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Puglia chiama Iowa (è nata una stella)


“Era una fredda domenica di gennaio….”. Chissà se questo sarà l'inizio della narrazione di una grande epopea. L'epopea della rinascita dopo la fine della cosiddetta Seconda Repubblica. Di sicuro la straordinaria affermazione di Nichi Vendola alle primarie pugliesi non può passare inosservata. La parola d'ordine dell'establishment sembra essere “minimizzare”, “normalizzare”, “riportare nei ranghi”. Per ricominciare subito a parlare di alleanze, manovre, vendette, intrighi. Se ha perso più D'Alema o Casini, se si rafforza il bipolarismo o la disgregazione, se “io ti do la Basilicata e tu mi dai l'Umbria”, e via così, “vespeggiando”.
Qui seguiamo un'altra strada, guardiamo con una prospettiva più grande e allo stesso tempo più semplice.
Lasciamo i nostri raffinati analisti politici da soli, ché loro la realtà la vedono dal salotto televisivo. Anche se a sentirli, dopo, tutti sapevano tutto, la vittoria di Vendola era “annunciata” e “prevedibile”. Però fino a dicembre “non si capiva niente”, e ogni gallo cantava nel pollaio
Ritorniamo quindi alla nostra narrazione.
Era una fredda domenica di gennaio. La gente di Puglia doveva scegliere il suo candidato alle elezioni regionali, come cinque anni prima. Ma stavolta la posta in gioco era molto più alta. Nel 2005, l'affermazione di Vendola fu una vera sorpresa. Diciamo un gol preso in contropiede da una partitocrazia troppo sicura di sé. In molte città non si sapeva nemmeno dove si doveva votare. L'informazione era stata pessima, l'atmosfera era soporifera, le primarie dovevano servire semplicemente a dare la famosa “legittimazione democratica” al candidato fabbricato in laboratorio, il povero Francesco Boccia, che andava benissimo a diessini e margheritini e partitini vari (come ci stanno bene i diminuitivi).
Ma 80mila pugliesi, praticamente il doppio del previsto, andarono a scovarsi i seggi da soli, in una giornata da lupi, e scelsero Vendola. Un po' come la gente semplice dell'Iowa, insignificante stato di agricoltori bianchi, era andata, con una partecipazione mai vista (nonostante la neve e il freddo polare), a scegliere il candidato “afro”, Barack Obama.
La destra italiana e quella americana festeggiarono, in entrambi i casi. Un nero non poteva diventare presidente degli Stati Uniti. E un comunista gay non poteva vincere, in una regione tendenzialmente conservatrice, contro un pezzo grosso della politica come Raffaele Fitto, figlio di un potente “ras” democristiano, esponente di quelli che comandavano da sempre in Puglia (i Matarrese, i Di Cagno Abbrescia , e tutto il notabilato clerico- fascista). E invece. Vendola sfidò la Realpolitik con lo stesso coraggio e sfrontatezza con cui Zeman faceva giocare il Foggia: sempre all'attacco.
Evidentemente la Puglia si presta ai miracoli. E ai sogni.
Ecco perché, cinque anni dopo, le primarie erano maledettamente più importanti. Perché i sogni muoiono all'alba. Molti di quelli di Obama sembrano già moribondi, e questo malgrado il soggetto non sia mai stato troppo radicale nelle sue posizioni: era solo l'America di Bush a farlo apparire tale (la sua opposizione alla guerra in Iraq, in un'altra epoca, sarebbe stata la cosa più normale del mondo). Anche per Vendola gli anni del governo sono stati molto difficili. Fallimenti nel settore sanità, errori macroscopici sul tema dei rifiuti, e infine gli scandali. Dopo gli exploit di Tarantini e soci (D'Addario compresa), i tanti nemici di Vendola hanno pensato, con sollievo, che il leader di Terlizzi (provincia di Bari) fosse finito.
Finita la cosiddetta “primavera pugliese”, deluse le grandi aspettative, ora si poteva tornare alla politica di sempre. Ma c'era molto altro, nei cinque anni di governo di Nichi. C'erano prese di posizione nette su alcuni temi cruciali del presente e del futuro, come l'acqua, l'energia, l'assetto territoriale, l'istruzione, il rapporto pubblico/privato. L'interesse collettivo che torna finalmente a essere prioritario, con scelte in totale controtendenza rispetto al solito liberismo, magari rivisto e corretto (cioè camuffato meglio) dei soliti “riformisti” alla Tony Blair. Ma in controtendenza anche rispetto alla spartizione partitocratrica dei beni pubblici, e all'inconsistenza piagnona di tanta sinistra radicale, tutta chiacchiere e distintivo (si pensi a Rifondazione comunista in giunta con Bassolino in Campania fino alla fine, o peggio ancora, ai verdi di Pecorario Scanio).
Vendola ha dovuto affrontare un sistema così radicato che spesso ha avuto la meglio (nella sanità, per esempio). La lezione gli è servita di sicuro. Perché lui non ha venduto l'anima al diavolo, è uno dei pochissimi leader che quando parla risulta sincero, credibile, e soprattutto, caso più unico che raro, appassionato. Quando Vendola parla, normalmente i suoi interlocutori di turno sembrano venire dal pianeta Papalla. Anche perché trent'anni di politica di opposizione coraggiosa costituiscono una biografia, che nessuna Deborah Serracchiani, con tutto il rispetto, può sognarsi di avere. Solo un paese disgustato dai partiti può apprezzare la totale assenza di cultura politica, considerare positivo il fatto di non essersi mai schierati davvero, su nessun tema.
Storicamente, è giusto che Vendola sia un uomo del profondo Sud. Gli “abbienti e impauriti” (Pelizzetti, vedi “L'Italia e il lato B”) del famoso Nordest possono anche scegliersi qualche simpatica neofita con l'aria naif, per cercare di uscire dalla depressione latente. Ma al Sud la battaglia è dieci volte più dura, ed è il Sud il vero specchio dell'Italia.
“Solo con (tro) tutti” è stato lo slogan perfetto di Vendola alle primarie. Nichi ha piegato in un lunghissimo braccio di ferro Emiliano, D'Alema, Bersani e tutta la compagnia cantante del PD. Ha rintuzzato le facili critiche di Di Pietro, si è preso la rivincita sugli ex compagni comunisti che già gli davano del traditore. E questi erano gli amici, gli alleati.
A marzo lo attende una sfida durissima. Ma sono sempre di più i pugliesi che capiscono e in certi casi"sentono", quasi fisicamente, che se Vendola perde, la Puglia torna al vecchio schifo di sempre, cioè si suicida.
Va detto, tornando al parallelo con l' Iowa, che Obama poteva anche non farcela. Va detto anche che la vera prova, per lui, sarà nel 2012, dopo quattro anni di governo. Diciamo che Vendola si è portato avanti col lavoro. Si è già misurato con tutte le difficoltà di un ambiente ostile, è caduto, si è rialzato, ha sicuramente imparato dagli errori, e oggi è più forte di prima, al contrario degli ex compagni, che, dopo la prova di governo (con due ministri e la terza carica dello Stato) e la massima visibilità televisiva, sono spariti (anche se qualcuno, come Sansonetti, si illude di essere ancora vivo perché lo fanno andare in TV). A questo punto, dovesse vincere a marzo, il leader del centrosinistra è lui. Voglio vedere se, fra Berlusconi e Vendola, qualcuno direbbe ancora che in Italia “non c'è alternativa”. Chiedetelo ai giovani pugliesi, se “non c'è alternativa”. E' vero al contrario: Vendola (meglio ancora: la sua politica) è l'unica opzione di futuro. La “primavera pugliese” è appena cominciata, quella italiana potrebbe arrivare prima del previsto.
Cesare Sangalli