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Questioni di quorum



Il titolo doveva essere sulla guerra. Sull'intervento militare in Libia. E' il tema del giorno, e rischia di esserlo a lungo. La tentazione del silenzio, in questo grottesco ginepraio in cui si è infilata l'Italia, sarebbe grande.
Abbiamo appena fatto in tempo a festeggiare i 150 anni dell'unità d'Italia, che subito ci siamo ritrovati divisi su tutto, anche sul motivo del dividersi, se si sta dalla stessa parte.
Sulla Libia, Berlusconi si dissocia da se stesso, la Lega si dissocia da Berlusconi, il PD (al solito) si aggrappa all'ONU come ci si attacca al tram, si dividono perfino Rossana Rossanda e Valentino Parlato, numi tutelari del “manifesto”, lei che sembra un'Oriana Fallaci buona, lui un Lucio Caracciolo qualsiasi, pura Realpolitik (ma con più amarezza).
Ci vorrebbe Rino Gaetano: chi pensa al petrolio, chi difende la democrazia, chi teme gli sbarchi di clandestini, chi pensa ai contratti, chi odia Gheddafi, chi parla di tradimento, chi difende la pace, chi aiuta i ribelli e la popolazione civile, chi gode per l'adrenalina (i giornalisti), chi trema per le ritorsioni, chi non ci capisce niente (da Bocca a Mughini), chi guarda indifferente. Ma il cielo è sempre più blu.
Visto che un'opinione va espressa per forza, leviamoci il pensiero: l'isolamento di Gheddafi era e resta sacrosanto. In questo senso, stabilire la “ no fly zone ”, senza gli indugi a cui abbiamo assistito, era più che sufficiente. Ma se proprio si voleva neutralizzare l'apparato bellico del Raìs per evitare facili stragi di cittadini libici, 48 ore di bombe sono state fin troppe. Ergo, fermarsi subito (speriamo che sia così quando leggerete queste righe) e cercare una soluzione politica. Compreso un salvacondotto per Gheddafi: se ne andasse con la famiglia in Venezuela. Per i processi, c'è sempre tempo.
Pretendere comunque una politica estera degna di questo nome dalla Terra dei Cachi resta una chimera. In questo senso non è corretto dare tutte le colpe a Berlusconi: non ha inventato niente che non fosse già ampiamente collaudato (vedi “Com'è profondo il mare”, in archivio).
A partire dall'appartenenza, indiscussa e indiscutibile fin qui, alla NATO.
A continuare con la sudditanza nei confronti degli USA.
Per finire con l'altro pilastro della politica estera della repubblica, che avrebbe anche risvolti positivi, se non inseguisse solo i famosi “interessi nazionali”: l'Italia NON HA NEMICI.
Fedelissimi al Patto Atlantico, ma con buone relazioni prima con l'URSS, poi con la Russia (all'epoca grazie al PCI, ora ad una delle sciagurate “amicizie” del nostro improbabile premier). Amici di Israele e dei palestinesi.
Ottimi contatti (e ottimi contratti) con Libano e Siria, ma anche con la Turchia , senza tralasciare il “cattivissimo” Iran. Solidali con Bush e con Fidel Castro.
Insomma, qualcosa a metà fra la debolezza, il buonismo di matrice cattolica, la furbizia mediterranea, il pacifismo vero e quello di facciata, l'idealismo dei grandi principi (si pensi a quanti trattati internazionali sono stati firmati a Roma, compreso quello che istituì il Tribunale Penale Internazionale nel 1998) e il cinismo più spregiudicato negli affari.
L'Italia è sempre plurale nel prendere posizioni, sempre pronta a dividersi in fazioni; ma alla fine, i nostri governi si allineano quasi immancabilmente al mainstream , alla tendenza dominante, per lo più a stelle e strisce, qualche volta europea, soprattutto quando è accompagnata da un forte accento teutonico. Anche stavolta, siamo ai soliti pasticci, alle acrobazie verbali, ai bombardieri che non bombardano, ai comandanti che non comandano, ai parlamentari che non parlamentano, pronti a litigare su tutto.
Dispiace per il mondo, per i ribelli libici, tunisini, egiziani, per i tanti profughi, ma in questo momento la Terra dei cachi non riesce a fare di meglio. Si naviga a vista, ci si arrangia, si tira a campare. Per avere una politica estera un po' più seria, un po' più nobile, un po' più coerente con i principi enunciati nella nostra Costituzione dobbiamo prima sistemare le cose a casa nostra, ché siamo messi molto male.
E allora torniamo a guardare quello che passa il convento, al di là dell'ennesima, inevitabile, meritata figuraccia internazionale, che resterà tale a prescindere da qualsiasi decisione futura e da qualsiasi lettura si voglia dare di questi giorni penosi per noi, drammatici per i popoli arabi (almeno su questo ci dovrebbe essere un consenso unanime).
In attesa di vedere finalmente Berlusconi che risponde da imputato alle domande dei giudici, c'è solo un modo per uscire dall'impasse totale: con i referendum di giugno.
Si tratta di quattro quesiti fondamentali, due sull'acqua come bene pubblico, uno sull'energia nucleare (che verrebbe definitivamente messa da parte) e uno sul cosiddetto“legittimo impedimento”, che varrà come ulteriore giudizio sul governo Berlusconi (perché la Corte Costituzionale ha già eliminato gran parte di questa legge ad personam ).
Molti ne sono al corrente, ma sono molti di più quelli che non ne sanno niente. Il silenzio dei media sui referendum è stato pressoché totale. La spiegazione è semplicissima: sull'acqua e sull'energia si giocano gli interessi di gruppi economici potentissimi, multinazionali e non, italiani e stranieri (francesi in particolare), pubblici, privati e misti.
Il fronte referendario parte indubbiamente da posizioni politiche di minoranza (SEL, IdV, Federazione della sinistra, Verdi, Beppe Grillo), ma i temi possono raggiungere facilmente il consenso popolare.
In altre parole, l'esito dei referendum è abbastanza prevedibile:con ogni probabilità la maggioranza di quelli che andranno a votare sceglierà il SI.
Perché la gente non vuole speculazioni su un bene primario come l'acqua.
Perché non vuole l'energia nucleare o ne ha semplicemente paura, soprattutto dopo quello che è successo in Giappone (il risultato è lo stesso, alla fine).
Perché è stufa delle impunità di Berlusconi e della classe dirigente.
Tutto sta a raggiungere il quorum del 51 per cento degli aventi diritto al voto. Non a caso il governo si è giocato preventivamente la carta del “tutti al mare”, fissando la data dei referendum al 12 giugno.
Guardandosi bene, cioè, dall'abbinare i referendum alle amministrative di maggio, e quindi fregandosene dei maggiori costi organizzativi.
Sanno già che sul piano dei contenuti hanno partita persa, una specie di KO tecnico per “manifesta inferiorità”, come si dice nel pugilato. Puntano sul fatto che la gente non vada a votare. Che si goda la vacanza, che non si disturbi ad andare al seggio.
Poi eventualmente si dirà che gli italiani accettano la privatizzazione dell'acqua, non si oppongono al nucleare, non sono interessati ai processi di Berlusconi. Di più: si dirà che questo governo gode ancora del consenso popolare.
Se invece il quorum verrà raggiunto, e i quattro sì vinceranno, ci sarà la scossa di cui la politica italiana ha un enorme bisogno.
Il presidente Napoletano, a fronte di un così chiaro messaggio dei cittadini, una sorta di plebiscito, sarebbe assolutamente legittimato a sciogliere le camere di sua volontà, senza dover aspettare una crisi formale, affidata magari a una parte di leghisti o all' ennesimo cambio di casacca di una manciata di parlamentari del gruppo misto.
Si metterebbe fine all'agonia di questo governo indegno per un'indicazione del popolo, e su contenuti reali, importanti, di politica vera.
I referendum possono essere la nostra piccola grande ribellione al regime.
Una liberazione senza martiri, perché bene o male l'Italia è ancora una democrazia, e la nostra Costituzione sarà ancora in piedi quando di Berlusconi non si parlerà più.
Cesare Sangalli