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La Restaurazione (dei Draghi) e il Conte (di Montecristo)


“Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi”. Questa frase cinematografica, una delle perle di saggezza del magnifico film “Magnolia”(1999), è il miglior commento all’ “Operazione Draghi”, una specie di “golpe bianco” attuato da Renzi per conto dei Poteri Forti, Confindustria su tutti, con la chiara complicità di Mattarella (che aveva già un precedente, rimosso un po’ da tutti: la nomina di Carlo Cottarelli nel maggio 2018, subito prima della nascita del governo Conte; nomina per per cui Di Maio, per un paio di giorni, chiese l’“impeachment”).
La storia dell’Italia contemporanea (vedi “1993” e “Il Grande Freddo”) sembra il Gioco dell’Oca. Quando sta per arrivare il cambiamento, il cambiamento vero, c’è sempre qualcosa o qualcuno che ci riporta al via.
Le definizioni altisonanti (Prima, Seconda e Terza Repubblica) sottolineano il verificarsi di terremoti politici, che tendono però a finire sempre col sorriso beffardo del Gattopardo: “cambiare tutto perché tutto resti uguale”.
Ci fu “la rivoluzione di Mani Pulite”/”Tangentopoli” (1992-93).
Ci fu l’avvento del Movimento Cinque Stelle (2013-2018).
Da ultimo, c’è stata la pandemia, che ha portato al Recovery Fund, ottenuto da Conte nonostante il pessimismo di tanti gufi.
Ogni volta abbiamo sognato cambiamenti epocali. E ogni volta ci siamo ritrovati con il sorriso beffardo di Silvio Berlusconi, in pole position (1994), o dietro le quinte (oggi). Ci fa da promemoria,  ci riporta sempre lì, all’anno di grazia del magico Silvio: non tanto il famoso 1994; ma l’anno di Orwell, il 1984.
A metà degli anni Ottanta, infatti,  Berlusconi sigilla il monopolio privato della TV, ottenuto con un’occupazione di fatto dell’etere,grazie a Bettino Craxi e al suo “decreto Berlusconi”. Non solo: nello stesso anno, con il nuovo Concordato, la sinergia fra potere politico, potere economico e Vaticano è garantita, grazie all’istituzione dell’otto per mille, che rovescia miliardi di soldi pubblici ogni anno nelle casse gestite direttamente dalla Conferenza Episcopale Italiana.
I rappresentanti di quella stagione scintillante di consumi, moda, calcio spettacolo e belle donne dovunque, si ritrovano, 26 anni dopo (luglio 2010), in piena crisi economica, nella cena a casa di Bruno Vespa (che, nel giorno della fiducia a Draghi, ha festeggiato il quarto di secolo  di “Porta a Porta”!): c’è ovviamente Berlusconi (con Marina); c’è Cesare Geronzi, il banchiere della stagione d’oro di Parmalat (finita col fallimento); c’è Tarcisio Bertone, il potentissimo segretario di Stato vaticano, il primo ministro di Ratzinger; c’è Pierferdinando Casini, eterno democristiano lanciato da Forlani proprio a metà degli anni Ottanta, e, soprattutto, c’è lui, San Mario Draghi, allora Governatore della Banca d’Italia, un Draghi che nel 1984 partecipava perfino al governo Craxi di cui sopra,come consigliere del ministro del Tesoro (cosa che nessuno si è sognato di ricordare, grazie Wikipedia).
Quando la Prima Repubblica va in crisi per Tangentopoli , e per il gigantesco debito pubblico che Draghi, direttore generale del Tesoro nominato da Andreotti, nell’ultimo governo del basso Impero democristiano (e socialista), si guarda bene dal denunciare, gli eterni oppositori del PCI (che ora si chiama PDS) si trovano ad un passo dall’agognato governo, atteso da oltre quarant’anni. Anzi, per la prima volta vengono chiamati a far parte dell’esecutivo tecnico di unità nazionale, il primo della storia, quello di Ciampi (1993). Ma gli ex comunisti durano poche ore a Palazzo Chigi, perché la sera stessa del giuramento Occhetto ritira i suoi tre ministri, quando la maggioranza parlamentare che sostiene Ciampi nega l’ autorizzazione a procedere per Bettino Craxi, scatenando l’ira popolare. Sembra solo una pausa: nulla , nel 1993, pare poter fermare il cammino degli ex comunisti verso la presidenza del consiglio, una conquista che, per quanto ritardata, sarebbe una svolta (a sinistra) epocale.
E invece. Dal nulla (si fa per dire) spunta Berlusconi (previo accordo di Dell’Utri con i boss mafiosi), che “sdogana” in un attimo le destre impresentabili (Lega Nord e Movimento Sociale), e stravince le elezioni, prendendo quasi tutti i voti di democristiani, socialisti e dei partiti storici cancellati dallo scandalo della corruzione generale.
Col successivo secondo governo tecnico della Storia (Lamberto Dini), nasce lo schema dell’accordo perenne sottobanco,l’inciucio permanente fra centrodestra e centrosinistra, uno schema  che regge perfino dopo la crisi del 2011, quando Berlusconi cade definitivamente: ma invece di andare alle urne (anche e soprattutto per la pavidità di Bersani), a causa della solita “emergenza”, spunta ancora un governo tecnico con tutti dentro (tranne la Lega, sempre pronta comunque  a rientrare insieme agli alleati storici), il governo Monti
A sparigliare le carte, a rompere il falso bipolarismo sono già scese in campo le milizie popolari di Beppe Grillo, il M5S. Alle elezioni del 2013, che inaugurano la Terza Repubblica,  sono già, di fatto, il primo partito. Un secondo tentativo di rivoluzione. In un primo tempo i grillini snobbano Bersani, nel celebre “streaming”. Ma in pieno marasma (il governo ancora non si forma), c’è da eleggere  il presidente della Repubblica. Ecco che si apre la possibilità di svoltare davvero, se il PD accettasse di votare un presidente cristallino e di sinistra come Stefano Rodotà, uno dei suoi fondatori, che è il candidato scelto dal M5S. Ma Bersani (che sa di non controllare i suoi) preferisce il solito vecchio schema: va da Berlusconi e ne esce col nome del vecchio lupo democristiano Franco Marini. Segue la trombatura di Prodi, la fine politica di Bersani, la sceneggiata di Napolitano, eletto di nuovo presidente.
Si torna all’antico, con il governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta (Forza Italia è di gran lunga ancora il primo partito del centrodestra). Schema che si ripete, rivisto e corretto, con Renzi e con Gentiloni. Berlusconi ancora e sempre imprescindibile, mentre nessuno parla più di legge sul conflitto di interessi o di riforma del sistema televisivo.
E siamo al 2018. Stavolta il M5S sbaraglia la concorrenza. Il partito più vicino (il PD) ha poco più della metà dei voti pentastellati. Insieme potrebbero dare una botta di vita al paese. Ma Renzi blocca le consultazioni, fa morire in culla l’ipotesi di un governo M5S-PD-LeU con una dichiarazione in tv da Fabio Fazio, alla faccia della democrazia interna. Maurizio Martina, un altro pavido, segretario del PD trattato come un pagliaccio, non osa sfidarlo.
Il M5S allora si rivolge, obtorto collo, alla rinata Lega di Salvini. Ma siccome l’alleanza con i populisti di destra fa storcere troppe bocche dell’establishment, Mattarella forza la mano e nomina Cottarelli, affossando la prima ipotesi di Conte. Maggioranze senza il M5S, però, non ce ne sono. Cottarelli rinuncia e nasce il Conte uno, in cui qualche novità si vede (dal reddito di cittadinanza alla legge “spazza corrotti”, dal “decreto dignità” che cancella il “Jobs Act” al blocco della prescrizione). Altri cambiamenti rivoluzionari sono solo minacciati, come la revoca della concessione di autostrade ai Benetton; o la chiusura delprogetto TAV, a cui la Lega (evidentemente partito del cemento, delle imprese del nord, dei “danée”)  si oppone, proprio come l’establishment.
Si fa di tutto per non mettere in discussione l’esistente, il modello in auge da trent’anni, spacciato come modello dei “competenti”, minacciato dalle orde grilline. Ma il Conte bis intanto cancella l’eredità salviniana più ingombrante, i Decreti Sicurezza;e minaccia di fare altre riforme importanti per il Paese (con molta calma, per carità; a uno come Zingaretti ci vorrebbero i decenni).
Si va avanti molto piano, ma si va avanti. Poi scoppia la pandemia. Conte si rivela premier dal piglio deciso, sia in Italia sia in Europa, dove si batte come un leone (riguardate l’intervista a “Bild”), riesce a coalizzare il fronte del sud, e alla fine i falchi del Nord vengono piegati, in nome della solidarietà europea: l’Italia ottiene la fetta più grande dei finanziamenti, proprio perché è il paese più in difficoltà. Un successo straordinario. Conte e la coalizione che lo sorregge avrebbero il diritto/dovere di porre le basi dell’Italia che verrà, spendendo i soldi del “Recovery Fund”.
Ma per i solti noti questo è inaccettabile. Non sia mai che venga contraddetta la logica sviluppista, la logica della crescita a tutti i costi, una linea che Confindustria dimostra di voler portare avanti fregandosene della salute (conta solo non perdere “fette di mercato”). Non sia mai che venga ribaltata la logica fin qui vincentedel privato che prevale sul pubblico (vincente per i soliti noti, appunto, a danno del lavoro, dell’uguaglianza, dell’ambiente, spesso dell’etica stessa).
Mario Draghi, grazie alla testa di ponte Renzi, è lì per loro. Certo, deve rispondere (si fa per dire) alle forze politiche della vecchia coalizione M5S-PD-LeU e al popolo (che già, stando ai famosi sondaggi, lo acclama). Di sicuro non verrà messo in difficoltà dai giornalisti, che perdono anche gli ultimi pudori, e si lanciano nell’elogio sperticato a reti unificate.
No, Draghi non è e non può essere l’uomo del cambiamento. Cercherà di non fare sciocchezze (dovrebbe riuscirci), accontentando un po’ tutti. Non può avere una vera linea politica, un banchiere che deve tenere insieme berlusconiani e grillini, destra e sinistra, cani e porci.
No, il cambiamento è stato congelato, sospeso, rinviato sine die. O meglio, rinviato al 2023. Molti già pronosticano Draghi al Quirinale, fra un anno. Ipotesi che i commentatori trovano perfettamente logica e plausibile. Come se in dodici mesi si potesse riuscire a delineare l’Italia del futuro, come tromboneggiano i soliti noti (l’ennesimo: “Qui si fa l’Italia o si muore”: poi l’Italia non si fa mai, tutte le questioni restano irrisolte, ma non “muore” mai nessuno;l’enfasi è direttamente proporzionale alla modestia, per non dire la meschinità, degli obiettivi).
A partire dalla scelta dei ministri, è evidente che questo governo ha una scarsa considerazione delle donne, dei giovani, del sud. Ecco perché dovrebbero essere le donne, soprattutto giovani e del sud, a denunciare la Restaurazione, ed essere pronte a bacchettare le mani dei maschi ricchi del nord sui fondi europei.
Dovrebbero essere loro, fuori dal palazzo, a costruire una sinistra unita (accogliendo anche le Sardine serie e i ribelli del M5S), rigorosamente guidata da donne, che superasse le divisioni grottesche dei partitini progressisti (non li vogliamo nemmeno menzionare). Una forza radicalmente ambientalista, femminista, pacifista, antirazzista e antifascista, ispirata all’eguaglianza, alla cooperazione, al Welfare, alla giustizia sociale, al ritorno clamoroso dello Stato e della politica. Magari con Rosy Bindi al Quirinale. Con uno scopo preciso: prendere molti più voti, fra due anni, dei liberisti de’ noantri, i vari Renzi, Bonino, Calenda, Toti e altri, messi tutti insieme. E condizionare da sinistra la nascita del nuovo governo Conte, con la sua coalizione attuale rivista e corretta, tornata a Canossa, dopo l’orrenda ammucchiata. La vendetta del Conte di Montecristo. E’ talmente necessario che forse questa volta accadrà davvero.

 Cesare Sangalli

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