uscire da questa decadenza morale, assai peggiore di quella che portò alla fine (vera o presunta) della Prima Repubblica, senza sanzioni esemplari, senza un giudizio duro e definitivo, con conseguenze dure e definitive per questa massa di gente ignobile che pretende di governarci e di rappresentarci.
Mettiamo però che si arrivi al fallimento economico, come in tanti sostengono (per alcuni sarebbe questione di due o tre mesi, al massimo – Loretta Napoleoni docet – febbraio 2012).
Per molti, questa specie di apocalisse finanziaria sarebbe necessaria, quasi liberatoria. E' il realismo pessimista, l'altra faccia del cinismo “ottimista” di cui sopra. Il cinismo ottimista pensa di cavarsela ancora, di cavarsela a buon mercato, di sbarazzarsi di Berlusconi senza sensi di colpa, senza dover pagare alcun dazio per aver contribuito allo scempio della democrazia. Il realismo pessimista invece si aspetta una “tabula rasa” per poter ricostruire sulle macerie.
Poi c'è chi, come Valentino Parlato teme addirittura un'ulteriore svolta a destra, qualcosa di peggiore del peggio, se la situazione economica non migliora. Insomma, paura, rassegnazione, attendismo. Senza rendersene conto, alla fine parlano tutti lo stesso linguaggio, destra e sinistra, politici e tecnici, giornalisti e docenti; alcune cose le abbiamo ormai imparate a memoria (tipo: “il problema non è tanto il debito, ma la crescita”, o “l'Italia è troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per essere salvata”; oppure “la crisi è europea, o ne usciamo tutti insieme o falliremo tutti”).
Qui non leggerete mai una previsione al riguardo. Non si partecipa al toto-fallimento sull'Italia, questo ruolo lo lasciamo agli investitori, cioè agli scommettitori di professione, che poi sarebbero comunque i primi a salvarsi, in caso di catastrofe.
Riteniamo, per un minimo senso di giustizia storica, che sia impossibile non riuscire a fare cadere un governo appeso al voto di quattro parlamentari comprati; che sia impossibile non riuscire a far dimettere Berlusconi, se si stringe l'assedio, se si rende insopportabile la pressione.
In un modo o in un altro, con un voto di sfiducia o con un atto storico (perché senza precedenti) del Presidente della Repubblica, che potrebbe scattare in presenza di un altro fatto storico (perché senza precedenti): la condanna di un presidente del Consiglio in carica per corruzione (caso Mills).
Noi prevediamo, molto semplicemente, e per rispetto verso l'Italia, che si vada a votare subito dopo aver abolito il Porcellum con il referendum, quindi entro l'anno prossimo.
E che il voto popolare, insieme alle condanne dei giudici, metta gran parte degli elementi anti-sociali, con la loro mentalità e la loro condotta criminogena, in condizione di non nuocere più, mai più: fuori dal Palazzo, possibilmente in galera. I falliti sono loro, non l'Italia. Date la possibilità di esprimersi al paese, e vediamo se non sarà così.
Cesare Sangalli