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In principio fu l'acqua



Chissà perché, quando l'Italia gioca ai mondiali, il paese sembra dare il meglio di sé. A quanto pare, verso gli ottavi di finale (quest'anno vergognosamente mancati, ma sul punto ritorneremo nel prossimo articolo).
Quattro anni fa, il popolo sovrano respinse il maldestro e subdolo tentativo di stravolgere la Costituzione proprio mentre sembravano tutti persi per Cannavaro & Co. Oggi che l'assalto alle fondamenta della Repubblica viene reiterato, nel bel mezzo della tristissima avventura sudafricana della nazionale di calcio, c'è chi fissa di nuovo la linea della difesa a oltranza, la linea Piave, e chi già sta contrattaccando in modo vincente.
Se è vero il mito (e in buona parte lo è, a prescindere dal calcio) degli italiani che vengono fuori nel momento più duro delle difficoltà, allora la resistenza sul fronte sociale e su quello morale è già il segno dell'Italia prossima ventura. E c'è già chi sta partendo per il clamoroso contrattacco, il contropiede che coglie impreparato l'avversario e lo mette in ginocchio.
Stiamo parlando di tre temi: il referendum di Pomigliano D'Arco, la battaglia sulla legge-bavaglio, detta anche “sulle intercettazioni” o semplicemente “ddl Alfano” (e fin qui siamo alle barricate, al catenaccio, al “non passa lo straniero”). Ma poi c'è anche la proposta di referendum sull'acqua bene pubblico, che ha raggiunto il milione di firme, e che promette di essere l'inizio dell'attacco che buca la rete degli avversari, a sorpresa, e li schianta quando si sentivano ad un passo dalla vittoria finale.
L'offensiva sul lavoro (cioè contro i diritti dei lavoratori) è stata, negli ultimi 15 anni, massiccia, sistematica, continua. Hanno attaccato sulle fasce laterali e al centro, con fraseggi brevi e con lunghi cross, di forza e di astuzia. Abbiamo incassato una serie di gol che avrebbero abbattuto qualsiasi squadra.
Con raffinate analisi, con urla di emergenza, con il duro realismo delle cifre; oppure con promesse vane, illusioni ottiche, incredibili ipocrisie e artifici dialettici (dalla “flessibilità” agli “esuberi”, dai “contratti a progetto” alle “collaborazioni”) ci hanno portato a pensare che la pensione era un lusso, che il posto fisso era una chimera, che lavorare 35 ore a settimana era una barzelletta, che avere un figlio era insostenibile, che ammalarsi era un capriccio, e , last but not least , che scioperare era un atto eversivo.
Sono 15 anni (e passa) che le grandi imprese, i grandi gruppi finanziari, le grandi banche (che poi sono molto spesso la stessa cosa) aumentano il loro potere e, grazie ad un giornalismo sempre più prono, la loro arroganza, che fa tutt'uno con l'incredibile faccia di bronzo.
Il caso di Pomigliano d'Arco è emblematico, al riguardo. Soprattutto sul lato della comunicazione. Quale messaggio ci è strato trasmesso, in buona sostanza, dai media? Che in un momento di grave crisi, il bravissimo Sergio Marchionne, capace negli anni scorsi di salvare la Fiat che tutti davano per spacciata, è disposto a portare in Italia la produzione della Panda già avviata in Polonia, garantendo la sopravvivenza dello stabilimento di Pomigliano.
Ovviamente, in cambio di questo atto salvifico (i super manager non si accontentano di essere super ricchi, devono anche sentirsi missionari), la Fiat chiedeva alcune concessioni. Maggiore produttività, contenimento o riduzione dei salari, flessibilità degli orari? No, tutto ciò è ormai scontato. Si chiedeva di rinunciare praticamente al diritto di sciopero. Di sospendere quindi la Costituzione. Magari solo per un po' di tempo, finché dura l'emergenza, e solo nel caso di Pomigliano, non a Torino o a Melfi o a Termini Imerese, che verrà chiusa. Con il classico invito ad “abbandonare le posizioni ideologiche”, in nome del realismo che difende il lavoro reale e non i principi astratti. Intanto si crea il varco, l'eccezione che poi diventerà regola.
Non a caso hanno voluto a tutti i costi un referendum, così da legittimarsi a futura memoria (“sono gli stessi operai che hanno scelto l'accordo”).
Non si accontentano di continuare a fare i loro interessi, di essersi arricchiti scandalosamente (proprietà, management, banche e azionisti), vogliono pure il consenso, ovviamente sotto ricatto (“se non accetti, torno in Polonia). Perché sanno che, pure in una democrazia malandata come la nostra, il consenso conta.
Invitano a mettere da parte le “posizioni ideologiche” solo perché vogliono affermare la loro. Che è molto semplice, di stampo squisitamente fantozziano: gli operai (ma vale per tutti i lavoratori dipendenti) che non ci stanno sono cattivi operai, sono fannulloni, gente che “sciopera per guardare la partita dell'Italia”, come si è permesso di dire Marchionne.
Non gente che si suda un salario gramo e falcidiato da tutti (le banche, il governo, la grande distribuzione), non padri di famiglia che stanno rinunciando ogni anno a qualcosa per campare dignitosamente la famiglia, non cittadini abbandonati da tempo da una classe politica corrotta e da un sindacato in buona parte venduto al sistema.
Dovrebbero pensare, come Fantozzi, che “ci fanno lavorare perché sono buoni”. Ma come Fantozzi dopo aver letto “Il Capitale”, hanno capito che “lo abbiamo sempre preso nel culo”.
Non c'è una vera differenza fra il 37 per cento che ha votato NO all'accordo e il 63 per cento che lo ha accettato, consapevole del ricatto. Il giochino del plebiscito, del consenso-delega in bianco, simile a quello che Berlusconi insegue da sempre, semplicemente non ha funzionato.
Un governo normale non lo avrebbe mai permesso, un governo normale avrebbe ricondotto Marchionne e compari a più miti consigli, perché si è permesso parole da boss, non da imprenditore.
Ma il governo, questo governo, che i giornali dell'establishment, a partire dal Corriere della Sera, sognano guidato dal solo Tremonti per non avere l' imbarazzo provocato da Berlusconi e dalle sue tentazioni sultanesche, rilancia, scavalcando a destra (se così si può dire), i vari Marchionne, Marcegaglia & CO.
Addirittura mettendo in discussione l'art. 41 della Costituzione.
L'articolo, con sfrontatezza cattocomunista, sostiene che la libera impresa non deve avvenire a scapito del bene collettivo, dell'interesse sociale. Davvero diabolici, questi padri costituenti.
Il solito Bersani e il solito centrosinistra alla camomilla (perché ampiamente asservito all'establishment, quando non ne è parte integrante) ripetono ogni volta che “l'Italia ha altri problemi”, che fa tanto pop, e suona bene in televisione.
Non è vero. Qui non è solo questione di come affrontare la crisi, con relative dispute dei tecnici e dei sedicenti esperti (a partire da Tremonti, che ancora viene spacciato come genietto dell'economia). Qui c'è un attacco che vorrebbe essere finale al modo di vivere insieme disegnato con idealismo e saggezza dai veri padri della Patria. Qui c'è in gioco la sopravvivenza dell'Italia repubblicana.
La gente comincia a capirlo, e anzi, lasciata sola da gran parte della classe politica, da sola si difende e contrattacca, come ha fatto al referendum del 2006 (vedi “Indietro, Savoia”).
Lo si vede dal consenso che si sta creando sui referendum per l'acqua bene pubblico.
Attenzione: non si tratta soltanto di abrogare la legge varata da Berlusconi e soci che addirittura IMPONE la privatizzazione, obbligando le amministrazioni pubbliche a diventare minoranza azionaria nelle società miste entro il 2012. Per questo basta il primo quesito, sul quale c'è il consenso generale del centrosinistra, dal PD all'IDV.
Ma con il secondo e terzo quesito si punta ad abrogare la legge (approvata anche dal centrosinistra) che ha aperto la strada ai privati nella gestione dell'acqua, con conseguenze nefaste nel presente (bollette più care e minori investimenti) e terrificanti in prospettiva.
L'acqua deve essere un bene pubblico, gestito pubblicamente, e gestito bene, nell'interesse di cittadini, che non sono più disposti a stare a guardare e non disturbare i manovratori, cioè il grande capitale e i politici subalterni.
Se l'establishment della Terra dei Cachi perde questa sfida (e la perderà), sarà fissato un punto di non ritorno, un'inversione a U, un'uscita dal tunnel. Come un fantastico gol segnato in contropiede, di quelli che lasciano i difensori in ginocchio e i portieri affranti, di quelli che segnano il resto della partita, di quelli che portano in cielo.
Cesare Sangalli