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Se la proletaria legge “Vanity Fair”


Partiamo da una notizia piccina picciò: Concita De Gregorio è la nuova direttrice dell’“Unità”. Il fatto in sé appare poco rilevante. Ma il suo primo editoriale, intitolato “Il nostro posto”, brilla come una torcia accesa in un’estate grigio-piombo (non ci riferiamo al tempo, ma al clima morale e politico che si respira). Concita De Gregorio mette subito da parte le trite formule della politica quotidiana e va dritto al cuore del problema, quando, citando la Costituzione, scrive del “dovere inderogabile della solidarietà”.
Ecco il punto. La solidarietà è diventata un optional. Sicuramente sopravvive nella sfera familiare, e nella cerchia ristretta delle amicizie intime. Ma sembra sciogliersi come neve al sole appena si esce di casa, si va a lavorare, si va a scuola, si entra nella sfera collettiva. Fa bene Concita De Gregorio a ricordare il suo passato di ragazza cresciuta nella convinzione che nessuna appartenenza di genere, di provenienza, di cultura o religione le avrebbe precluso il cammino. Fa bene a ricordare che i quarantenni di oggi sono (siamo) “l’ultima generazione di un tempo che aveva un futuro, e la prima di quello che non ne ha più”.
Che cosa è cambiato? Si è indebolita fino quasi a sparire la robustezza dell’appartenenza collettiva. Il sentirsi parte di un gruppo, studenti, lavoratori, giovani, donne, o semplicemente cittadini. Anche “contro” quelli che stanno di fronte, in una posizione superiore, almeno quando le circostanze lo richiedono.
Nel frattempo, si dopava l’ego individuale, nutrito incessantemente di immagini false e falsanti. Tipo: tutti belli, ricchi, sani, vincenti. Palestrati, abbronzati, depilati, tatuati. Tutto “trendy”, “cool”, l’occhiale, il capello, la macchina, l’accessorio, il telefonino. Un gigantesco specchio deformante, grazie al quale, per guardarsi in continuazione, si finisce per non vedere più l’altro. Se non come misura di sé. E quindi da distanziare subito, nell’invidia o nell’indifferenza, qualche volta anche nel disprezzo. Il prossimo? E chi è? Per essere prossimi bisogna essere vicini, cioè “sentirsi sulla stessa barca”. Roba da gente rimasta ai tempi dei “Ragazzi di padre Tobia” (per la cronaca: era una serie televisiva dei primi anni Settanta): “Chi trova un amico trova un tesoro; noi siamo i ragazzi più ricchi del mondo”, diceva la sigla.
Tv parrocchiale. Roba da sfigati, da perdenti. Patetico. Ma le cose non stanno così. Patetici sono ad esempio i personaggi di “Tutta la vita davanti”, l’ultimo film di Virzì, che affonda il bisturi nel cancro della solitudine del giovane lavoratore precario, ma anche in quella dei “boss” (Massimo Ghini) e delle loro povere ricche cortigiane (Sabrina Ferilli). Le ragazze del call center che chiedono se è “legale” andare in bagno durante il lavoro. Spinte continuamente a competere, cioè a non unirsi mai, per nessuna causa, per nessuna ragione al mondo. Il potere dà del tu ai subordinati, li chiama per nome, con falsa confidenza (la stessa del “Buongiorno, sono Sabrina, Giovanna, Francesca”, come se fossero le commesse del negozio sotto casa, mentre sono lontane e indifferenti come i loro superiori). Se va bene, dosi di frustrazione massicce. Se va male, mobbing, umiliazioni sottili, nessun diritto, nessuna dignità lavorativa. Il paradosso, che il film di Virzì fa capire molto bene, è che ogni lavoratrice precaria si abitua a ragionare secondo uno schema binario “successo/fallimento”, da performance individuale. Se faccio di più, se sono più veloce, più aggressiva. Se mi metto in luce, se resto a lavoro finito, se sono carina. Se non mi lamento, se accetto ogni mansione, se non chiedo niente. Se passo sopra a un altro, se lecco il culo, se vado a letto col capo, nella versione più brutta e triste.
Ti fanno credere che oggi friggi le patatine, ma domani potrai diventare direttore del fast food. Un sacco di cazzate di stile americano. E pensare che già agli inizi degli anni Novanta un sociologo parlava dei “nuovi servi della gleba” per descrivere i lavoratori precari. Altro che “collaboratori” e “lavoratori a progetto”, altro che liberi soggetti in carriera, prestatori o soci d’opera, freelance e tante altre parole inventate per nascondere la realtà. E’ chiaro infatti che da soli, soprattutto in certe situazioni e in certe condizioni, non si va da nessuna parte. Non si può costruire una società di atomi sperduti, sempre in bilico fra stress e depressione, due facce della stessa medaglia. Ma perfino il disagio è stato privatizzato. Se hai problemi, vai dallo psicologo, prenditi qualcosa, drògati. Ma senza rompere le palle. In silenzio, e con un po’ di vergogna.
Perché ci hanno convinto che la colpa è nostra. La colpa è tua, se rimani indietro.
Leggi una lettera di protesta a “Vanity Fair”di una dipendente pubblica, che si lamenta per i tagli alla maternità e altre restrizioni, e subito ne arrivano altre con toni duri, a volte feroci, tutte rancorose nei confronti di chi ha lo scandaloso privilegio di avere un lavoro sicuro, nel pubblico poi. Tutte donne che guadagnano mille euro al mese o poco più, socialmente proletarie o quasi, ma mentalmente manager in tailleur, gente che soffre ma ha accettato da un pezzo la legge della giungla, vittime con il cervello da carnefici. Fanno a gara a chi sta peggio, a chi si sbatte di più per campare (a chi ce l’ha più lungo, per usare un codice maschile, visto che ragionano stile allievi dei marines), per concludere: “se ce la faccio io, ce la possono fare tutte”. Zitte e pedalare. Tutte pronte a ricominciare, ogni giorno che Dio mette in terra, le piccole guerre quotidiane: il parcheggio, il posto nella coda, l’iscrizione del figlio a scuola o in palestra, lo shopping compulsivo al centro commerciale. Poi magari comprano “Vanity Fair”, si fanno dare il Verbo dalla Simona Ventura o Santanché o Marcegaglia di turno (quando va bene), con cui stranamente tendono a identificarsi, e ora si apprestano a sintonizzarsi sull’”Isola dei famosi”, a vedere gente dall’ego dopato che guadagna soldi sul nulla .
Un ritratto eccessivo? Forse. E’ un ritratto che vale ovviamente anche per gli uomini, ma è coniugato al femminile perché il precariato delle donne fa ancora più pena (per loro) e rabbia (per il sistema). Perché è arrivato il momento di dire, senza vergogna, che le donne sono soggetti più deboli. Come gli anziani. Come gli operai. Come i giovani. Come i bambini. Come i disoccupati e i precari. Come gli extracomunitari (più di ogni altro). Deboli di fronte a un sistema, quello italiano, che non è “né generoso, né flessibile”, per usare i termini da due studiosi di demografia per spiegare il calo di natalità. E sono stati anche troppo gentili. Il sistema italiano è falso. Perché lavora contro le masse (come si diceva una volta), lavora contro i più deboli, quelli che dovrebbe proteggere. Vedi la scuola, visto che siamo a settembre. “E’ un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi trovano un ricco che le sposi”, scrive Concita De Gregorio. Speriamo sia un’esagerazione. Ma se si guarda la ministra Gelmini, che parla di merito e di rigore, e poi “La Stampa” ci dice che il titolo di avvocato è andato a prenderselo a Reggio Calabria, lei che è di Brescia, si capisce una volta di più che ci stanno prendendo per il culo da troppo tempo. Tutti affannati a trovare soluzioni private e individuali a vuoti mostruosi creati dal sistema.
Vedere i problemi dell’altro, del prossimo, serve a capire meglio i nostri. E aiuta ad alzare finalmente lo sguardo verso i veri responsabili del nostro disagio, e guardarli in faccia “a muso duro”, come avrebbe detto Pierangelo Bertoli.
Cesare Sangalli