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Fenomenologia dell’otto settembre (in morte di Mike)



“Se n’è andato senza dovere fare i conti con la sua televisione”. Così Michele Serra su Mike Bongiorno.
Beato lui, dice Serra. Ha ragione. La morte di Mike, se vogliamo, è un po’ la fine simbolica dell’”età dell’innocenza”. Lui ha costruito il suo personaggio e la sua tv sul candore, e in qualche modo se lo poteva permettere.
La sua storia, e quella della sua generazione, parlava di persone che avevano dovuto affrontare, volenti e nolenti, la Storia con la esse maiuscola. Mike staffetta partigiana arrestato dai nazisti, Mike che dà il via alle trasmissioni TV nel 1954, che crea la prima pietra della cultura di massa della Repubblica italiana con “Lascia o raddoppia”.
Fine dell’elogio funebre, sennò si scade nella mitizzazione del passato, che invece era anche brutto, sporco e cattivo. Però l’Italia ci credeva, ed è evidente che senza quell’ingenuità di stampo americano sarebbe stato difficile migliorare.
La morte di Mike chiude ufficialmente, quindi, l’”età dell’innocenza”. Il suo passaggio a Mediaset, nei primi anni Ottanta,. segna l’inizio dell’età della decadenza. Berlusconi, che mediaticamente gli era debitore (tutti all’epoca conoscevano Mike Bongiorno, pochi invece sapevano chi fosse quel palazzinaro brianzolo che lo aveva ingaggiato) lo ha fatto liquidare in malo modo dai suoi. Ma non diciamo, per favore, “povero Mike”. E’ semplicemente arrivato il conto da pagare per essersi fidato del Caimano. Un conto assai leggero, per Mike, che se ne è andato in santa pace facendo gli spot con Fiorello, “il più amato dagli italiani”.
Per gli altri, per noi, non sarà così. Berlusconi non svanirà in un miraggio, con la leggerezza televisiva di un “Truman Show”. Nessuno sa dire esattamente come avverrà la fine del regime (che secondo noi è assai vicina), ma una cosa è certa: quanto più sarà “indolore”, tanto più ci porteremo avanti il berlusconismo e le sue scorie (proprio come i rifiuti tossici che non abbiamo mai preso in considerazione, ma sono sempre lì, magari sul fondo del mare calabrese).
Esattamente come non si poteva pensare che il fascismo potesse andare avanti senza provocare un disastro e finire tragicamente (non per uno strano “errore” di Mussolini, come si ostinano a pensare i fascisti e gli ignoranti, ma per la logica conseguenza di un regime nazionalista, militarista e basato sul culto della forza) , così è impensabile che la Terra dei cachi possa sbarazzarsi del suo sultano senza pathos. Si può dire che dagli “otto milioni di baionette” evocate dal Duce siamo passati ai venti milioni di coglionazzi (citazione fantozziana) a cui si rivolge quotidianamente il nostro (?) premier. I primi dovettero assaggiare quanto amare fossero le menzogne di un regime che giocava a fare la potenza. Poi venne il turno dell’Italia intera, anche se c’è chi ancora non ha capito bene che cosa è successo in quegli anni tragici.
I venti milioni di coglionazzi (cifra simbolica) non rischiano così tanto. Ma il calice amarissimo della verità se lo devono bere fino all’ultima goccia. Se siamo arrivati a “sono il miglior premier degli ultimi 150 anni” (il passo successivo sarebbe la camicia di forza), è anche colpa loro. Cominciassero a studiarsi gli alibi, le scuse, o i pentimenti tardivi, perché noi, italiani onesti più o meno di sinistra, non dimenticheremo facilmente questi anni rubati. Qualcuno (i più intelligenti) ha cominciato da un pezzo a lavorare per rifarsi una verginità politica: Casini e Fini su tutti. Ma possiamo mettere in questa categoria di “badogliani” (vedi “Il mistero della destra scomparsa”) anche gli epurati dell’ultima ora, che già diventano vittime, almeno per una certa Italia facilona e vogliosa di ecumene: Enrico Mentana, Paolo Mieli, Dino Boffo. Il ruggito del coniglio. Già si fa fatica a perdonare i Fazio Fabio, i Giovanni Floris, i Mario Calabresi, i Ferruccio De Bortoli, e perfino i Santoro. Per rendere più chiaro quest’ultimo caso, Santoro, in un’intervista all’Espresso del settembre 1993 (a volte ritrovare un vecchio settimanale è un’esperienza illuminante) definiva Berlusconi “un uomo molto simpatico, concreto, pratico, che non si perde in chiacchiere, intelligente e soprattutto competente di televisione”. Lo intervistava Antonio Padellaro, che ad un certo punto gli chiede se alla Fininvest non vogliano fare “una sorte di Raitre vicina alle idee della sinistra”. Chi ha buona memoria ricorderà che proprio in quel periodo si videro, come spuntati dal nulla, stranissimi manifesti con un bambino su sfondo azzurro e uno slogan che diceva semplicemente “Fozza Italia”. La discesa in campo del Caimano stava prendendo corpo, e sedici anni dopo sappiamo tutti com’è andata a finire.
Parafrasando Brecht, si potrebbe dire “sfortunato il Paese che non sa leggere il proprio tempo”. Forse si pecca di ingenuità a dire che allora (vedi “1993” in archivio) non era troppo tardi. Non abbiamo saputo o voluto o potuto fare i conti con Tangentopoli, e abbiamo perso il treno. Ma l’otto settembre si avvicina ogni giorno di più. Gli attacchi forsennati di Berlusconi a tutto e tutti hanno provocato un’accelerazione imprevista, e sanno già di disperazione. Ma il sistema, che è assai più ampio di Berlusconi, è ancora molto potente. Una buona parte, come successe dopo la caduta del fascismo e della monarchia, sopravvivrà. Ma molti spariranno, e probabilmente non sarà una risata a seppellirli, anche se le moltissime seconde linee del regime meritano semplicemente l’insignificanza. Devono starsene chiusi nel loro privatissimo ambiente, dimenticati in quel tinello televisivo , tanto caro al povero Mike, in cui loro volevano rinchiudere una nazione intera.
Cesare Sangalli