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Chi non salta un razzista è


I cori infami contro il giocatore dell’Inter Mario Balotelli (nato a Palermo da genitori del Ghana, e adottato da una famiglia bresciana) li hanno sentiti tutti, almeno la moltitudine degli appassionati di calcio, che rappresentano una bella fetta della gente che vive nella Terra dei cachi. Subito i commenti si sono trovati al bivio:“il razzismo è un problema del calcio o un problema della società italiana”? La domanda, tradotta nel linguaggio dei cosiddetti sportivi, diventa: “i tifosi (in questo caso quelli della Juve) ce l’avevano con il calciatore, per i suoi atteggiamenti (e si sa, i tifosi sono dei gran maleducati) o davvero si devono considerare razzisti”? Per chi invece sta alla larga dal mondo del pallone, la stessa domanda diventa semplicemente: l’Italia è un paese razzista?
La risposta a queste domande potrebbe essere: l’Italia è un paese ignorante. Di più: un paese che si concede il lusso della stupidità, quando farebbe bene a capire che non se lo può più permettere. L’ignoranza non è di per sé una colpa. Ma lo può diventare. La stupidità invece è un lusso che non ci possiamo più permettere, come dicevamo prima, perché non siamo più i “poveri ma belli” di quaranta o cinquanta anni fa, e perché gli anni Ottanta sono finiti da un pezzo, anche se tanti fingono il contrario (in fin dei conti il berlusconismo è un ostinatissimo revival).
La prima cosa che qualcuno dovrebbe cominciare a spiegare è che il razzismo in gran parte è un fenomeno INCONSAPEVOLE. Uno è razzista e non lo sa. Meglio: pensa e dice cose razziste senza rendersene conto, o rendendosene conto solo in parte. Un esempio, rapidissimo, per chiarire subito il concetto, mettendo insieme il calcio e gli anni Ottanta: Bruno Pizzul, popolarissimo telecronista del pallone, non si rendeva conto che chiamare Juary, attaccante brasiliano dell’Avellino, “il simpatico negretto”, significava usare un’espressione razzista. Ci volle un altro brasiliano scuro di pelle, Junior del Torino, per farglielo capire.
La Terra dei cachi è in buona fede quando dichiara, ogni due per tre, di non essere razzista. Perché è ignorante. E spesso vuole restare ignorante, e lì diventa stupida. Il mondo del calcio più di ogni altro, e lo diciamo da appassionati. C’è un bimbo un po’ scemo in ognuno di noi tifosi, che riusciamo a godere per una partita di calcio quasi allo stesso modo di quando eravamo ragazzini. Ci concediamo una regressione (una “sana regressione”, direbbe qualcuno). Ma in un paese “sviluppato, ma non progredito” (Pasolini) come il nostro, ogni regressione è un lusso che non ci possiamo più permettere. Soprattutto in pubblico, fuori dalle mura domestiche con parabola, fuori dalle nostre caverne televisive. Perché il problema è da leggere soprattutto al maschile. La “tribù del calcio” (Desmond Morris), più di ogni altra nella Terra dei cachi, tira fuori davvero la scimmia che è in noi. La scimmia assassina. Con il razzismo non si scherza, con il razzismo c’è poco da essere indulgenti.
E invece no. Le risposte degli addetti ai lavori sono semplicemente inadeguate. Ignoranti. Per uno che condanna (per esempio Massimo De Luca), ce n’è un altro che aggiunge un “però” (per esempio Marcello Lippi, che dice “i fischi non sono arrivati ad altri giocatori di colore come Muntari”), un terzo che minimizza (es.Teo Teocoli), un quarto che la butta sul “così fan tutti” (Mourinho). La Juventus si sente in dovere di chiedere scusa a Balotelli, ma anche di presentare ricorso contro la sacrosanta squalifica del campo. Di sicuro è la prima volta che uno stadio viene chiuso per razzismo. Bene; l’unica cosa che si può dire è: continuiamo così. Perché TUTTI, non solo i tifosi, abbiamo bisogno di essere educati a non essere razzisti.
Se uno si comporta da bimbo scemo in pubblico, ha bisogno di punizioni. Sparare cazzate razziste non è un gioco divertente. Anche perché nella carica violenta che trasmette un coro razzista urlato da decine di migliaia di persone può essere vista sicuramente un’istigazione a delinquere, cioè un reato. E invece no.
L’adolescente medio italiano, se è appena un po’ tifoso, prima si eccita nella massa (siamo in tanti, quindi abbiamo ragione); poi si sente ripetere da maschi adulti, pensanti e a volte persino acculturati, che “non è poi così grave”. I suoi eroi in mutande di solito sono muti come pesci su queste cose, perché sono stati abituati a vivere di banalità e di immagine. I dirigenti, gli allenatori, i giornalisti che l’adolescente vede in TV (che è praticamente l’unica forma di educazione che gli resta), si indignano e litigano per un rigore non dato, o su chi ha vinto di più o di meno. Non certo sui cori razzisti. E neppure sulla violenza, o sul doping. Da chi, da dove dovrebbe trarre esempio? Come fa a trovare un po’ di serietà, di verità, di grandezza d’animo, nei miliardi di parole a vanvera con cui viene nutrito ogni giorno? Come si fa a non capire che un adolescente medio italiano è bombardato di immagini vuote, ma non di esempi?
Immaginiamo cosa sarebbe successo se Del Piero, o Buffon, o un altro juventino, all’ennesimo, assordante “NEGRO DI MERDA” urlato da metà del “proprio” stadio, avesse deciso di interrompere la partita.
Immaginiamo se Vialli, o Inzaghi o Cannavaro avessero detto in televisione: “Mi hanno fatto prendere di tutto, ma adesso dico basta, doparsi è una cosa schifosa”.
Arrivati a questo punto (dell’articolo), se avete pensato: “Ma perché vedo citare solo giocatori della Juventus?”, vuol dire che è arrivato il momento di guardare qualche partita in meno, e uscire un po’ dalla propria caverna televisiva. Il razzismo è in primis un modo sbagliato di ragionare, ed è assolutamente trasversale. Ma come abbiamo detto, è anche istinto primordiale, riguarda soprattutto la scimmia assassina che noi uomini ci portiamo dietro, il patetico, tristissimo “maschio alfa” dominante, il capobranco che ognuno pretende o sogna di essere, e che deve sentirsi superiore a qualcuno per sentirsi qualcuno. Magari sentirsi superiore ad un africano per sentirsi italiano. Be’, almeno per una volta possiamo citare in positivo un politico di destra, non a caso una donna, Giorgia Meloni, che ha detto “Balotelli è molto più italiano di quelli che lo hanno insultato”.
Un commento assai più intelligente (ci saranno sempre più neri italiani, in futuro) e perfino “virile”, rispetto al gettonatissimo, meschino: “il razzismo è sbagliato, però Balotelli ha provocato”.
Se per ogni Marcello Lippi o Lapo Elkann ci faranno ascoltare cinque Giorgia Meloni, o Zdenek Zeman, forse sentiremo un altro coro allo stadio: “chi non salta un razzista è”.
Cesare Sangalli