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Sogno di una notte di mezza estate


Tutto cominciò con Cesarone Previti. Dopo un’incredibile trafila giudiziaria, che avrebbe fatto impazzire anche il famoso Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, dopo un numero imprecisato di sentenze, dopo il mezzo bluff degli arresti domiciliari, il mezzo bluff dell’assegnamento ai servizi sociali, dopo un anno abbondante di tira-e-molla in Parlamento, il senatore Previti, esaurito il “rosario di interminabili astuzie” (come direbbe De André), decadde. Ora era solo un pregiudicato qualunque. Il provvedimento non suscitò particolare clamore, un po’ perché era atteso da troppo tempo, un po’ perché l’estate torrida la faceva da padrona, nella Terra dei Cachi.
Eppure, come la palla di neve che diventa valanga, come il sassolino che cadendo fa crollare la montagna, quella piccola, squallida vicenda di un volgare corruttore di giudici finalmente cacciato dal Palazzo, fu l’inizio della fine. Il Parlamento, nella stessa estate, aveva concesso ( forse per il gran caldo) l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche dei “furbetti del quartierino”, come richiesto dal giudice Clementina Forleo.
A settembre, in una data emblematica per gli italiani (l’otto), il grande successo del “Vaffanculo Day” promosso dal profeta Beppe Grillo, diede un’altra tremenda mazzata alla nomenklatura italiana, più resistente di quella sovietica. Arrivava l’autunno, cadevano le foglie, le sentenze, i rinvii a giudizio. L’Italia cominciò a chiedersi perché doveva tenersi dei ladri patentati come Cirino Pomicino o Alfredo Vito alla commissione antimafia. La pressione della gente comune e, per forza di inerzia, dei media, stava diventando insostenibile. Il Parlamento arrivò perfino a decidere di creare una commissione di inchiesta per i fatti di Genova, dopo che il processo stava epurando i vertici della polizia, della Digos e del Sisde, e anche una commissione sulla sporchissima storia dei brogli elettorali. Il Ministero degli Interni venne rivoltato come un
calzino.
Iniziò il processo a Berlusconi per i fondi neri Mediaset, quelli coperti dall’avvocato londinese David Mills.
Marcello Dell’Utri dovette subire la seconda condanna, in appello, per mafia. Totò Cuffaro, alla sbarra nel processo di Palermo, fece una pessima impressione, e molti siciliani ebbero un brivido di vergogna, a pensare che avevano preferito quel ciccione mellifluo e bugiardo a Rita Borsellino. A novembre, arrivarono gli avvisi di garanzia per Fassino, D’Alema, Latorre, Bonsignore, Grillo, Comincioli, una vera ammucchiata “bipartisan” che aveva appoggiato le avventure finanziarie dei vari Ricucci, Coppola, Consorte, Gnutti. Tirava una brutta aria per banchieri e imprenditori: Fazio fu interrogato senza pietà dal pubblico ministero, Geronzi dovette dimettersi per affrontare il processo, Tronchetti Provera fu rinviato a giudizio per lo spionaggio Telecom, anche perché, alle prime udienze del processo per il rapimento di Abu Omar, Mancini aveva cominciato a vuotare il sacco, presto imitato da Pollari, che, non potendo più nascondersi dietro inesistenti segreti di stato, era stato colto dalla sindrome “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
Nel frattempo, per quanto possa sembrare incredibile, la politica aveva fatto dei grossi passi in avanti. La vera svolta fu la sorprendente elezione di Rosy Bindi come leader del nascente Partito Democratico, nella consultazione del 14 ottobre.. Il grande sconfitto, Walter Veltroni, non resse all’umiliazione, e dichiarò che alla fine del mandato come sindaco di Roma si sarebbe interamente dedicato all’Africa. Notevole anche la performance di Furio Colombo, terzo classificato, che prese il doppio dei voti di Enrico Letta. Insomma, un’intera classe politica aveva perso il controllo del proprio elettorato. Perfino l’assurdo popolo del centrodestra sembrava dare qualche segno di vita, e stanco di sfogare le proprie profonde frustrazioni su extracomunitari, gay e comunisti, cominciò a mostrare segnali di disaffezione nei confronti di Berlusconi, Fini, Bossi, Casini: la Casa della Libertà calava continuamente in tutti i sondaggi.
Per la prima volta, i politici si vedevano per quello che erano da tempo: una specie di equipaggio del “Titanic” che punta dritto verso l’iceberg, ma è talmente sciocco e arrogante che non si preoccupa per la sciagura dei passeggeri. In effetti, si apprestavano a passare uno degli ultimi Natali alla “guida del Paese”.
Il panico dilagava anche all’interno del mostro televisivo a due teste, più alla Rai che a Mediaset, per la verità. Quando fu chiaro che a Bruno Vespa non sarebbe stato rinnovato il contratto, e che, dopo dodici anni, “Porta a porta” non sarebbe più esistito, si sentirono tutti smarriti: se anche Vespa non era più sicuro, ogni certezza era messa in discussione. Il flop negli ascolti aveva già castigato Simona Ventura e l’”Isola dei famosi”, nessuno dei reality vecchi e nuovi andava oltre il 10 per cento dello share. La Endemol sfornava bidoni uno dietro l’altro: non capivano davvero più che cosa piacesse al “grande pubblico”. Fu un inverno gelido, per le star televisive, si salvò solo Pippo Baudo a Sanremo. Oltretutto, dopo una durissima bocciatura dell’Unione Europea che aveva portato all’abrogazione delle Legge Gasparri, la posizione di rendita dei due colossi televisivi, per la prima volta dal 1984, veniva messa in discussione. Erano davvero troppi i segnali per non capire che un’era stava tramontando. I maschi italiani conservatori si aggrappavano al calcio, ma anche nel mondo del pallone il declino era inesorabile, e le delusioni non tardarono ad arrivare: nessuna squadra italiana superò i quarti in “Champion’s League”, le stelle stavano a guardare, a partire da Francesco Totti, che, libero da ogni impegno con la nazionale e presto anche da quelli di coppa, fece un campionato molto mediocre. Del Piero smise di giocare a fine stagione, proprio come Vieri, Nedved, Maldini e Inzaghi .
Non fosse stato per il clamoroso ritorno di Antonio Cassano, l’Italia campione del mondo non avrebbe avuto più nessun grande giocatore nei suoi ranghi. Unica, magra consolazione, il fatto che Capello e Lippi si erano dimostrati bravissimi commentatori, tanto da chiudere definitivamente la loro carriera di allenatori e passare nel mondo della TV.
A vederli uscire uno ad uno dalle luci della ribalta della storia, per entrare nell’ombra dei dimenticati, i protagonisti dell’ultimo decennio mettevano perfino un po’ di malinconia addosso, dopo tutta la rabbia, la nausea o il sarcasmo che avevano provocato nella parte sana del paese. Perché erano le specchio del fallimento di un paio di generazioni, del declino penoso di un’intera nazione. L’Italia cominciò a guardarsi un po’ indietro, per capire come aveva fatto a ridursi così, dove e quando aveva sbagliato. Era un’operazione necessaria, che andava fatta da tempo, perché non si poteva continuare a far finta di nulla in eterno. C’era un mix di dolore e di speranza, in quella sorta di “rivediamoci alla moviola”, un po’ come nell’Italia del dopoguerra, ma in condizioni meno drammatiche. Si capiva chiaramente che una pagina di storia andava voltata con risolutezza. E, come direbbe lo scrittore Cacucci, “in ogni caso, nessun rimpianto”.
Cesare Sangalli