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La mafia è una montagna di merda


Il titolo sopra, in realtà, è una citazione cinematografica. Ricordate “I cento passi”, la storia di Peppino Impastato (interpretato da Luigi Lo Cascio), ucciso dalla mafia (Gaetano Badalamenti, “don Tano Seduto”) nel 1978? Peppino Impastato è l’emblema di quelli che non ci stanno. Con la veemenza, il coraggio e l’ingenuità dei giovani, stampa il suo giornalino politico con quel clamoroso titolo su nove colonne: “La mafia è una montagna di merda”. Quel titolo, quei toni sono troppo anche per l’anziano pittore - leader comunista che gli fa da padre spirituale. “Così non va, così fai il loro gioco, ti ghettizzi, non parli a nessuno”.
Be’, vedendo le celebrazioni per il novantesimo compleanno di Giulio Andreotti, viene proprio la voglia di scriverlo: “la mafia è una montagna di merda”. Un modo di provare a seppellire tutte quelle finezze dialettiche, quelle arguzie da seminaristi, quei toni pacati, che sono l’altra faccia delle sparate scandalizzate, le difese di ufficio, le grida di lesa maestà ogni volta che il Potere è sotto accusa. D’altra parte, in ogni orchestra ci sono i tromboni e i violini; poi c’è Bruno Vespa che è un’orchestra da solo, l’orchestra del Potere.
Peppino Impastato aveva capito chiaramente che non ci si può ribellare in punta di piedi, non si possono cambiare le cose chiedendo permesso, a voce bassa, non scontrandosi mai con nessuno. Per lui, la ribellione significava andare contro il proprio sangue: nipote di un boss, figlio di un protetto dalla mafia, nonché vicino di casa e di famiglia (solo “cento passi”) del Grande Capo, il mafioso che comanda impunito.
Prima ancora di sfidare la mafia a rischio della vita, Peppino Impastato rompe il muro di silenzio e di ipocrisia in famiglia, nel suo paese, un muro che lo soffoca. “Voglio gridare che mio padre è un leccaculo” , si sgola in una dolorosa liberazione Luigi Lo Cascio- Peppino Impastato.
Noi, più modestamente, ci accontenteremmo di urlarlo in faccia a Bruno Vespa, e vorremmo vedere Andreotti nascondersi dalla vergogna, e vorremmo vedere sbugiardati tutti quelli che lo riveriscono, tutti i maggiordomi del galateo istituzionale, Napolitano compreso. Ma come, anche il presidente della Repubblica? Sì, proprio lui, il presidente della repubblica, il santino agitato dalla politica alla ricerca vana di un po’ di dignità. Il presidente della repubblica è il capo del Consiglio Superiore della Magistratura, e sul caso De Magistris, come sul caso Forleo, e infine sui giudici di Salerno ha fatto peggio che Ponzio Pilato, ha inscenato un teatro alla Pulcinella, fingendo di intervenire nel ruolo di severo uomo dello Stato “super partes”, quando invece non faceva altro che confondere le idee, per poter tornare al silenzio totale, quello che giustamente Di Pietro (che ogni tanto comunque le spara grosse davvero) ha definito “mafioso”.
“Facimme ammuina” , facciamo un po’ di confusione, per far vedere che ci siamo, che lo Stato mantiene l’ordine costituzionale. La gente comune non capisce, e tutto procede come se niente fosse.
Tutto questo mentre a Palermo si svolge un processo di cui ci informa come al solito Marco Travaglio, che a volte sembra l’unico giornalista (fra quelli conosciuti) rimasto su piazza, per quanto riguarda le vicende giudiziarie. Un processo enorme, clamoroso, uno dei tanti processi occultati della Terra dei cachi, forse il paese più guardone del mondo finché si tratta di stupidaggini o di giocare a risolvere il caso di cronaca, ma che per tutto il resto si volta continuamente dall’altra parte. Parliamo del processo a Mario Mori, generalissimo dei carabinieri, omonimo del “prefetto di ferro” mandato da Mussolini a debellare la mafia (con risultati controversi, ci dicono gli storici, perché anche sotto il fascismo c’erano gli intoccabili).
Di che cosa è accusato, Mori? Di non avere arrestato Provenzano quando poteva e doveva farlo, di non aver sigillato il covo di Riina quando poteva e doveva farlo, di aver guardato dall’altra parte per non disturbare i manovratori, cioè quella parte di Stato che con i boss si è sempre accordata, a partire dal “Divo” Giulio Andreotti, fino ai suoi epigoni odierni, come Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro detto “Totò”, per non parlare del giudice Corrado Carnevale, che però si è salvato in extremis, e quindi non si può più dire che aggiustava le sentenze per i boss, tanto che ci tocca omaggiarlo come emerito membro della Cassazione.
“Baciamo le mani”, dott. Carnevale. Vedrà che ci arriva pure Lei a 90 anni (ne mancano una dozzina) e forse troverà ancora Bruno Vespa a spiegare al pubblico che Lei ha subito stoicamente un lungo processo con accuse inaudite, dimostrando infine la sua innocenza. E tutti ad applaudire, a partire dalla pletora di vescovi e cardinali cui normalmente i mafiosi sono devoti. Possiamo solo dire che, per quanto riguarda la mafia, l’Italia del 2009 è identica a quella del 1979, basta sostituire la DC con Forza Italia e ritroviamo gli stessi identici scenari. Per cui, iniziamo l’anno con la rabbia di Peppino Impastato: “La mafia è una montagna di merda”.
Cesare Sangalli