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C’era una volta il comunismo


Chiunque abbia visto almeno un film della fortunata serie “Don Camillo e Peppone”, uò
avere idea, in chiave comica, del tema dominante nella vita politica italiana dal 1945 in poi.
Tutte le analisi sull’Italia partivano dalla considerazione delle “due chiese”: quella
democristiana (più o meno cattolica) e quella comunista (più o meno laica). Abbiamo già fatto l’elogio finale della Prima Repubblica al momento della vittoria mondiale del 1982, quindi non ci staremo a dilungare sui meriti storici del glorioso Partito Comunista Italiano, che ci sono stati e sono stati grandi quanto gli errori e le contraddizioni, esattamente come per gli eterni rivali della Democrazia Cristiana.
Nessun altro paese dell’Europa occidentale ha mai avuto un partito comunista così forte.
Prima della crisi delle ideologie negli anni Ottanta, oltre il 70 per cento dell’elettorato
italiano votava per una delle due chiese. Un confronto durissimo, ma tutto sommato leale: il vecchio democristiano in qualche modo rispettava l’avversario comunista, e viceversa.
Sapevano di essere i due veri pilastri della Costituzione, e quando il gioco si fece brutto, sporco e cattivo, negli anni Settanta, giustamente ricordati come “gli anni di piombo”, i due grandi partiti di massa sostennero insieme la Prima Repubblica, e vinsero la loro battaglia.
Ma agli inizi degli anni Ottanta, non c’era più nessuna vera emergenza nazionale a
giustificare il “compromesso storico”, o come si disse più tardi, in senso negativo, il
“consociativismo”. Era il momento buono per tentare una ridefinizione, un’analisi critica, anche perché era ormai evidente anche ai ciechi che le scelte di campo giuste, sui grandi temi, le aveva fatte la DC, optando per l’Occidente, l’alleanza con gli Stati Uniti, la Nato e successivamente l’integrazione europea. Nessuno poteva più illudersi sui paesi del “socialismo reale” dopo l’estate di Solidarnosc in Polonia, nel 1980. Se un sindacato, un’organizzazione di lavoratori popolarissima e guidata da un operaio, si rivoltava contro il regime comunista ispirandosi al papa, il fallimento dei “paradisi dei lavoratori”(che avrebbero dovuto superare anche in termini di benessere i paesi capitalisti) era ormai un tema ineludibile. Berlinguer lo aveva capito, e alla fine del 1981 pronunciò la famosa sentenza sulla “fine della spinta propulsiva del socialismo reale”, che non piacque affatto alla base.
Il dibattito fu ripreso invece in seno al Partito Socialista, che pure aveva meno scheletri
nell’armadio, in senso ideologico. La critica lucida, coraggiosa, impietosa, del marxismoleninismo, che gli intellettuali di sinistra (Strada, Settembrini, Pellicani e altri) fecero su “Mondoperaio”, rivista del PSI, fu probabilmente l’unico vero contributo politico di rilievo di Bettino Craxi, protagonista degli anni a venire e grande sponsor, oltre che amico personale, di Berlusconi.
Berlinguer sostenne fino in fondo la strana anomalia di un partito che di fatto era ormai
socialdemocratico, di sinistra moderata e occidentale, ma manteneva quasi romanticamente (e poi anche ipocritamente) il linguaggio e i temi rivoluzionari, che letti
oggi appaiono davvero ridicoli. La morte improvvisa, nell’estate del 1984, gli impedì quasi provvidenzialmente di vedere quanto fosse lontano dallo “spirito dei tempi” e quanto fosse grande il vuoto dietro di lui.
La pochezza del partito negli anni Ottanta è sconcertante. In ritardo su tutti i temi (l’ambiente, la televisione, l’Europa unita, il Terzo Mondo), privo di qualsiasi idea forte, il PCI si limita sostanzialmente ad avallare l’orgia dei conti pubblici, votando costantemente insieme al governo le folli leggi di spesa. In Italia praticamente non c’è più una vera opposizione ai pessimi governi di Craxi, De Mita, Andreotti e compagnia.
In quegli anni deprimenti, il segretario del partito è Alessandro Natta. Servono commenti?
No, perché nessuno di voi, giustamente, se lo ricorda. Ci vorrà il povero Occhetto, certo non un genio della politica, ma almeno una brava persona con un po’ di coraggio, a fare la svolta con dieci anni di ritardo. Eppure, negli anni ‘80, “qualcuno era comunista”, direbbe Giorgio Gaber. Il riferimento è agli attuali leoni dei DS, D’Alema e Veltroni, e cinquantenni vari. Assenti, in quel periodo, come quasi tutti i “compagnucci della parrocchietta”. Eppure erano già grandicelli. Paradossalmente, sarà Berlusconi a sdoganarli, a dare un senso alla loro presenza. Non a caso i due si contenderanno la segreteria a disfatta avvenuta, nell’estate del 1994. D’Alema, presunto genio della politica, non ha detto né fatto una cosa giusta in tutti questi anni (giustificando l’ormai celebre urlo di Moretti, “di’ qualcosa…”).
Veltroni, discreto manager, ha scoperto l’Africa a quarant’anni, e ha scritto al riguardo che “Forse Dio è malato” (parafrasando, si potrebbe dire “Probabilmente Veltroni è scemo”). Non sono certo loro che ci fecero sognare, nel 1993, quando un’Italia migliore sembrò possibile.
Cesare Sangalli