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Moby Dick colpisce ancora (altro che memoria)


E quindi, a 25 anni dalla morte di Falcone, ad un quarto di secolo dal più grave attacco all’Italia da parte della mafia, mentre si ricordano anche Mani Pulite e Tangentopoli e quella che venne definita “la rivoluzione italiana” (sic), il Belpaese non sa produrre di meglio che la riesumazione della Democrazia Cristiana.
Ebbene sì, il fantasma della “Balena bianca” volteggia beffardo sulla memoria dei morti della mafia “che uccide solo d’estate”, per citare l’ottimo Pif, uno che i conti con il passato li ha saputi fare (basta vedere il suo film)..
Che cos’è infatti l’idea dell’ennesima replica della Grande Coalizione fra Renzi e Berlusconi, se non la rivincita postuma di Andreotti, morto tranquillo nel suo letto con tutti i segreti della Repubblica?  Provate a immaginare la scena: Renzi torna a Palazzo Chigi a braccetto col Caimano, con celebrazione serale di Bruno Vespa, nella ventitreesima o ventiquattresima edizione di “Porta a Porta”, e dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio (leggi:asservimento al potere) a Rai Uno.
Questo incubo è lo scenario prossimo venturo a detta di quasi tutti gli analisti politici. E questo, ripetiamolo,  nell’anno delle celebrazioni di Falcone e Borsellino. La cosa più sconcertante è che per tanti, anche per quelli che non sostengono direttamente questa vergognosa soluzione politica, potrebbe essere uno scenario plausibile, normale, o almeno accettabile, “in mancanza di alternative”, come si suol dire. Anche perché così è sempre stato, nell’Italia dei mancati cambiamenti.
Il più clamoroso (dei mancati cambiamenti) - lo abbiamo scritto in questa rubrica - è appunto quello del biennio 1992-93. Il maxi-processo dell’inizio ’92, il primo vero grande processo contro pezzi grossi della mafia, anticipò di qualche mese l’inizio di Tangentopoli, e la stagione delle stragi di mafia. Nonostante le zone d’ombra, le ambiguità, le distorsioni, la magistratura, in generale, fece il suo dovere. Il resto lo doveva fare la politica. Lo abbiamo visto. La “rivoluzione italiana” si concluse con l’avvento di Berlusconi, con leghisti e post-fascisti al seguito.
La capacità omertosa della classe politica italiana non ha eguali, come hanno fatto notare in tanti, a partire dai compianti Falcone e Borsellino: ci sono stati pentiti di mafia, e hanno svolto un ruolo importante; ma non si è mai visto un pentito della politica. L’azione dei magistrati, se per un breve periodo ha incontrato il favore popolare (che in parte sembra ancora presente, ma è più retorica che altro), non ha mai trovato una sponda politica per andare a fondo nel lavoro di ricerca di verità e di giustizia, o almeno di trasparenza e rigore.
Ora, è evidente che i fattori della regressione o mancata evoluzione della classe politica italiana sono diversi. Ma a noi piace metterne in evidenza uno in particolare: la presenza dei cattolici. Lo diceva già Montanelli, ma in senso più generale, storico o addirittura metafisico (vedi “La messa è finita” in archivio). Sì, diciamolo apertamente, senza falsi pudori: il problema siamo noi. Noi cattolici.
Il cattolico italiano, o l’italiano cattolico, è una specie antropologica degna di tesi di laurea, di corsi di approfondimento universitari, che pure non dovrebbero mancare. In particolare, andrebbe studiata la sua impermeabilità, che in positivo può essere resilienza, ma in negativo è solo ostinata pervicacia nell’errore.
Il cattolico italiano sembra essere la negazione dell’“essere cittadino del proprio tempo”, mitico titolo del tema di maturità per la classe ’64. “Dite che cosa significa per voi essere cittadini del proprio tempo”. Fantastico. Chissà quale sottosegretario alla Pubblica Istruzione lo ha inventato, a giugno 1983, l’anno del trionfo di Craxi (con Berlusconi nella scia).
Al cattolico medio non interessa rispondere al quesito. Diciamo che non si pone il problema. I suoi pilastri mentali gli bastano e gli avanzano. Se è un maschio di oltre 50 anni (qui la buttiamo sulla sociologia spicciola, con un po’ di sarcasmo) ha sicuramente votato DC, tifa Juve, è fan della Ferrari. Se è una donna, il mistero si infittisce; almeno per le generazioni del dopoguerra; quelle precedenti sono mamme fedelissime di Rai Uno, il mondo che gli arriva è sempre filtrato da Bruno Vespa, che è tutto dire. Diciamo che tanto i maschi che le femmine cattoliche hanno vissuto poco il conflitto con i genitori, anzi, in gran parte non sanno nemmeno cosa sia. Il cattolico italiano è tranquillamente nazionalista, è convinto di vivere, alla fin fine, nel miglior paese del mondo. Non si è fatto una ragione né della fine (?) della DC, o meglio: di tutta la Prima Repubblica; né della fine (?) di Berlusconi, o meglio di tutta la Seconda Repubblica. Non è tutta colpa sua: è in parte vittima delle gerarchie ecclesiastiche, da Ruini a Bertone, passando per Bagnasco; in parte di una delle peggiori TV d’Europa, e di uno dei giornalismi più servili del mondo.  
I personaggi che dominano il Palazzo sono tutti espressione di quel mondo, nelle sue varie articolazioni: gli scout (a partire da Renzi, ma anche Maria Elena Boschi e Roberta Pinotti), le scuole private cattoliche (Alfano, Gentiloni), ma anche l’Azione Cattolica (Luca Lotti) o appartenenze più generiche (una citazione per tutti, visto che parliamo del più grigio, insignificante, mediocre ministro del governo: Gian Luca Galletti, che, lo sanno in pochi, è ministro dell’Ambiente, tanto per dire della cultura e coscienza ecologica  di questo governo). Non hanno nessun vero motivo di scontro o di opposizione a Berlusconi, è naturale che cerchino la Grande Coalizione con il Caimano. Altro che Falcone e Borsellino.
La cosa invece un po’ più stupefacente è che questi personaggi godano ancora di un consenso che sta intorno al 40 per cento (fra PD e Forza Italia), a detta dei sondaggisti (noti bugiardi a pagamento, ma questi abbiamo,e in un paese conformista come l’Italia ci azzeccano abbastanza). Incredibile. Verrebbe da conoscerli uno per uno, gli attuali elettori di Renzi e Berlusconi. Anche se in realtà, per certi aspetti, li conosciamo benissimo. Sono i nostri parenti e i nostri amici. Non amano né esporsi, in generale, né parlare di politica (giammai). Hanno bisogno di un nemico per giustificarsi, per dire, soprattutto a se stessi, che sono costretti a scegliere il meno peggio. Prima avevano i comunisti. Ora hanno i grillini. Con i primi, hanno stravinto: li hanno tenuti a debita distanza per mezzo secolo (1946-1996), poi li hanno avvicinati, inglobati e annullati dall’interno: un capolavoro tattico. Con il Movimento 5 Stelle sarà un po’ più dura.  Perché sul qualunquismo vanno forte pure loro (i grillini), e i tempi sono più inclini alla protesta che al consenso.
Ma il cattolico gioca sulle rendite di posizione, è come sapesse che cambiare è molto più difficile che conservare. Papa Francesco, se non lo sapeva, se ne sta accorgendo. A questi non li smuove niente e nessuno.
Nemmeno un grandissimo pontefice, coraggioso e alternativo, un regalo della Provvidenza. Non ce lo meritiamo. Siccome i cattolici italiani cambiano solo per forza di inerzia, forse soltanto un papa africano, che si affaccia tutti i giorni a San Pietro con la sua bella faccia nera, li aiuterebbe a capire che il mondo è cambiato, e che siamo nel Ventunesimo Secolo.

                                                                                                    Cesare Sangalli