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Ce n'est qu'un début (continuons le combat)


Scusate il francese (“non è che l'inizio, continuiamo la lotta”), ma il vecchio slogan del maggio del '68 sembra il più appropriato alla situazione.
Un fondamentale, liberatorio pezzo di storia è stato scritto in questo maggio 2011. Il passo successivo, imminente, riguarda i referendum del 12 e 13 giugno.
Il commento migliore alle straordinarie affermazioni di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari, per citare le più significative, lo ha fatto involontariamente P.G. Battista sul “Corriere della Sera”. Un commento creativo, visto che prospetta l'idea di un ritorno al proporzionale come soluzione eventuale della Lega per non essere travolta dalla fine del berlusconismo.
Si profilano “tempi tumultuosi”, scrive Battista, e chiude dubitando sul fatto che lo scossone in arrivo possa essere una “distruzione creativa” alla Schumpeter (che in realtà parlava, da economista, della forza del capitalismo).
Battista ha paura, in buona sostanza. Ne ha ben donde, lui e tutti gli alfieri dello status quo.
La gente che ha festeggiato in questi giorni aveva una paura opposta: che le cose potessero rimanere uguali.
La differenza, alla fine, è tutta qui. C'è chi vuole cambiare, e cambiare radicalmente, e c'è chi vuole mantenere più o meno il paese così com'è. Non c'è niente di nuovo sotto il sole, direbbe re Salomone.
Era così anche nel 1993, un anno citato spesso, anche a sproposito, in questi giorni di analisi. Ma allora si poteva ancora pensare ad una svolta tutto sommato “normale”; oggi no.
Vediamo perché.
Nel 1993, l'Italia non era messa male come oggi. Era solo in ritardo. La mancanza di alternanza al governo aveva reso stagnante la situazione, e la corruzione dilagante era anche e soprattutto frutto della totale inerzia politica (spacciata ovviamente per “stabilità”, con un ovvio “largo consenso”).
Se a governare sono sempre gli stessi, le tentazioni del potere si fanno irresistibili.
Prima di Tangentopoli, l'impunità della classe politica era a prova di bomba. Le inchieste dei magistrati accertarono per via giudiziaria la decadenza terminale della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati, che era evidente da anni. Il PCI, ormai completamente emendato da ogni possibile dubbio di legittimità democratica, avrebbe dovuto finalmente essere chiamato alla prova del governo.
La vulgata dice adesso che l'errore di Occhetto fu quello di pensare di poter vincere senza i cosiddetti “moderati” (la categoria politica più misteriosa e abusata in Italia), e quello di avere sottovalutato la forza di Berlusconi.
Sul secondo aspetto, niente da dire, ma il buon Occhetto era in buona compagnia (a partire da chi scrive, per eccesso di fiducia nel popolo italiano).
Sulla mancata alleanza con il mitico centro, la responsabilità, per come ricordiamo, fu soprattutto dei postdemocristiani di Martinazzoli, che non intendevano schierarsi né da una parte né dall'altra in un sistema maggioritario (e infatti pochi mesi dopo le elezioni del '94 si divisero, una parte con Berlusconi, l'altra con gli ex comunisti).
Ma il parallelo con il '93 non può essere del tutto calzante, perché il berlusconismo non si può mettere da parte come fosse una parentesi, un paragrafo in più di storia che si supera con un'elezione. Questo era ancora possibile, forse, nel 1993: a casa il governo, dentro le opposizioni, e via andare. Oggi ci vuole uno Tsunami. E' tutto sbagliato, tutto da rifare, come direbbe Bartali.
Non basta un cambiamento di segno politico. Occorre una rivoluzione. Gentile finché si vuole, dotata anche di ironia, ma che colpisca al cuore il Palazzo.
In questo senso l'affermazione di De Magistris a Napoli è ancora più significativa della vittoria di Pisapia a Milano, che pure ha aperto la falla più vistosa nella corazzata berlusconiana e leghista.
A Napoli infatti De Magistris ha “scassato” due volte: da un lato ha asfaltato il candidato di Cosentino, cioè della lobby legata alla Camorra; dall'altro ha seppellito la nomenklatura di Bassolino (e Jervolino), che comandava proprio dal mitico 1993.
E tornando a quella stagione, rivediamo per un attimo la foto ormai ingiallita dei vincitori della funesta elezione del 1994, che spostò clamorosamente l'asse della politica italiana verso destra: Berlusconi, Bossi, Fini, Casini. L'imperatore e i suoi vassalli. Più o meno fedeli o riottosi, ma sempre vassalli. I miracolati della stagione berlusconiana.
E' incredibile che siano ancora lì, a 17 anni di distanza. Casini si è smarcato in anticipo, col solito fiuto democristiano. Fini si è giocato un partito vero, nel bene e nel male, per stare sul palco del partito di Berlusconi, fra luci e paillettes, nani e ballerine. Alla fine ha inciso meno la sua scissione del divorzio di Veronica.
Eppure ancora si invoca la santa alleanza con loro (e con Rutelli, cioè il nulla). Che assurdità.
Dice: non vogliamo rischiare una nuova vittoria di Berlusconi. E' la quinta volta che ce lo sentiamo ripetere.
Questi sono rimasti al tempo di Prodi e dell'Ulivo. Pallidi governi moderati, divisi su tutto, incapaci di qualsiasi slancio, già ampiamente soddisfatti per l'ingresso nell'euro. Gattopardi. Senza nessuna vera visione di futuro. Aggrappati ad una squallida rendita di posizione, “perché gli altri sono peggio”. Ci hanno fatto votare i Del Turco, i Bobo Craxi, i Lamberto Dini, i Mastella, i De Mita, i Follini, per non parlare degli ultimi, i Villari, i Calearo, le Binetti (do you remember?), perché “gli altri erano peggio”, perché “le elezioni si vincono al centro”.
Be', provateci adesso. In realtà i nostri morti viventi non hanno mai smesso di provarci. Anche loro, come arma, usano la paura. Che un Berlusconi ormai vicino al delirio senile possa vincere di nuovo. Che la crisi economica (che loro hanno contribuito a creare) non si possa affrontare se non con una “Grande Coalizione”, in cui ci sia comunque un ministero a disposizione per gli amici degli amici, quelli del Terzo Polo.
Il paese nella solita “emergenza”, loro al potere. Per fare le riforme, ovviamente.
Non glielo possiamo permettere. Dobbiamo fare in modo che la fine del berlusconismo coincida con un drastico cambiamento di classe dirigente e di contenuti politici.
Perché la caduta di un regime (con tutte le virgolette del caso, ma sempre regime) chiede una rottura radicale con il passato.
Non è stato certo con il governo Badoglio che siamo usciti dal fascismo. Non abbiamo riformato la monarchia, rendendola più democratica, abbiamo creato una repubblica mandando in esilio i Savoia (punizione sacrosanta). E dopo il ventennio “macho” dei fascisti, si è dato il voto alle donne.
La fine del berlusconismo dovrà essere (e sarà) altrettanto spettacolare. Un crollo, un tramonto con colori elettrici.
Non c'è niente da salvare, di questo ventennio. Niente. Berlusconi fa bene ad avere un tono stile “Dopo di me, il diluvio”. Perché sarà proprio così. Finito lui, imploderà il PDL, che senza i soldi e le tv del Sultano non sarebbe nemmeno esistito. La Lega tornerà a essere un piccolo rabbioso partito di opposizione, aggrappato al razzismo e al localismo, poco più di un fenomeno folcloristico, quale avrebbe dovuto essere. “Destra” in Italia sarà quasi una parolaccia, “berlusconiano” diventerà un insulto.
I famosi “moderati” potranno aggrapparsi al Terzo Polo (sai che gioia), che raccoglierà gli ex, i pentiti del berlusconismo, condannati ad un'opposizione perenne, cosa che dopo l'orgia del potere (in alto) e del consenso (in basso), gli sembrerà insopportabile: è dura per i “moderati” accettare di essere minoranza, perché si nutrono di conformismo.
Verranno presi in giro come nostalgici del peggio, dovranno accettare che le loro idee erano incredibilmente sorpassate, anzi, non erano nemmeno idee (questa è la verità). L'ironia sulle “anime belle”, sui “sognatori”, sugli “eterni perdenti” della sinistra , che in questi anni è stata sparsa con una meschinità totale, con l'arroganza volgare di chi considera normale essere forti con i deboli e deboli con i forti , si ritorcerà sulle “anime brutte”, i cinici, i realisti, i tira-a-campà.
E' il pendolo della Storia. Ha ragione il cantautore Finardi: dopo circa tre decenni di grandi cambiamenti, ce ne stavano altrettanti di stagnazione. Ora la ruota comincia a girare in senso contrario. Vinciamo i referendum e daremo un'altra accelerata.
Signori, si parte: allacciarsi le cinture.
Cesare Sangalli