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I due Marcelli e Ponzio Pilato


Sul fatto che l'Italia ai mondiali in Sudafrica abbia fatto schifo, probabilmente c'è il cento per cento di consenso (anche se poi un Mughini che sottilizza e distingue si trova sempre). E' uno dei pregi del gioco del calcio, è una delle ragioni del suo fascino: un po' di chiarezza, in questo mondo così ambiguo. Marcello Lippi è stato pesantemente contestato, probabilmente non si farà vedere troppo in giro per un po' di tempo.
Mentre i “nostri eroi” del pallone si dileguavano nelle loro vacanze, un altro Marcello, Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi e inventore con lui di Forza Italia, affrontava una partita importante, quasi decisiva: il processo di appello per mafia (per i fini giuristi: concorso esterno in associazione mafiosa).
I giudici di Palermo lo hanno condannato a sette anni. Lui ha commentato che si tratta di una sentenza “pilatesca”. Cioè alla Ponzio Pilato. Una sentenza a metà, perché in primo grado gli anni di condanna inflitti erano nove, e perché “dopo il 1992 il fatto non sussiste”. Cioè un po' colpevole e un po' innocente. Il Tg1, che è riuscito nell'impresa di dare la notizia come seconda, aprendo sui funerali di Taricone, fa iniziare il servizio (firmato da Grazia Graziadei) con il giudice che pronuncia la parola “assolto”. Solo con molta pazienza, e conoscendo un po' i fatti, lo spettatore poteva capire qual era la sentenza.
Piano piano, il richiamo a Ponzio Pilato è diventato pertinente. Perché, se è vero che Pilato in qualche modo si rifiuta di condannare Gesù, visto che i capi di accusa gli sembrano irrilevanti, vuole comunque capire chi è l'uomo che gli sta davanti. I vangeli sono laconici al riguardo, perché Gesù, giustamente, si rifiuta di argomentare, di spiegare, di difendersi.
Un grande esperto di diritto come Zagrebelsky dice che è l'atteggiamento di chi detiene la verità, perché “la verità non si processa”. E nel famoso dialogo ripreso da Bulgakov nel “Maestro e Margherita”, il nervoso Ponzio Pilato, appesantito da un micidiale mal di testa, chiede quasi ossessivamente: “Che cos'è la verità”?
Ma allora non sono i giudici di Palermo a interpretare il ruolo di Pilato. Siamo noi. Lo ha ripetuto il procuratore Ingroia qualche tempo fa: “Si tratta di vedere se il paese la vuole conoscere, la verità”.
La solenne risposta degli italiani, per il momento, è “NI”.
Tutto sommato non era così diverso per la nazionale di calcio. Sarebbe stato interessante vedere gli sviluppi, se lo sciagurato Pepe avesse segnato il gol del pareggio contro la Slovacchia , all'ultimo secondo.
Qualificati per un pelo, per differenza reti, sulla Nuova Zelanda (!). Poi magari un ottavo di finale con l'Olanda, che con una buona dose di fortuna forse avremmo potuto trascinare ai rigori, o perdere di misura, giocando male come facciamo quasi regolarmente da quattro anni. Insomma. Lippi & Co. se la potevano anche cavare, per il rotto della cuffia, evitando almeno il disastro sportivo. Saremmo usciti così, senza troppo clamore, un po' come l'Italia di Bearzot campione del mondo quattro anni dopo: in fin dei conti, solo il Brasile è riuscito a vincere due volte di fila un mondiale. E tutto sommato, nessuno riponeva grandi speranze in questa squadra.
Ma Lippi non è uno che esce in punta di piedi. Gli piace giocare all'eroe solitario, al bastian contrario. Aveva ammonito tutti quanti: “Nessuno salirà sul carro dei vincitori, stavolta”. Ammazza, che fegato. Come se nel 2006 avesse avuto l'Italia contro. Come se fosse stata lesa maestà avanzare qualche dubbio sull'opportunità che lui restasse al timone della squadra dopo Calciopoli.
Ora, è chiaro che non si cambia l'allenatore a mondiale praticamente iniziato. E' altrettanto chiaro che l'Italia di Lippi ha dimostrato grande orgoglio, carattere e compattezza di squadra. E nonostante la disfatta sudafricana, Marcello Lippi resta, tecnicamente parlando, un ottimo allenatore.
Ma il suo atteggiamento da uomo schietto, antipatico proprio perché dice pane al pane e vino al vino, da toscanaccio che unisce il coraggio al grande orgoglio, che ama sfidare i giornalisti o i tifosi (invitati ad andare a lavorare dopo i fischi di Parma) è una pura illusione ottica.
Perché Marcello Lippi è un uomo dell'establishment che più establishment non si può. Superprotetto e super raccomandato. Citato già due volte in questa rubrica, e non per gli scudetti vinti o il gioco espresso dalle sue squadre (vedi “la 25a ora” e soprattutto, “Palla prigioniera”, scritto e pubblicato molto prima di Calciopoli).
Il paese vuole sapere la verità su Lippi? Be', qualcuno gli chiedesse come ha fatto per tre anni a non accorgersi dei farmaci che i suoi giocatori usavano. Che giurasse di non aver mai sentito parlare di eritropoietina, per cui il dott. Agricola, medico della Juventus, venne condannato in primo grado. Oppure che non sapeva che il medico olandese ingaggiato alla Juventus nel 1994 era stato radiato dalla federazione internazionale di atletica leggera per uso di doping.
Che non conosceva i metodi di Moggi, già squalificato per aver pagato le prostitute agli arbitri quando stava al Torino, e di Giraudo, coinvolto pure in Tangentopoli..
Che non si è adoperato per far entrare il figlio Davide nella Gea, la società di procuratori che stava conquistando il mercato di giocatori e allenatori, con i figli di Carraro, di Cragnotti, di Tanzi, di De Mita, di Geronzi. Scandite i loro nomi, come una formazione di calcio. Carraro, Tanzi, Cragnotti, De Mita e Geronzi.
Uno in galera (Cragnotti), l'altro agli arresti domiciliari (Tanzi), uno sotto processo (Geronzi), l'altro miracolosamente salvato da Calciopoli (Carraro): alla fine, il più cristallino è Ciriaco De Mita, che fece pure condannare Montanelli per averlo definito “boss”.
Tutto iniziato sotto la benevola protezione degli Agnelli, oggi tanto rimpianti: però mica li ho chiamati io Moggi e Giraudo a dirigere l'amata Juventus, che non vinceva un bel nulla da quasi un decennio.
Lippi può stare tranquillo. Noi non accettiamo di perdere con la Slovacchia e arrivare dietro i semiprofessionisti della Nuova Zelanda, ma certe cose è meglio non dirle, non ricordarle mai.
Anche perché magari uno poi si va a ricordare che il “nuovo” allenatore della Juve, Del Neri, chiamato dalla “nuova” presidenza Agnelli per iniziare il “nuovo” corso della “nuova” squadra torinese, è in realtà un vecchio uomo della Gea. Uno che soffiò misteriosamente il posto a Zeman, reduce da un' annata sensazionale a Lecce, sulla panchina del Palermo nel 2005, ad accordo quasi concluso (vedi “Palla prigioniera” in archivio).
Da allora, per l'uomo più coraggioso del calcio italiano (non a caso è di Praga) solo panchine di serie B, magari prese in corsa, e ora nemmeno quelle, niente di niente, a parte i complimenti di Moratti.
Ma il calcio, in fin dei conti, è un gioco, e come dice Bennato, “ogni favola è un gioco, ed è vera soltanto a metà”.
Torniamo quindi all'altro Marcello, Dell'Utri, e alla voglia di verità della Terra dei Cachi.
Primo consiglio: mandate a quel paese il linguaggio giuridico, i tecnicismi, che metà Italia adora perché è terrorizzata dalla verità. Solo a dire “concorso esterno in associazione mafiosa” si entra in confusione, quando invece il concetto, dietro parole così asettiche, è chiaro anche ad un bambino (meno male che c'è Marco Travaglio, che ce lo ricorda quasi con furore pedagogico, assolutamente necessario).
E cioè: la mafia, se non fosse strettamente legata alle istituzioni, al potere politico e a quello economico, sarebbe solo un'organizzazione criminale come tante.
Quindi, da un lato ci sono i cattivi ufficiali, quelli che il governo si vanta di catturare come non mai in precedenza (per questo applausi a Maroni, comunque). Poi però ci sono gli anelli di congiunzione, quelli che hanno permesso alla mafia di farsi sistema, di diventare “intra-stato” (secondo la definizione di un giudice calabrese) più che “anti-stato”, come si dice comunemente.
E' solo grazie a loro che la mafia si fa invincibile, è solo grazie a loro che la mafia può arrivare ad uccidere impunemente giudici, poliziotti, giornalisti.
Marcello Dell'Utri è uno di questi. Senza se e senza ma. I suoi legami storici con la mafia sono stati dimostrati in lungo e in largo, da una mole di fatti e di testimonianze. Non è più ammesso avere dubbi al riguardo, perché il terzo grado di giudizio non può cambiare il merito della sentenza di appello.
In realtà, lo sapevamo già tutti. Ma metà della Terra dei cachi fa come la Bella Addormentata nel bosco. Si sa, la verità fa male.
Magari ci fossero ragazzini che chiedono ai genitori: “Ma perché continuate a votare un partito fondato da un alleato della mafia?” Magari ci fosse una Slovacchia che ci costringe a vedere quanto facciamo schifo.
Dice Diamanti, il sociologo: ma la nazionale non corrisponde alla nazione. E' vero. La nazione sta messa molto peggio.
Cesare Sangalli