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Balle d'agosto


Ci siamo. C'è voluto più tempo del previsto, ma ci siamo. Siamo all'ultima spiaggia, come anticipato nell'articolo “L'Italia e il lato B”, uscito nell'estate del 2008. Nel finale del pezzo, si diceva: “(…) prossimo bersaglio, statene certi, l'Europa…I burocrati di Bruxelles che vogliono affamare l'Italia. Ma sarà l'ultima spiaggia”.
E' divertente poter fare qualche citazione del passato, in mezzo a tanti profeti che hanno ricominciato la litania sulle fosche sorti dell'economia. Nessuno di noi ha questa pretesa, non siamo esperti di niente. Però in questi tre anni, cioè dalla grande crisi finanziaria che favorì l'elezione di Obama negli U.S.A., ci è stato detto un po' di tutto, e un po' troppo. Dovevano fallire una dozzina di stati, fra cui Ucraina, Ungheria, l'immancabile Grecia, l'Irlanda, e così via. Si sarebbero viste clamorose uscite dall'euro o dall'Unione Europea, che addirittura erano minacciati nella loro stessa esistenza. Poi l'Islanda si salva da sola, facendo una piccola grande rivoluzione democratica, e nessuno ne parla.
Allo stesso tempo, qualcuno sosteneva che la crisi in Italia non c'era, e se c'era, era comunque meno grave che nelle altre nazioni, e se anche era più grave, ci sarebbe stata sicuramente la ripresa entro il 2011.
Adesso, nel giro di poche settimane, si è passati a dire che la crisi è europea, anzi mondiale (bella scoperta), e, insomma, il miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni e il genio dell'economia Tremonti non sanno che pesci prendere.
Che tristezza che mettono, tutte queste pagine dedicate all'economia, i titoli sugli alti e bassi della borsa, termini astrusi (come “spread”, o “bund” o “tripla A”) che rimbalzano continuamente, provocando solo un rumore di fondo da cicale depresse, visto che siamo in piena estate (anzi, verso la fine). Ma veramente ci vuole un Nobel dell'economia per spiegare la situazione italiana?
Alla base di un debito pubblico che è il 120 per cento del PIL non ci sono misteri da risolvere con complicate equazioni, ma “solo” un enorme deficit di onestà ed equità. Un debito si crea quando aumentano le uscite e diminuiscono (o non aumentano proporzionalmente) le entrate.
E' un concetto elementare, che ognuno di noi impara assai presto nella vita.
In Italia, abbiamo da un lato i costi indecenti di una politica corrotta, e dall'altro una mostruosa evasione fiscale. Il classico circuito vizioso, che ha continuato imperterrito a produrre i suoi guasti, via via più grandi.
Tanto a pagare era sempre qualcun altro.
Nel presente, pagano quelli che sono fuori dal giro che conta, cioè la maggioranza delle persone, e quelli che non possono o non vogliono rifarsi a scapito della comunità o dello Stato. Nel futuro, pagheranno intere generazioni, che già adesso hanno sempre minori opportunità di lavoro/realizzazione, invece di averne di più (un paradosso, per una società che in termini reali è circa quattro volte più ricca di quella degli anni Sessanta, e ha avuto una debole crescita demografica).
In altri termini: mai crisi fu meno misteriosa di questa. E mai la soluzione è stata più limpida: un rapido e profondo ricambio della classe dirigente. In Italia come in Europa, ma in Italia sicuramente con più urgenza. Ricambio in molti casi significa semplice cancellazione: un elenco sterminato di cariche da eliminare (volevano cominciare con le province: noi abbiamo già suggerito di iniziare dalle famose Authority).
Ma quale rigore si potrebbe mai chiedere ad un ministro (Tremonti) che si fa pagare l'affitto dal suo segretario/faccendiere incriminato (Milanese)? Ma di quale economia dovrebbe occuparsi un presidente del consiglio-imprenditore, che ha già sconvolto ogni regola di mercato, con le reti Mediaset che fanno meno ascolti ma stranamente vendono più pubblicità (chissà perché)?
Quale seria legge finanziaria, quali tagli dei costi della politica dovrebbe operare un parlamento che ha ufficializzato la barzelletta di Berlusconi che crede che Ruby sia la nipote di Mubarak?
In altre parole: di che stiamo (stanno) parlando?
Davvero abbiamo bisogno di andare a chiedere a qualche agenzia di rating quale sarà la valutazione dell'Italia? Noi non ne siamo capaci? L'Italia che vediamo tutti i giorni si declassa da sola da anni. L'unica vera meraviglia, condivisa da molti, è che ancora non sia esplosa la questione sociale, almeno non in termini di guerriglia urbana.
Ma, ancora una volta: dobbiamo aspettare incendi e saccheggi, e morti e feriti, per prendere atto dell'ingiustizia, della mancanza di fiducia nei confronti di chi ci governa, nelle istituzioni? O abbiamo il diritto/dovere di mettere in stato d'accusa questa classe dirigente, che è riuscita, ripetiamo, nell'impresa alla rovescia di ridurre le opportunità di vita dopo un trentennio di crescita ininterrotta dell'economia? Un esempio per tutti: lo scandalo del numero chiuso nelle università; all'inizio degli anni Ottanta, valeva solo per pochissime facoltà ; ormai è un fenomeno generalizzato, entrato nella vita collettiva, con i maturi della classe 1992 che si apprestano a tentare anche quattro o cinque diverse prove di ammissione a facoltà diversissime fra loro, alla faccia dei talenti, delle vocazioni, delle aspirazioni, e alla fine, del merito stesso.
Questo paese ha solo una prima via di uscita dal coma, perché il cammino sarà lungo e difficile: andare a votare il prima possibile, cercando di cancellare il più alto numero possibile di chi oggi occupa (non si può usare il termine “presiede”) le istituzioni, a partire ovviamente da Berlusconi, vero incubo dell'Italia moderna.
Tutto il resto è noia, direbbe Califano, sono solo penosi palliativi. Il richiamo alla responsabilità, alla collaborazione, il governo tecnico, le larghe intese, tutta roba da mandare al macero. Un presidente della Repubblica più coraggioso di Napoletano (ci viole poco) avrebbe già fissato la data di scioglimento della Camere, lasciando i costituzionalisti a decidere se l'atto rientra o no nelle sue prerogative. Ma ora che quasi tutti i parlamentari hanno raggiunto il vitalizio, è molto più facile che la legislatura peggiore di tutta la storia repubblicana possa finalmente trovare una conclusione.
Nel frattempo, è giusto occuparsi di cose più serie, come la repressione in Siria, l'esito della primavera araba e soprattutto l'ennesima drammatica carestia che sta colpendo il Corno d'Africa.
Cesare Sangalli