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And the winner is…. (cercasi rivoluzione disperatamente)


Un allenatore di una squadra dilettante diceva ai suoi giocatori, prima di una partita decisiva: “Ragazzi, qui o si vince o si perde; o si pareggia”. Un po' di ironia, sul tema delle elezioni, è doverosa. Perché è bene ricordarsi che le cose importanti avvengono prima e dopo le elezioni, mentre il pathos dei nostri rappresentanti è massimo solo al momento del famoso “responso delle urne”. Un responso un po' sibillino, anche se tutti sostengono che il messaggio degli elettori è stato chiarissimo.
Per parlare solo in termini di vittorie e sconfitte, il linguaggio del calcio resta il più adatto. Riprendiamo una metafora già usata in “Good morning, Italia”, parlando del no al Lodo Alfano: per l'opposizione le elezioni sono state un pareggio in casa..
Ora, è chiaro che nessun tifoso può essere veramente contento di un risultato del genere. Ma anche il tifoso, se mastica un po' di calcio, sa capire quando un pareggio in casa può anche essere tutto sommato apprezzabile. Per esempio, se la squadra che hai di fronte (il PDL) è considerata da tutti più forte, tanto che solo nella stagione precedente non ci sarebbe nemmeno stata partita.
Per esempio, se vieni da un periodo negativo, con cambi in serie di allenatori (Veltroni, Franceschini, Bersani), ristrutturazione societaria (il PD è nato tardi e male), polemiche fra i giocatori (Bonino contro ex margheritini).
Per esempio, se disponi di un solo vero fuoriclasse (Nichi Vendola), e di qualche discreto giocatore e basta (Spacca nelle Marche, Lorenzetti in Umbria).
Oltre tutto, anche se in tanti fingono il contrario, la squadra avversaria usa il doping (il potere e la ricchezza di Berlusconi) e ha gli arbitri a favore (quasi tutto il sistema dell'informazione), tanto che negli altri campionati non si giocherebbe nemmeno, in quelle condizioni.
Certo, la squadra più forte ultimamente era in grave difficoltà, e perciò era lecito aspettarsi di più. Ma è anche vero che ha avuto una discreta dose di fortuna (vittorie al fotofinish in Lazio e Piemonte). Fine della metafora calcistica, e dei discorsi stucchevoli su chi ha vinto e chi ha perso (il centrosinistra ha pure vinto, in questi 15 anni, ma non è cambiato niente).
Veniamo invece ai contenuti, i grandi assenti di questa elezione, i grandi assenti di sempre. Stando ai numeri, ci sono solo tre dati che sono effettivamente “storici”, aggettivo inflazionato nel paese in cui non si muove niente (per Pansa questa elezione segna addirittura l'inizio della Terza Repubblica: e vai col trombone).
Intanto, si è registrata la più alta astensione elettorale di tutti i tempi.
In secondo luogo, il PDL segna il suo minimo storico (sotto il trenta per cento) anche e soprattutto se consideriamo la somma dei voti di Forza Italia e AN da quando esistono. Ricordiamo che nel 1994 (elezioni europee) Forza Italia il 30 per cento lo prendeva da sola. Ricordiamo anche, tanto per avere un quadro corretto della storia, che nel 1994, inizio ufficiale dell'era Berlusconi, il PDS di Occhetto stava al 17 per cento, e i popolari, futuri alleati, al dieci. Per i primi, il 45 per cento era un obiettivo a portata di mano; per i secondi, si poteva aspirare al massimo al 35 per cento. Ora sono grosso modo alla pari, e scusate se è poco.Questo significa molto semplicemente che il berlusconismo è in crisi evidente (e vorrei vedere), e sta in
piedi a forza di lifting, flebo e viagra (il doping mediatico di cui parlavamo). Semplicemente, Berlusconi & C.
non hanno nessun progetto politico, rappresentano solo la promessa di conservazione perenne dell'Italia edonista e consumista degli anni Ottanta, ancora più sfacciata, ancora più impunita, sicuramente molto più diseguale, sicuramente molto più inquinata e stressata, e adesso, per la prima volta, anche un po' più povera (e questo, per la loro mentalità, è il vulnus più letale).
Il terzo elemento storico riguarda l'apparizione politica del movimento di Beppe Grillo. Si potrebbe obiettare che è un dato molto piccolo, e che per la prima volta abbiamo presidenti di regione della Lega (dato enfatizzato fino al parossismo). Ma la Lega esiste da oltre vent'anni, e in fin dei conti stava già su queste cifre di consenso nel 1994. E noi stiamo parlando di contenuti, al di là delle cifre. Il contenuto “nuovo” della Lega è tutto legato al fenomeno dell'emigrazione (che non era quasi percepito in Italia, negli anni Ottanta) cioè, nella loro visione, al tema dell'insicurezza, della paura del diverso, fantasmi agitati ad arte come nel resto d'Europa. Nessuna sorpresa, quindi, semmai è strano invece che non avessero imposto prima i loro candidati.
Ricapitolando: astensione record; minimo storico del partito di Berlusconi, cosiddetto “dell'Amore” (a pagamento); comparsa del Movimento a Cinque Stelle.
Tre elementi che dicono una cosa sola: per quanto la Terra dei Cachi sia una nazione decisamente anzianotta, con tempi di reazione rallentati (vedi “Un Lodo alla gola” e altri commenti), si è stancata (forse non ancora abbastanza) di assistere alla replica dello stesso (brutto) film (Vendola direbbe “narrazione”).
Berlusconi, che rappresentava la “nuova” Italia consumista, edonista, tendenzialmente apolitica degli anni Ottanta, gli anni del cosiddetto “riflusso” e della crisi (poi fine) delle cosiddette ideologie, adesso rappresenta la conservazione più pura. Sarà sempre più difficile trovare un giovane berlusconiano: le due cose diventeranno (se non sono già) una contraddizione in termini. Resiste ancora, per il momento, il mito “tronisti e veline”, ma sul vuoto non si costruisce futuro, e le nuove generazioni, abbandonate dagli adulti, lo sanno.
Beppe Grillo parla di nuovi contenuti: energia pulita, mobilità alternativa, ciclo virtuoso dei rifiuti, acqua bene inalienabile, banda larga gratuita. Non è importante lui, ma quello che dice, anche quando lo dice male. E' importante per esempio dimostrare che si può essere eletti anche spendendo un decimo di quello che spende la partitocrazia. Questa è politica, è partecipazione.
L'unico che lo ha capito da tempo è Nichi Vendola, che purtroppo è zavorrato da una classe politica pugliese che non è nuova affatto, e che si è rinnovata pochissimo anche in questa tornata elettorale (è bene ricordarlo ora, prima di spiacevoli sorprese). Perché esiste ancora il voto clientelare, esiste il voto mafioso, esiste il voto di scambio. Ergo: la questione morale non si può aggirare, e ogni compromesso prima o poi si paga (e questo vale anche per il “giustizialista” Di Pietro).
Se quindi il paese comincia a essere stanco dell'esistente, e a cercare contenuti diversi, la famosa alternativa non può che prevedere alcuni temi ineludibili, e ognuno li può mettere nell'ordine che crede, tanto vanno tutti insieme, allo stesso grado di importanza tattica o strategica.
Primo tema. La caduta di Berlusconi e la fine del berlusconismo (cioè legge sul conflitto di interessi e riforma di tutto il sistema televisivo-altro che par condicio -).
Secondo tema. Una politica ambientale radicalmente diversa , a partire da energia, acqua, rifiuti, tutela del territorio Terzo tema. Un nuovo rigore nei comportamenti pubblici (cioè la risposta alla questione morale), che passa inevitabilmente attraverso la fine dell'impunità, la drastica riduzione di privilegi e costi della politica e soprattutto la lotta senza tregua contro tutte le mafie, fino alla loro estirpazione.
Quarto tema. Una politica di lotta all'evasione fiscale e alle logiche di privilegio (pubblico e privato), per una redistribuzione del reddito e delle opportunità a tutti, a partire dai giovani, dagli stranieri e dalle donne.
In altre parole, una rivoluzione gentile. O meglio, un tentativo di rivoluzione. La sintesi dei contenuti di Grillo, Di Pietro, “popolo viola”, sinistra dispersa, voci fuori dal coro. Il candidato c'è già, e si chiama Nichi Vendola.
Il PD deve “solo” adeguarsi, al suo interno c'è già chi rappresenta questa opzione (la corrente di Ignazio Marino). Dicono tutti: ci sono tre anni di tempo. Noi speriamo e crediamo molto meno. Cercasi rivoluzione disperatamente. Astenersi perditempo.
Cesare Sangalli