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Costretti a vincere (alla fiera dell’est, per tre voti…)


Alla fiera dell’est (Montecitorio), per tre voti, come previsto il Caimano durò.
Nel clima da derby che si era creato in un mese di attesa (grazie, presidente Napolitano), incassare la vittoria all’ultimo minuto di Berlusconi fa male, inutile nasconderlo. Ma l’esultanza della “curva sud” formata da berlusconiani, leghisti e transfughi, sa tanto di effimero e di eccessivo. E’un po’ come se il Titanic avesse evitato l’impatto con la parte emergente dell’iceberg, senza considerare la parte sommersa che farà affondare la nave.
Fuori di metafora, la parte sommersa dell’iceberg stava intorno ai palazzi del potere.
Ora, i media possono concentrarsi sulle auto incendiate, i lacrimogeni e gli scontri fra polizia e manifestanti, e i commentatori formulare tutte le ipotesi sull’origine della violenza, ma il risultato non cambia: le condizioni della scuola pubblica e delle università, dell’Aquila, di Terzigno, dei disoccupati e dei precari (poliziotti compresi) sono lì, a gridare insieme che il re è nudo.
Hai voglia ad applaudire il Caimano, a rimarcare più o meno compiaciuti la sua capacità di resistere (e ti credo: il suo non è un governo, è un regime), ad allontanare l’incubo della resa dei conti.
L’Italia non resterà a lungo avvinghiata alla trave che la trascina a fondo. La metafora è del cardinale Martini, e risale a diversi anni fa: descriveva la condizione dell’uomo moderno, con grandissima efficacia.
Il paradosso è che evitare le elezioni (vedi puntata precedente) sembra essere l’obiettivo di tutta l’opposizione. L’agognato governo di transizione, la formula magica che ci porterebbe fuori dalla crisi e dal berlusconismo in pochi mesi, avrebbe dovuto reggere su un numero di voti insufficiente anche per far passare la mozione di sfiducia.
Proviamo anche ad ipotizzare che alcuni dei venduti, uno Scilipoti o una Polidori qualsiasi, per un malore improvviso o un rigurgito di coscienza (le due cose avevano la stessa probabilità) avessero fatto passare la sfiducia, con conseguente caduta di Berlusconi. Ci sarebbero state scene di giubilo, spumanti stappati (noi per primi) e tutte le feste varie ed eventuali. Ma dopo? Chi mai sarebbe stato in grado di fare un governo e avere la fiducia (o almeno la non sfiducia) in Parlamento (Camera e Senato)? Nemmeno il mago Mandrake.
Eppure, insistendo nell’elucubrazione (cioè l’ipotesi più gettonata da illuminati esponenti politici e autorevoli commentatori), ammettiamo che questo eventuale governo Mandrake riuscisse a insediarsi a Palazzo Chigi: che cosa mai avrebbe potuto fare? Al massimo una nuova legge elettorale (e già sarebbe stato un miracolo), e una gestione alla meno peggio dell’economia.
In termini di tempo, un anno sarebbe già stato tanto (vedi precedente di Dini). Poi si doveva tornare alle urne, in ogni caso. E Berlusconi sarebbe stato comunque lì, con tutte le sue televisioni, i suoi giornali, il suo impero, maledicendo tutti i giorni il “ribaltone”, e cercando di scaricare tutte le sue precedenti colpe sui poveri malcapitati di turno, su Mandrake &Co., sostenuti dal fronte eterogeneo di oppositori e “traditori” in Parlamento, cioè da PD, Di Pietro, Fini e Casini, che sarebbero stati presentati (paradossalmente – per i mentitori di professione - con una buona dose di verità) come incapaci di costruire un’alternativa.
A quel punto, l’incubo dell’ennesimo ritorno (di un morto vivente) sarebbe ancora più probabile. Perché la rabbia ( e di rabbia in Italia ce ne sarà ogni giorno di più) si scatena contro chi è al governo, non con chi è all’opposizione.
Al contrario. Berlusconi deve apparire per quello che è: arroccato al potere, incapace di qualsiasi altra cosa che non sia la sua sopravvivenza e quella dei suoi accoliti, la continuazione degli interessi del suo impero.
Esattamente la situazione attuale.
L’unica prospettiva, se così si può definire, per questo governo, l’ha descritta Belpietro su “Libero”: riuscire ad imbarcare Casini con la promessa che sarà lui l’erede universale, il successore designato di Berlusconi a fine legislatura. Ma Casini sa benissimo quanto valgono le promesse di Berlusconi, e sa quanto sarà difficile ottenere la conferma per tutti quelli che hanno portato il paese allo sfascio. Infatti ha già risposto picche.
Molto meglio puntare sul Terzo Polo, che sarà salvo (magari all’opposizione, ma salvo) quando il regime di Berlusconi cadrà.
Quindi bisogna prepararsi alle elezioni. Il tempo di sicuro non lavora per il Caimano, questo lo hanno capito più o meno tutti. E non lavora neppure per la Lega (lo abbiamo già scritto, lo ripetiamo), perché dovrebbero riuscire a fare adesso, in condizioni di debolezza, quello che non sono riusciti a fare in circa otto anni, in condizioni di gran lunga migliori. I notisti politici, con la solita sconcertante superficialità, ripetono da mesi che la Lega dovrebbe “incassare il federalismo” e poi andare al voto. Come se fosse un semplice provvedimento legislativo, una cosina da niente. Azzardo per azzardo, farebbero bene ad ottenere le elezioni oggi, anzi ieri. Ogni giorno che passa, per loro è un giorno perso.
E veniamo alla mitica opposizione. Non certo quella di Fini (o di Rutelli, o di Casini), delle cui sorti non ce ne può fregare di meno, come dei posizionamenti politici puramente virtuali (il centro, la destra e altre cazzate varie).
Anche su questo fronte, niente di nuovo. Siamo esattamente dove eravamo cinque mesi fa, quando Fini ha iniziato la diaspora. Con il PDL in caduta verticale di consensi ( è bene avere sempre presente che l’anno scorso, anche se sembra passato un secolo, i sondaggi pre-elezioni europee davano il PDL oltre il 40 per cento; ora stanno al 26: ci rendiamo conto?). E con la Lega in leggero aumento (mai più del 12 per cento, comunque).
Vendola ha dichiarato allora la sua candidatura, come leader di una coalizione naturale PD-IDV-SEL. Che al momento sta alla pari, anzi in leggero sorpasso sull’accoppiata Lega-PDL. Di nuovo: lo abbiamo già scritto due mesi fa.
Questo per dire che si è perso solo del tempo prezioso, inseguendo ipotesi del tutto irrealistiche. Certo, per i tantissimi parlamentari che cercano altri lauti stipendi e soprattutto l’agognato vitalizio, questo tempo (e il prossimo) è tutto guadagnato. Per la Terra dei cachi un po’ meno.
Ergo, se davvero Bersani & Co. hanno a cuore l’interesse del paese (almeno un po’) facciano l’unica cosa seria da fare in queste condizioni: si preparino ad affrontare le elezioni e a impegnarsi al massimo per vincerle, con il Porcellum, ché tanto una legge elettorale diversa è una chimera. Anzi, non sarebbe affatto sorprendente se Berlusconi e soci, percependo che con la legge porcata di Calderoli il rischio di perdere è troppo alto, fossero i primi a proporre l’ennesima soluzione elettorale personalizzata.
La storia elettorale insegna comunque che, per quanto machiavellici siano i meccanismi di voto, alla fine vince chi prende più voti (guarda un po’ cosa siamo ridotti a ricordare). E se non si crede possibile che gli italiani possano votare in maggioranza un’alternativa antiberlusconiana, allora si può anche smettere di fare politica e aspettare che la morte si porti via “il bue, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane…” (“Alla fiera dell’Est”, Angelo Branduardi).
Bersani dunque deve assumere davvero l’iniziativa (cosa che sembra inaudita, nella Terra dei Cachi), lanciare definitivamente la coalizione (così la smettono, forse, di parlare di fuffa), fare le primarie con l’impegno solenne di sostenere fino in fondo chi viene scelto dal popolo del centrosinistra (Vendola, ma anche Bersani o chi per lui), e concentrarsi poi su tutto il resto, altrettanto importante. Cioè sugli uomini, da selezionare al meglio, possibilmente con primarie, di collegio, di lista o quello che è. Sui contenuti, ché non sembra così difficile: Vendola ne propone alcuni, semplici e chiari, Di Pietro altrettanto, il PD quasi nessuno, (a parte l’elenco letto da Bersani a “Vieni via con me”, che è già qualcosa, un utile ripassino) e quindi non è un problema.
Last but not least, puntare su comunicazione e immagine (in questo lo staff di Vendola è di gran lunga il migliore).
Partire subito, a gennaio. Perché in ogni caso è una questione di mesi (tre, sei o dodici non fa differenza, al 2013 questo governo non ci arriverà mai). Perché, semplicemente, non c’è nessun’altra alternativa. Sono costretti a farla loro l’alternativa, e a farla presto, per il bene dell’Italia. Senza giochini (Vendola direbbe “politicismi”), senza troppe ambiguità, distanziandosi il più possibile dallo spettacolo offerto in questi giorni (che perfino la bravissima Barbara Spinelli ha negato che sia stato “ridicolo” e “provinciale”: poveri intellettuali, come stanno combinati) e dai penosi teatrini del talk show. Siamo costretti a vincere. Buon Natale e buon anno a tutti gli uomini di buona volontà.
Cesare Sangalli