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Il mistero della Destra scomparsa (p.s. hanno arrestato Mario Chiesa)


Il non evento è stato ampiamente pubblicizzato. La nascita del Pidielle, o “popolo della libertà” è una cosa così stupida che si fatica pure a scriverne il nome. Berlusconiani. Non ci può essere altro termine spendibile per un partito-contenitore che vorrebbe diventare partito-stato (con il 51 per cento dei voti). Norma Desmond - Berlusconi festeggia il suo ennesimo trionfo, ma davanti a sé ha solo un lungo (speriamo non troppo) tramonto. Più dei finti sorrisi, delle belle donne, dei figuranti messi in prima fila per esibire una gioventù che non c’è, sono le facce viste all’ultimo congresso di AN a descrivere lo squallore dell’inconsistenza politica di quella che, sempre abbastanza tronfiamente, si definiva (e vorrebbe ancora definirsi) la Destra italiana.
Essere di destra. Quanti luoghi comuni, anche sciocchi, soprattutto sulla sinistra, nel definire le persone con le categorie di “destra” e “sinistra”. Un paese estetizzante come il nostro è sempre stato capace di ridurre tutto all’immagine, la stessa su cui ironizzava Giorgio Gaber. Ma se una sinistra è esistita, in Italia, e tutto sommato esiste ancora (anche se in stato confusionale), la destra nella Terra dei Cachi è un rebus che non abbiamo mai affrontato in questa rubrica. O meglio, ne abbiamo parlato a partire dalla clamorosa apparizione del 1994, anno celebrato nel megashow della fondazione pidiellina da Berlusconi, manco fosse stato l’inizio di una nuova era. In effetti la politica italiana in buona sostanza è ferma lì. Però la Lega e Bossi esistevano prima del Berlusconi politico. E Fini e il Movimento sociale italiano da molto prima ancora.
Insomma, da dove viene fuori questa destra italiana? Praticamente dal nulla. Spieghiamoci meglio.
Se un italiano trent’anni fa si dichiarava di destra, scattava come un riflesso di Pavlov che lo faceva inquadrare subito come “fascista”. Con un fenomeno uguale e contrario, ma assai più ipocrita, da un po’ di anni si associa “sinistra” con “comunista”. Il che poteva avere senso, appunto, solo fino a trent’anni fa.
Abbiamo già parlato della caratteristica italiana di avere il più forte partito comunista mai esistito in un paese occidentale (“C’era una volta il comunismo”). Ma la Repubblica italiana, nata nel 1946, presenta fin da subito un’altra vistosa anomalia, come scrive Antonio Carioti nel numero di marzo dell’“Europeo” dedicato alla destra (anzi all’estrema destra, da Salò a Fiuggi):
“In nessun altro paese europeo è successo che i vinti della Seconda Guerra Mondiale riuscissero a riproporsi sul terreno politico già un anno e mezzo dopo la fine del conflitto e a creare un partito capace di affermarsi come una presenza stabile nelle istituzioni rappresentative”. Il partito è il Movimento Sociale Italiano. E’ un partito di fascisti non pentiti, usciti dalle patrie galere grazie all’amnistia scritta e firmata dal comunista Togliatti (anche per far uscire di prigione i partigiani che si erano macchiati di crimini, in nome di una pacificazione nazionale) . La Costituzione, che vieta esplicitamente la ricostituzione del disciolto partito fascista sotto ogni forma e nome, viene così aggirata ancora prima di nascere.
Sull’essere o non essere fascisti, il MSI si è baloccato fino a pochi anni fa (incredibile ma vero). Giorgio Almirante, il leader che incarna tutta la storia di questo strano partito, muore senza sciogliere il dilemma. Che poi ne poneva uno ben più grave, che riguardava il tema della violenza e della legalità. Ma in un’ intervista dei primi anni Ottanta, riportata da Daniele Protti, dichiarava, off records, che non voleva chiudere la sua carriera politica “facendo il becchino di un partito che muore, perché una generazione va al cimitero e un’altra in galera”. E incalzava l’intervistatore: “Crede davvero che sia così miserabile da avere questa ambizione da nostalgico rincoglionito?”.
La scelta del giovane (giovanissimo per la Terra dei Cachi) Gianfranco Fini come successore andava infatti nella direzione di accettare una volta per tutte la democrazia parlamentare tanto disprezzata dal fascismo.
Che poi significava la rinuncia definitiva alla violenza, alla sporca guerra che il MSI aveva condotto per un decennio (ovviamente sempre in nome dell’anticomunismo). Giocare alla rivoluzione (fascista o proletaria che fosse) aveva già prodotto troppo male, troppo dolore inutile.
Restava però il problema dell’identità, della linea politica. Le idee nel partito non erano mai state molto chiare. Tutti parlavano del “Fascismo del Duemila”, ma nessuno sapeva bene che cosa fosse. La lotta al comunismo era sicuramente un collante, ma per la base missina non doveva mai diventare difesa del capitalismo. Quella era roba per la borghesia colta, che credeva nell’individualismo e nella meritocrazia, e che votava liberale (la destra classica, cioè una sparuta, pallida minoranza in Italia). Difendere Dio, Patria e Famiglia era un po’ poco, anche perché a Dio e alla famiglia ci pensavano già i democristiani; quanto alla Patria, in tempi di integrazione europea, non importava molto a quasi nessuno; il solo nazionalismo possibile si esauriva nel tifo per la nazionale di calcio.
Insomma, a parte la nostalgia, c’era solo un senso più estetico che politico: il mito dell’uomo forte, vitale, orgoglioso, che si contrappone alla massa dei tanti conformismi, e disprezza i “diversi”, i veri o presunti alternativi, i drogati (anche se poi le canne se le facevano pure loro, e più tardi la coca, a go-go), i gay. Un mito, appunto, che nella realtà si traduceva più che altro nel culto della forza (palestra e arti marziali), in un certo modo di vestirsi, nell’entusiasmo giovanile da tifosi, più che da politici. Come scrisse Oriana Fallaci di Ciccio Franco, leader della rivolta nera di Reggio Calabria (quella del famoso “boia chi molla”) del 1970: “…due occhi febbrili, gli occhi di un uomo che crede molto in qualcosa, ma non sa bene cosa”.
Comunque, prima del tanto strombazzato “sdoganamento” attribuito a Berlusconi, il MSI aveva avuto un’occasione d’oro: Tangentopoli. I missini erano stati talmente isolati dal sistema da essere indubbiamente il partito più pulito fra quelli presenti nel “Parlamento degli inquisiti”. Perfino la Lega aveva fatto in tempo a prendere la sua brava tangentina. Una volta Almirante aveva detto “Saremo i carabinieri del Parlamento”.
Ecco, quella poteva e doveva essere la ragione sociale della destra post-fascista: il partito della legge e dell’ordine, il partito che difende lo Stato, che chiede istituzioni forti (soprattutto al sud) e giustizia per tutti. Il partito che incalza una partitocrazia marcia, magari chiedendo un presidenzialismo “gollista”, e si propone come alternativa giustizialista. Non è andata così. E tutto sommato, c’era da aspettarselo. In un’intervista del 1988, Fini viene interrogato sul presunto feeling far i socialisti e il MSI. Lui dice che non c’è nessuna vera apertura, che Craxi cerca solo i voti missini, ma aggiunge : “Craxi è un uomo di grande spregiudicatezza, e ha una strategia precisa”. E si capisce che lo dice come complimento. Anche Fini si sente spregiudicato, perfino machiavellico. Sicuramente ha pensato che Berlusconi fosse solo il trampolino di lancio per arrivare al governo, ma che alla lunga l’unico vero leader della destra sarebbe rimasto lui. E’ da 15 anni che aspetta.
Probabilmente è ancora convinto che il tempo gli darà ragione, che continuando a sottolineare la sua differenza di vedute rispetto al Grande Capo, si salverà quando lui cadrà. Un po’ come Badoglio con Mussolini (tanto per stuzzicare un po’ i nostalgici). Ma si sbaglia, come si sbagliava Badoglio, figura squallida, travolta dagli eventi e dalla Resistenza. Quando arriverà il “redde rationem”, Fini e tutti i compari (definirli “camerati” sarebbe in qualche modo dare loro una considerazione che non meritano) non potranno dire “io non c’ero, e se c’ero dormivo”. E’ vero, ci siamo già illusi che il berlusconismo fosse agli sgoccioli qualche anno fa. Ma la Terra dei Cachi non resterà a lungo com’è adesso: terrorizzata dal futuro, e dalla legalità. L’arresto di Mario Chiesa, stavolta beccato a rubare con i rifiuti, è un piccolo segnale. Nessuno, a bordo del PDL - “Pequod” (la nave del Capitano Achab) lo ha captato. Devono andare a sbattere contro Moby Dick, ovvero la giustizia. E allora PDL significherà solo una cosa: Partito Dei Ladri.
Cesare Sangalli