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Viva Villari


Andiamo per ordine. Alfabetico. Si fa presto, perché la lettera “V” (come Villari) è la penultima, subito prima della “Z” (come Zavoli). Il sistema, politico e televisivo, è al penultimo stadio. Questa è l’unica morale che si può ricavare dalla grottesca vicenda della Commissione di Vigilanza, quella che deve scegliere il Consiglio di amministrazione della RAI. Se non riguardasse la televisione pubblica, l’intera faccenda non meriterebbe nemmeno di essere citata.
Ma andiamo per ordine, si diceva. Chi è Riccardo Villari? Un medico napoletano, un baronetto universitario che ha girato tutti i partiti post Democrazia Cristiana per arrivare infine al grande Partito Democratico. In pratica, l’ennesimo lascito di Mastella, accettato dalla Margherita e dal suo leader (ultimo arrivato nelle file dei cattolici) Francesco Rutelli.
La Commissione di Vigilanza doveva essere presieduta da Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo (ed ex democristiano anche lui). Una persona onesta, voluta da Di Pietro. Invece no. Dopo un ostruzionismo durato sei mesi, Berlusconi ha organizzato l’ennesimo spregio alla sedicente opposizione (che pure si ostina a parlare di dialogo), facendo scegliere ai suoi il più gradito nelle fila del centrosinistra: Riccardo Villari. Gli uomini di Di Pietro, giustamente, hanno lasciato per protesta la Commissione. Quelli del PD, dopo essere rimasti col cerino in mano, pensavano di risolvere l’inghippo giocandosi la carta Zavoli, l’ultima rimasta (come la lettera dell’alfabeto).
Sergio Zavoli è uno stimato giornalista, autore di inchieste importanti (come quella intitolata “La notte della Repubblica”). E’ anche un anziano signore di 85 anni, che in passato è stato molto avvezzo al potere, essendo stato a lungo direttore della RAI negli anni Ottanta. L’uomo giusto al posto giusto, mentre Leoluca Orlando, evidentemente, era l’uomo giusto al posto sbagliato. Una perfetta soluzione bipartisan, come si dice oggi, che avrebbe soddisfatto tutti, nel perfetto stile veltroniano. Un ritocchino lì, una poltroncina di là, qualche “bravo professionista” di quelli che non fanno male a nessuno, come Riotta o Mentana, qualche riciclo, qualche new entry, qualche bella dichiarazione di principio e poi la solita spartizione, con Berlusconi a fare sempre e comunque la voce grossa. La voce del padrone. Forse, alla fine, andrà proprio così. Ma dobbiamo sperare di no. Perché le foglie di fico, e Zavoli sarebbe una perfetta foglia di fico (un po’ ammuffita, per la verità), servono solo ad allungare un’agonia che dura da circa un quarto di secolo, cioè da quando Berlusconi è diventato monopolista della tv privata, illegalmente e grazie agli amici della Prima Repubblica (a partire da Craxi). Amici che ha ampiamente gratificato, per quanto possibile (basta contare ex democristiani ed ex socialisti passati a Forza Italia, da Scajola a Brunetta).
E’ bene ricordarlo fino alla nausea: correva l’anno 1984. Siamo fermi lì. Il palinsesto invernale si è arricchito dei rientri in pompa magna di Raffaella Carrà e Pippo Baudo.
Zavoli sarebbe perfetto per vigilare su questo museo delle cere, che la cosiddetta rivoluzione di Mani Pulite non ha neanche sfiorato. A questo punto, mancherebbe solo la presidenza RAI affidata a Biagio Agnes, democristiano di ferro dei tempi di De Mita, che Veltroni probabilmente giudicherebbe una presidenza “di garanzia”.
L’uomo è sicuramente disponibile, pronto a sacrificarsi per il servizio pubblico. A forza di andare indietro tutta, nel tempo, siamo risaliti anche nell’alfabeto, fino alla lettera “A” di Agnes, appunto). Per ora comunque siamo alla “V” di Villari.
Una “V” che sta a significare l’ennesima vittoria di Berlusconi. La permanenza di Villari a capo della Commissione di Vigilanza sarebbe l’esplicita consacrazione della bulimia berlusconiana, un altro sigillo alla vastità del suo potere. Quindi un tributo alla verità vera del sistema. Perciò, viva Villari. Una funzione esemplare, la sua. Sempre per rimanere alla lettera “V”, come lettera che anticipa la fine, nel Partito Democratico sarebbe l’ora di dire “Via Veltroni”. Perché un leader di partito, acclamato dal popolo (si fa per dire), che decide con gli altri altissimi strateghi chi verrà eletto e chi no (non c’erano preferenze), cioè detta un elenco appena più lungo di una lista di invitati ad un grosso matrimonio, e dopo averli scelti a porte chiuse non è nemmeno in grado di ricondurli alla disciplina, non può non essere responsabile. Lui e gli altri alti papaveri del PD, a partire dal suo alter ego, D’Alema, con le sue fissazioni bicamerali, non saranno MAI l’alternativa. Non lo sarebbero nemmeno col 60 per cento dei consensi, perché per loro l’Italia, in buona sostanza, va bene così. Certo, preferirebbero essere al governo. Ma in mancanza di meglio, non stanno molto male mantenendo lo status quo. Per loro, la soluzione Zavoli salverebbe capra e cavoli. Si spartirebbero le poltroncine rimaste senza nemmeno sognarsi di mettere in discussione la vergognosa legge Gasparri, bocciata dall’Europa, a cui si sono adattati benissimo (tanto che il presidente della CdA della Rai, scaduto da mesi, è l’ineffabile Petruccioli – andatevi a rivedere “Viva Zapatero”- un altro oppositore scelto direttamente dal padrone Silvio). Quelli del PD possono solo sperare nelle dimissioni di Villari, o in una sua prematura scomparsa. Perché arrivati a questo punto, non sarebbe più credibile lasciare la Commissione.
Tempo scaduto. E dunque, viva Villari. Speriamo resista il più a lungo possibile. Speriamo che costringa quelli che l’hanno portato in Parlamento a lunghe trattative notturne per salvare qualche Floris, qualche Bianca Berlinguer, qualche Annunziata.
Ma forse il penultimo stadio verrà superato, e si arriverà a Zavoli, l’ultimo ansiolitico da somministrare ad un paese che si sta incazzando ogni giorno di più. L’unica “Zeta” di cui abbiamo bisogno è quella di Zorro: un eroe che, almeno per una volta, punisca i cattivi e faccia vincere i buoni.
Cesare Sangalli