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La guerra di Piero (contrordine compagni)


Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro del Partito Democratico. Archiviata la morte e la resurrezione del governo Prodi (durerà, durerà, statene certi) si può tornare finalmente a parlare di politica, ammesso che i nostri politici ne siano ancora capaci, cosa di cui è lecito dubitare. Spendere parole sulla crisi di governo di febbraio, ennesimo esempio di politica “Matrix” (vedi il pezzo di riferimento) è un esercizio inutile. Ma la nascita del Partito Democratico invece rappresenta davvero il ritorno alla realtà, tanto che stanno già cominciando i mal di pancia. Le coliche devono ancora arrivare, e Dio solo sa quanto ne hanno bisogno i nostri mitici leader . Quelli del centrosinistra, intendiamoci; quelli del centrodestra non meritano nessuna considerazione, dovrebbero fare la fine dell’equipaggio del “Pequod” che segue il capitano Achab (Berlusconi), mentre affonda insieme a Moby Dick, cioè insieme al sogno (per loro, incubo per noi) dell’Italia grassa e cialtrona, priva di etica e di politica.
Torniamo quindi al Partito Democratico. Finché se ne parlava e basta, era perfetto per “Matrix”: una realtà virtuale, innocua, che consentiva centinaia di interviste, dichiarazioni e smentite sul nulla. Lo sport preferito di politici e giornalisti dell’establishment. Avete presente roba tipo “dobbiamo preservare l’identità cattolica”, oppure “penso ad un partito riformista che sappia parlare ai moderati”, o anche “la sinistra deve rimanere inserita nel solco del socialismo europeo”? Il nulla, appunto. La stragrande maggioranza dei nostri rappresentanti ci avrebbe campato per anni. Purtroppo per loro, invece, il Partito Democratico si farà davvero. E purtroppo per loro, la nascita del nuovo soggetto politico potrebbe perfino diventare l’occasione di un forte cambiamento (ma non osiamo sperarci troppo: solo un po’). Almeno succederà qualcosa, si potrà fissare la data di un fatto: 2008, nasce il Partito Democratico; DS e Margherita non esistono più; finisce per sempre il dualismo fra ex democristiani ed ex comunisti, che non aveva più senso; tramonta per sempre il progetto di rifare la DC. Una notizia piccola, per carità, ma pur sempre una notizia, un fatto politico certo, perbacco.
Il merito di essere usciti da “Matrix”, anche se poi sul palco ci saranno quasi tutti, a congratularsi a vicenda dopo essersi scannati fino all’istante prima , a nostro avviso è di Piero Fassino, e potete stare certi che nessuno lo ringrazierà per questo.
Fassino ha tutta l’aria di voler fare la fine di Occhetto, che bene o male è stato il miglior segretario dei DS dalla morte di Berlinguer a oggi, e non a caso lo hanno trattato a pesci in faccia. Fassino non è un grande leader, non ha grandi idee, non ha un vero progetto politico e ha invece un po’ di scheletri nell’armadio. Da giovane sottosegretario agli esteri, sotto la guida del ministro Lamberto Dini, nel governo dell’Ulivo ’96-’98, trovò il modo di finanziare il criminale Milosevic con il pessimo, sporchissimo affare Telekom Serbia. Più recentemente, ha difeso la categoria degli speculatori d’assalto stile Coppola, Ricucci e Fiorani, poi travolti dalle inchieste, e “ha fatto il tifo” per la Unipol di Giovanni Consorte, ennesimo manager disinvolto, di quelli che ti spiegano, dati alla mano, che Cristo è morto di sonno (vedi “Capodanno col botto”). Insomma, non stiamo parlando di Nelson Mandela, se non fosse chiaro.
Però Fassino è meglio di molti di quelli che lo circondano e che vanno per la maggiore, a cominciare dal Gatto e la Volpe, gli inossidabili Veltroni e D’Alema., che continuano a campare sulla labile memoria del popolo della sinistra (diessini in primis, forse per l’imprinting di partito). Senza stare a tornare al 1994 e alla ingloriosa fine del buon Occhetto, e senza elencare le enormi pecche dei tempi del governo dell’Ulivo, ci limiteremo a ricordare in che momento cominciò “la guerra di Piero”, anche perché sono passati solo sei anni, che per la politica italiana, eternamente uguale a se stessa, significa un attimo fa.
Dunque, era l’inizio del 2001. Ci si apprestava alla campagna elettorale, per le elezioni di maggio che sarebbero state stravinte da Berlusconi (più nei seggi che nei voti, in realtà). Solo 12 mesi prima, Massimo D’Alema, da presidente del consiglio, ci spiegava quanto fosse difficile l’arte del governo, e ci lasciava capire quanto poco realistico era sperare in una legge sul conflitto di interessi o addirittura in una riforma televisiva, o del settore bancario, o del mondo del calcio, o di qualsiasi altra cosa. Il suo riformismo senza riforme era il massimo a cui il popolo della sinistra, a cui certamente sfugge la complessità della politica, poteva ambire.
Per fortuna, però, a guidare il partito c’era Walter Veltroni, che nel mega-congresso di Torino lanciava lo slogan “I Care”, riprendendo Don Milani, Martin Luther King, Bob Kennedy, James Dean e Rocky Roberts, e dando slancio alla sinistra con il suo coraggio e le sue idee, il suo audace programma da lanciare nella sfida politica contro Berlusconi.
Dodici mesi dopo, infatti, a fronteggiare la destra (cioè a gestire la sicura sconfitta) c’erano Rutelli e Fassino.
Il Gatto e la Volpe s’erano dati: D’Alema con nobile gesto dimissionario dopo la sconfitta alle regionali, novello Cincinnato pronto a tornare a disposizione della patria in ogni momento, tanto che puntava dritto al Quirinale; Veltroni un po’ in stile “otto settembre”, anzi “Roma città aperta”, visto che a lui piace il cinema e visto che trovò rifugio, come sindaco, nella capitale. Dice che è in testa a tutte le classifiche di gradimento, e che quindi il prossimo candidato premier sarà certamente lui. Noi speriamo con tutto il cuore di no, e osiamo perfino immaginare che da qui al 2011 si potrebbe trovare un volto davvero nuovo, visto che il nostro non è poi nemmeno così giovane (si potrebbe dire che John Kennedy alla sua età era già morto).
Nel 2001 quindi, dopo cinque anni di governo di cui non rimarrà traccia negli annali, l’Ulivo andava alla sua Waterloo annunciata guidata da Rutelli e Fassino.
Ora, su Albertosordi Rutelli, il candidato scelto perché “sapeva comunicare”, “bucava il video”, “aveva un’ottima immagine”, non vale la pena dire niente (va bene giusto per chiudere amaramente il pezzo sui cattolici, vedi “La messa è finita”). Ma di Piero Fassino, l’eterno secondo, il perdente che si immola al posto dei Grandi Leader, che non sono mai responsabili di niente, che cadono sempre in piedi come i gatti, bisogna invece fare l’apologo.
Intanto, Fassino è serio, anche un po’ triste, non fa qualunquismo ammiccante come Rutelli e come Veltroni, e di questi tempi è già un grande merito. Si è preso senza battere ciglio le mazzate di Nanni Moretti (“con questi qui non vinceremo mai”), tutto sommato immeritate, visto che con Fassino segretario la sinistra è tornata a vincere (e guarda caso l’unica regione del profondo nord a guida DS è proprio il suo Piemonte).
E ora, con grande determinazione, punta dritto al Partito Democratico, proprio perché ha capito che non si può più campare di rendita. Non a caso propone, in modo forte e chiaro, che nello statuto del nuovo partito siano istituzionalizzate le primarie come strumento di selezione dei candidati. Non a caso lancia l’idea che non si possano superare i due mandati consecutivi per ogni carica. Fassino ha iniziato la sua carriera di leader con una sonora sconfitta (quella del 2001, appunto). Fassino è sempre stato un ottimo gregario. Lui non dà l’idea di sentirsi insostituibile. Lui sembra disposto a farsi da parte, al momento opportuno. Sono virtù “rivoluzionarie”, in una fase in cui rischiamo di avere tre partiti comunisti solo perché si preferisce essere il primo gallo a cantare in un partitino con il due per cento, piuttosto che il secondo o terzo in una grande formazione, basta vedere i vari Bertinotti, Diliberto, Marco Rizzo, ma anche il “sempreverde” Pecorario Scanio, o gli eterni scissionisti Cesare Salvi e Fabio Mussi. Finché c’è un governo a moltiplicare i ministeri per dare “visibilità” a tutti, va bene. Ma voglio vedere quando si tratterà di scegliere un unico segretario (sarebbe meglio farlo scegliere dalla base), o quando si dovranno affrontare le primarie per essere candidati. Ecco perché a tanti viene il mal di pancia, ora che il progetto del Partito Democratico sta prendendo corpo.
Forse i dinosauri della politica riusciranno a fare della nascita di un nuovo soggetto politico l’aborto della mera sommatoria fra DS e Margherita. Ma una cosa è certa: la guerra di Piero è appena cominciata.
Cesare Sangalli