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…E giustizia per tutti


Signori, in carrozza. Comincia la lunga estate calda. Tonnellate di melma stanno per tracimare. Ci diranno che la democrazia è in pericolo. Che l’antipolitica è un rischio che minaccia di travolgere le istituzioni. Si parlerà di emergenza, si chiederanno “larghe intese” o governi di transizione. Si dirà, come ai tempi di “Mani Pulite”, che i magistrati vogliono fare politica. E sarà, per la seconda volta, tutto falso. La democrazia non è in pericolo, perché la maggior parte degli italiani, o almeno una parte molto consistente, è assai meglio della sua classe dirigente. E saprebbe bene cosa fare, tanto che quando può lo dice duro in faccia ai politici, ai manager, ai sindacalisti, ai baroni delle università, ai giornalisti, ai banchieri.
Sono soltanto loro, eventualmente, a essere in pericolo, e gridano tutti “dopo di me, il diluvio”, come faceva l’aristocrazia francese prima di essere travolta dalla rivoluzione. Dopo di loro, invece, ci sarà solo bel tempo, perché loro sono le nuvole che oscurano la vita democratica della nazione.
La discriminante sarà l’onestà, la trasparenza, la responsabilità delle proprie azioni, la coerenza. Ecco perché il rinnovamento della classe dirigente, e forse il cambiamento profondo del sistema Italia, o della Seconda Repubblica, passerà inevitabilmente anche per le aule dei tribunali. Non c’è da rallegrarsi di questo, ma la questione morale è l’unica vera emergenza, nell’ennesima estate italiana degli scandali. E adesso entriamo nel merito.
La Seconda Repubblica, nata ufficialmente nel 1994, secondo questa rubrica era già iniziata negli anni Ottanta, con il primato dell’economia sulla politica. Ma detto così è un po’ generico. Più specificamente, si può dire che la Seconda Repubblica nasce sulla televisione e muore con il telefono. La televisione continua ad offrirci una realtà virtuale fatta per confondere la gente, annegare tutto nelle chiacchiere, nelle battute; annacquare la memoria sull’istante, cambiare mille posizioni, seguire lo slogan del momento, fare teatro. E’ la massima espressione di quella che il sociologo Zygmunt Barman chiama la “società liquida” . Pura rappresentazione.
Il Potere si mostra in televisione, ma agisce al telefono. Mantenere un sistema così complesso, ramificato, articolato (il cancro in metastasi di “Capodanno col botto”) vuol dire comunicare continuamente, lavorare instancabilmente dietro le quinte del palcoscenico. Raggiungere accordi, tessere trame, fare rete (altra tipica espressione della società liquida). Una vecchia pubblicità diceva : “Il telefono. La tua voce”. No, il telefono è la loro voce. Ecco perché il caso Telecom diventa la madre di tutte le battaglie, e speriamo che sia lo scandalo tombale per gran parte dell’élite del paese.
Riassumendo. La Telecom viene privatizzata nel 1999. E’ la più importante azienda controllata dallo Stato, e occupa un settore strategico. Un’operazione così importante viene gestita da una banda di magliari della finanza padana, che ritroveremo pari pari sei anni dopo, coinvolta negli scandali bancari dei “furbetti del quartierino”: Colaninno, Gnutti, Consorte e compagnia varia. Regola numero uno: vietata la trasparenza.
Nessuno deve capire esattamente chi compra che cosa e a quali condizioni, con quali soldi, per fare cosa.
Regola numero due: è soprattutto con le speculazioni finanziarie che si può rubare ai poveri per dare ai ricchi, come la globalizzazione va insegnando da anni. Per applicare le due regole, occorre un sistema bancario compiacente, una classe politica che ha dimenticato completamente quale sia l’interesse del paese (l’etica è già stata messa da parte da un pezzo), un giornalismo asservito che si guarda bene dal fare chiarezza, spiegare, denunciare, ma si limita a registrare l’esistente così com’è. Nel 1999 ci sono tutte queste condizioni. La prima porcata viene servita agli italiani come se nulla fosse, e la cosa triste è che ciò avviene con il governo dell’Ulivo, con Massimo D’Alema, che ribadirà nei prossimi giorni che lui con quella faccenda non c’entra niente. Senza rendersi conto della gravità del concetto, anche se fosse vero (e non lo è). Se fosse vero, infatti, sarebbe come dire che il capo dell’esecutivo, la guida del paese, abdica completamente di fronte al mercato, lascia che chiunque possa prendersi un bene pubblico in qualsiasi modo, senza la minima preoccupazione per i dipendenti, per gli utenti e più in generale per i cittadini. Si ruba a tanti per dare a pochi, e questo avviene tranquillamente con la sinistra al potere. Ci hanno fatto credere che a guadagnarci erano comunque gli azionisti (che suona molto più popolare), ma poi si scopre che non è vero, che chi ha investito in Telecom ha fatto un pessimo affare. Ma la questione Telecom non è soltanto un fatto economico, di ricavi e di guadagni, di buona o cattiva gestione.
Lo si capisce bene con il passaggio numero due, questa volta sotto l’egida del governo Berlusconi (fatto assolutamente emblematico): nel 2001, dopo solo due anni, i “capitani coraggiosi” se ne vanno, con le tasche piene ovviamente, vendendo ad un prezzo gonfiatissimo le azioni Telecom a Marco Tronchetti Provera. In realtà le vendono a Olimpia, che a sua volta è controllata da Pirelli, o viceversa, ma poco importa: ancora una volta la finanza compie il miracolo, concedendo poteri enormi a chi non rischia né i capitali, né la faccia. Al momento delle redde rationem, dell’assunzione di responsabilità, si sente sempre lo stesso ritornello: “Io non c’ero, o se c’ero, dormivo”.
Così, Tronchetti Provera porta la “security” Pirelli dentro Telecom, nella persona di Tavaroli, ex servizi segreti, che lavora con un detective privato ex piduista (Cipriani) ed è amico di Marco Mancini del Sismi, braccio destro di Nicolò Pollari, al massimo del suo potere nei servizi segreti. Con l’accesso ai dati telefonici, lo spionaggio diventa la fiorente attività parallela di Telecom. Nessuno sa, nessuno vede. Il sistema perfetto.
Pubblico e privato, destra e sinistra, politica ed economia, telecomunicazioni e televisioni. Tutto si salda, ma non alla luce del sole: sempre al riparo da occhi indiscreti, e sempre senza turbare lo status quo. Non a caso, nello stesso periodo, Tronchetti Provera, che ha rilevato “LaSette” da Cecchi Gori, soffoca nella culla il famoso Terzo Polo televisivo (che sembra il Ponte di Messina dell’etere: tutti ne parlano, ma non si fa mai): nessuno deve disturbare i sonni tranquilli del mostro televisivo a due teste (vedi “Pali, paletti e palinsesti”).
Va tutto per il meglio, in questo che è il migliore dei mondi possibili, sembra dire in coro, al di là delle finte polemiche, la nostra classe dirigente.
Ma l’impunità, la libertà di manovra in un amplissimo cono d’ombra, fa sì che qualcuno si allarghi. L’estate scorsa, sono stati i “furbetti del quartierino”, Ricucci, Coppola e Fiorani, e dall’altro lato il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Quest’anno è il turno delle spie, pubbliche e private, scivolate su una doppia buccia di banana: da una parte, il rapimento di Abu Omar da parte della CIA, con la zelante collaborazione dei nostri servizi segreti (cioè Pollari), difesi tanto da Berlusconi che da Prodi; dall’altra, le intercettazioni a magistrati, politici, giornalisti, dipendenti e perfino calciatori: cinque anni di dossier pazientemente costruiti, per tenere sempre in ottime condizioni quella che il magistrato Gherardo Colombo chiama “la società del ricatto”.
Sulla prima buccia di banana, siamo già al processo, con l’imbarazzante questione del segreto di stato, che c’è anche se ufficialmente non lo ha opposto nessuno (nella Terra dei Cachi il dramma sfiora sempre la farsa e viceversa): deciderà la Corte Costituzionale (per cui molti sperano di sfangare almeno l’estate).
Sulla seconda questione, potenzialmente enorme, siamo alle prime schermaglie fra magistrati e politici. Il tutto mentre si aspetta la conclusione del processo alla violenza di Stato per i fatti di Genova (vedi “Genova per noi”), la conclusione di Calciopoli, di Vallettopoli, degli scandali bancari, e perfino dei vecchi crack di Cirio e Parmalat, senza dimenticare i processi a Berlusconi e a Dell’Utri, o quello di Totò Cuffaro, governatore della Sicilia. Riusciranno i nostri eroi a salvarsi anche stavolta? Noi crediamo di no. Anche per un atto di fede nella Costituzione, nelle istituzioni. Un po’ come l’avvocato Al Pacino in un vecchio film, nel giuramento di lealtà ad uno Stato che garantisce la tutela dei diritti dei cittadini“…e giustizia per tutti”.
Cesare Sangalli