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No, la questione meridionale no



Mentre Norma Desmond-Berlusconi sta continuando a vivere la fase porno del suo viale del tramonto, con varie ministre coinvolte nella telenovela (alla presunta esperta di fellatio Mara Carfagna si sarebbe aggiunta perfino l’insospettabile Mariastella Gelmini, secondo il settimanale “Le Nouvel Observateur”), i vari postulanti alle casse di uno Stato sempre più vicino alla bancarotta hanno pensato bene di riparlare di “questione meridionale”.
Un bel tema da giornalismo di ferragosto, alimentato da giganti del pensiero politico come il governatore siciliano Lombardo, con il contributo del viceré delle Indie, pardon, di Napoli, Antonio Bassolino.
Il tema, direte voi, non è nuovo. Diciamo che si prepara alla festa dei 150 anni, in sincronia con l’unità d’Italia. Be’, a essere più precisi, si può dire che la questione meridionale nasce ufficialmente con il rapporto Franchetti-Sonnino del 1876. Roba gloriosa, quindi. Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino erano due gentiluomini conservatori che fecero un’indagine parlamentare sul mezzogiorno dell’allora Regno d’Italia. Le loro conclusioni potrebbero essere tranquillamente riprese oggi. La più importante dice: la mafia è un elemento permanente dell’equilibrio politico dello Stato.
Proviamo a ripeterlo: la mafia è un elemento permanente dell’equilibrio politico dello Stato. Era vero nel 1876 ed è vero oggi. Meglio con un plurale: le mafie sono un elemento permanente dell’equilibrio politico dello Stato. In Sicilia questo si nota di più. In Campania, come ha spiegato brillantemente Saviano, il gioco economico prevale sul politico, perché la Camorra, o meglio “il Sistema”, produce di più e meglio. In Calabria la ‘ndrangheta ha stabilito da qualche decennio che quello è il buco nero d’Europa, non vale nemmeno la pena provarci.
Quindi, dovrebbe essere chiaro a tutti che la questione meridionale è tema di discussione accademica, ottima per gli esami di stato, dalla terza media alla maturità ( chi scrive è stato interrogato sul tema la prima volta nel 1978, l’ultima nel 1996, agli esami da giornalista).
Il perché, se vogliamo, sta in un binomio: continuità/discontinuità. Ancora non siamo del tutto d’accordo se la repubblica italiana nata nel 1946 dalla resistenza antifascista sia uno Stato davvero nuovo o solo una versione rivista e corretta dell’Italietta di sempre. In questa rubrica abbiamo optato decisamente per la risposta numero uno: la tragedia della guerra 1940-1945, con la caduta del fascismo, crea una rottura drastica con il passato. Si cerca di creare un paese radicalmente diverso e in qualche strano modo ci si riesce. Come abbiamo scritto in “Campioni del mondo”, l’Italia del 1982 non è affatto “quel paese virtuoso immaginato dai nostri padri costituenti”, ma neppure il suo contrario.
Questa considerazione serve a introdurre la base di riflessione sulla questione meridionale, anche questa già accennata in “La messa è finita”: il sud è semplicemente l’Italia elevata a potenza, e questa moltiplicazione amplifica le componenti negative che sono e restano nazionali. In altre parole, non c’è una questione meridionale slegata dalla questione nazionale. Il sud italiano è composto da una minoranza (è bene averlo sempre presente) che purtroppo per lei e per l’Italia non è mai stata protagonista di niente. Non c’è avvenimento storico che veda il sud in prima linea. Né l’unità d’Italia, né l’avvento del fascismo, né la sua caduta, né la Resistenza, né la fine della monarchia (il sud votò a larga maggioranza per mantenerla), né Tangentopoli, né l’avvento di Berlusconi. Niente. Il sud ha sempre seguito decisioni altrui, perlopiù subendole. Sarà un caso, ma l’ultimo primato che si ricorda riguarda il periodo borbonico, la prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici (1818).
Monarchici col re, fascisti col fascismo, democristiani con la DC, berlusconiani con Berlusconi. Di quanti italiani si può dire questo? Di molti. Della maggioranza. Al sud, della stragrande maggioranza. Tutto qui.
Un’Italia al quadrato, al cubo, all’ennesima potenza. Da questo punto di vista, lo specchio fedele di tutti noi, e per questo snobbato un po’ da tutti. E’ facile sentirsi migliori, ma è anche falsante. E’ l’Italia intera (nord, centro e sud) che tiene Riina in galera, ma celebra Andreotti senatore a vita. Che schifa Bernardo Provenzano come un mostro, ma sostiene Berlusconi che con quel mostro è sceso a patti.
Che vuole gli aiuti di stato, ma non paga le tasse. Il 50 per cento degli italiani (non dei meridionali) dichiara di guadagnare, lordi, 15mila euro all’anno. Un paese di poveracci.
Solo lo zero virgola due per cento ammette di andare oltre i 200mila euro. I rifiuti industriali del nord vanno al sud, quelli più tossici, dell’Italia intera, finiscono in Africa. L’Agip continua ad inquinare la Nigeria per tutti noi, indistintamente. Il cemento si è abbattuto sul paese con coerenza esemplare, l’Impregilo del nord viene presa con le mani nella marmellata al sud, idem per Marcegaglia e compagni.
Tonino Perna, già presidente del Parco dell’Aspromonte, ha commentato sul “Manifesto” il risorgere della questione meridionale con un titolo esemplare. “La Lega al Nord, la mafia al sud”, parlando della “secessione dei ricchi”. L’Italia non è divisa in Nord e Sud, ma fra quelli che in questa Terra dei Cachi ci sguazzano alla grande e quelli che invece la subiscono. Le categorie morali (onesti e disonesti) e quelle di reddito (ricchi e poveri) non sempre, ovviamente, coincidono. Ma i disonesti in Italia tendono ad essere ricchi (anche perché impuniti), gli onesti invece sembrano orientati più verso la povertà (anche perché vessati).
L’Italia dovrebbe avere standard europei che non si sogna nemmeno, ormai svaccata in fondo a tutte le classifiche tranne quelle del reddito (istruzione, giustizia, libertà di stampa, trasparenza, corruzione). Invece di provare a migliorare, cerca quelli che stanno più in basso, e pensa che lottare contro di loro sia di qualche beneficio. Siamo un unico paese, non c’è che dire, nel bene e nel male. Finché non veniamo a capo dei nostri problemi, ci sarà sempre un sud a ricordarceli meglio, a farci fare il ripasso. La questione meridionale, in fondo, non esiste.
Cesare Sangalli