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Stadi chiusi e bocche aperte


Amici sportivi, buonasera. Anzi, buonanotte. Le coscienze risvegliate improvvisamente dalla morte di Filippo Raciti stanno per tornare nel lungo sonno che ci ha portato fin qui. La sveglia che il governo doveva dare rischia di trasformarsi in valium. Vediamo perché, come fosse la cronaca di una partita di calcio. Con relative pagelle.
Il primo tempo (l’accordo politico) si è giocato a porte chiuse, dopo il doveroso stop domenicale deciso dalla Federcalcio. Il secondo tempo (l’annuncio mediatico) si è svolto, come da copione, nella Camera Bassa (nel senso peggiore della parola) della politica, che è “Porta a Porta”.
La partita. La squadra di governo ha giocato con un catenaccio vecchio stile mascherato da attacco a tre punte. La tattica si concentrava su un punto essenziale: spostare l’attenzione dalle persone alle cose. In pratica, invece di processare i responsabili, si sono processati gli stadi. Obiettivo raggiunto.
Il giorno dopo, gli stadi a norma, da tre–quattro erano già passati a cinque-sei. Risultato finale: i tifosi del Chievo, i più pacifici d’Europa, non vedranno più giocare la loro squadra del cuore. E’ una provocazione, ovviamente. Ma il problema più importante, in pochi giorni, sembra davvero diventato quello dei “tornelli” (gli ingressi con sbarre girevoli) che nessuno o quasi sapeva cosa fossero, ma per le magie del giornalismo italiano, vanno ad aumentare la lista dei neologismi che diventano immediatamente patrimonio di tutti.
La squadra di governo ottiene la sua vittoria.. Ha perso la squadra, eterogenea ma numerosa, che sosteneva a ragione che il problema numero uno era (e resta) l’impunità, cioè la non certezza della pena, o meglio la sua non esecutività. Il tema dell’impunità è stato lasciato presto cadere. Forse perché sarebbe stato difficile poi spiegare la ragione per cui uno che picchia un poliziotto o tira un razzo sui tifosi va in galera, e chi è associato alla mafia o corrompe un giudice va in Parlamento (e non basta nemmeno un giudizio passato in Cassazione, visto che continuiamo a stipendiare uno come Previti).
Quindi, il garantismo peloso della Terra dei cachi vince ancora una volta. La squadra di chi crede nella legge (stranamente chiamata dei “giustizialisti”) subisce l’ennesima sconfitta, ed è ormai in piena zona retrocessione. Per inciso, credere nella legge significa che vengano applicate pene severe anche alle forze dell’ordine che delinquono (come sta dimostrando il processo di Genova a 45 rappresentanti dello Stato per i fatti del G8, il processo più occultato della storia repubblicana). E ora, le pagelle della partita.
MATARRESE voto: N.C. “Non commentabili”, le sue parole, ha detto Giovanna Melandri.
Indifendibile perfino per quelli del “Giornale” e di “Libero”. Da buon democristiano, è riuscito a mettere tutti d’accordo: uno così è imbarazzante pure per se stesso. Anche perché è recidivo, come ha opportunamente ricordato Gian Antonio Stella sul “Corriere”.
Un dubbio: quanti, in realtà, la pensano come lui (“Lo spettacolo deve continuare, i morti fanno parte del sistema”)? Tanti. Matarrese resterà al suo posto.
PANCALLI voto 6. Di stima. Ha fatto e detto il minimo. Da Vespa sembrava il convitato di pietra. Quando gli hanno chiesto quali stadi erano agibili, ha risposto: “Aspetto di conoscere l’informativa del Ministero”. Evidentemente non si era informato nei quattro mesi di presidenza della FGCI.
MELANDRI voto 5. Il ruggito del coniglio. La (finta) linea dura, ripetiamo, colpisce gli stadi e lascia stare gli uomini. L’annuncio: “Da domani tutto sarà diverso” sfiora il ridicolo.
Soprattutto quando ci sono voluti nove mesi solo per partorire la riforma dei diritti televisivi per il calcio (sacrosanta). Una riforma che per le grandi squadre con contratti pluriennali con Sky e Mediaset rischia di entrare in vigore nel campionato 2010 – 2011. Domani, appunto.
AMATO voto 5: Da vent’anni fa la politica dello struzzo, con grande intelligenza.
Dev’essere per questo che alla fine te lo ritrovi sempre in pole position. Da buon socialista, non poteva affrontare veramente il tema dell’illegalità diffusa e accettata. Gli sfugge il fatto che, fino alla morte di Raciti, la violenza nel calcio continuava alla grande, nonostante il decreto Pisanu, in gran parte fuori dagli stadi che sono diventati la causa di tutto.
CARUSO voto 4. Dice: “La vita di un ultrà vale la vita di un poliziotto”. Che in un momento del genere è un po’ come dire: “la vita dell’assassino vale come quella dell’ammazzato”.
Complimenti per il tempismo e la lucidità. Gli fa compagnia CENTO, voto 4, con meno originalità: “Non demonizziamo gli ultras”. L’appello a “non demonizzare” in generale va
sempre bene, come quello ad “abbassare i toni”. Diremo quindi, a voce bassa e laicamente, senza scomodare il demonio, che una persona che si comporta violentemente deve essere messo in condizioni di non nuocere (compreso la galera).
PULVIRENTI voto 6,5: nel teatrino mediatico, il presidente del Catania sembra uno dei pochi che non recitano. Certo la prevenzione da parte della società sicula era inesistente (vedi arresto del magazziniere). Intelligente la proposta, in controtendenza, di abolire la responsabilità oggettiva, autentico strumento di ricatto degli ultrà nei confronti delle società.
Questi i principali protagonisti della storia. Gli altri, chi più chi meno, si perdono nel fiume di chiacchiere (e di stupidaggini). Ma bisogna fare un’eccezione per almeno due personaggi, che, a fronte della gravità della situazione, sono stati in grado di fare uno scatto in avanti, uscire dal ruolo che normalmente il copione gli impone: PIPPO BAUDO voto 8: il più ecumenico, democristiano, nazionalpopolare, conduttore evergreen della televisione nazionale, nella telefonata in diretta a “Quelli che il calcio” stupisce tutti. Zittisce Marco Mazzocchi, una delle tante bocche aperte a casaccio, attacca la Chiesa cattolica colpendo due pilastri: la Tradizione, così cara alla Sicilia mafiosa (“La processione di Sant’Agata non si doveva fare”); e addirittura il Papa (“Benedetto XVI all’Angelus non ha speso una parola per Raciti, parlando solo di PACS e eutanasia: mi sembra che la Chiesa a volte sia davvero lontana dalla realtà”). Per aver detto la cosa giusta, è stato attaccato in massa dalla nostra Destra cialtrona, e dall’”Osservatore Romano” versione Medio Evo (“Nessuno si deve permettere di suggerire al Papa cosa deve dire”) . La conferma di quanto avesse ragione.
DELIO ROSSI voto 8: l’allenatore della Lazio, chiamato in causa da Bruno Vespa, non se la cava con i soliti luoghi comuni del mondo pallonaro, ma fa cambiare colore a Pisanu , che tuonava da mezz’ora stile Catone censore contro le società di calcio complici dei tifosi (ovviamente senza fare un solo esempio). Rossi, semplicemente, ricorda che anche i politici sono coinvolti, visto che i boss dei club tifosi garantiscono migliaia di voti (solo a Roma molti esponenti di AN sono stati eletti con i voti determinanti della curva fascista, soprattutto sponda Lazio). Bruno Vespa cambia immediatamente discorso, perché, come scrive Marco Travaglio, “se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane di compagnia. O da riporto”.
Chiusura doverosa con la citazione della vedova di Filippo Raciti: il suo messaggio davanti alla bara del marito fa scomparire i nani che governano il paese, nel calcio e nella politica: “Sei stato un educatore nella vita, voglio che tu lo sia anche nella morte”. Una risposta eroica per non rendere inutile una morte assurda. Ma l’amara sensazione è che “...le parole fecero l’eco nei pozzi del silenzio” (P.Simon, “The Sound of Silence”).
Cesare Sangalli