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Com’è profondo il mare


“Facciamo parte di un’alleanza: abbiamo degli obblighi da rispettare”. Ecco la frase che illustra perfettamente la nullità della nostra politica estera. Un frase priva di contenuti politici, una banalità che non argomenta e non chiarisce niente, ma che ci è stata sistematicamente propinata ad ogni occasione: dall’intervento “umanitario” in Kosovo alla missione in Iraq, dal finanziamento del contingente in Afghanistan, che si ripropone come le collezioni (primavera/estate, autunno/inverno) con la consueta minaccia della crisi di governo e la solita ammucchiata “bipartisan” finale, fino all’ultima questione, l’allargamento della base militare americana a Vicenza. Una questione piccola ma emblematica. Una cartina di tornasole per il nuovo governo, così simile a quello vecchio per molti aspetti, e così uguale a se stesso, dieci anni fa.
Notevole l’atteggiamento di Prodi. Rogatus sententiam (richiesto di un parere, anzi, di una decisione) se ne esce con un “Ci penseremo”, che è tutto dire. Il capo del governo non ha una linea, anche se la città veneta manifesta da mesi il suo dissenso in tutte le forme possibili. Dopo quattro giorni di riflessione, opta per l’ennesimo “sissignore” a Washington, cercando goffamente di scaricare la responsabilità sul governo precedente (che era imbarazzante nel suo filoamericanismo senza se e senza ma), e appellandosi al postulato numero uno della nostra politica estera: “Facciamo parte di un’alleanza, abbiamo degli obblighi da rispettare”. Segue dibattito, con la solita sconcertante superficialità: “voi siete antiamericani”, “ma noi siamo venuti via dall’Irak”, con un alcune perle di umorismo involontario, come “è una questione di urbanistica, non di politica” (come no: bisogna che i tetti delle residenze americane siano approvate dalle Belle Arti, e il passaggio dei convogli americani rispetti la ZTL), che probabilmente qualche testa d’uovo ha suggerito al nostro premier. O come la proposta di Fassino: “Facciamo un referendum a Vicenza”, come se l’opinione dei vicentini avesse davvero peso (chiedete ai sardi che da anni si battono contro le basi navali alla Maddalena, o ai livornesi che non sopportano Camp Darby).
“Facciamo parte di un’alleanza, abbiamo degli obblighi da rispettare”. E allora andiamola a vedere, questa Alleanza di sapore mistico, che sembra destinata a regnare nei secoli. Si chiama Trattato del Nord Atlantico, il patto che ha dato vita alla Nato (North Atlantic Treaty Organization) . Da modesti ex studenti di scienze politiche, ricordiamo che si dovrebbe trattare di un trattato con scadenza decennale; e che venne partorito nell’immediato dopoguerra, quando la protezione militare dal blocco sovietico che stava emergendo minaccioso sembrava una scelta obbligata. E infatti la NATO è un patto di alleanza difensivo: se un paese membro dovesse essere attaccato, gli altri interverrebbero in sua difesa. L’Italia entrò nella Nato nel 1949. Cinquattotto anni fa. Nel frattempo, qualcosa è cambiato: è crollato il comunismo con il muro di Berlino, si è dissolta l’Unione Sovietica, si è spappolata la Jugoslavia, che era percepita come la minaccia più vicina (e per questo il Friuli era stato imbottito di caserme). Il tutto dieci-quindici anni fa. Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia, l’alleanza con l’URSS, sono passati nell’altro campo, come la Polonia. La frontiera fra Italia e Jugoslavia non esiste più, la Slovenia fa parte dell’Unione Europea ed ha recentemente adottato l’euro.
Insomma, la domanda che si pone dagli anni Novanta suona molto semplice: a che serve, oggi, la Nato? Perché dobbiamo avere basi militari americane in Italia, visto che perfino Panama, l’Ecuador, o le Filippine, che non sono proprio delle potenze, hanno gentilmente invitato i gringos ad andarsene? Nessuno ha ancora risposto. Si invocano generiche ragioni di sicurezza, che potrebbero essere definite “cercasi nemico disperatamente”.
Dall’attentato alle Twin Towers siamo tutti impegnati in una strana “guerra al terrorismo”
che non si capisce bene cosa sia, e difficilmente potrà reggere a lungo come giustificazione.
Si capisce benissimo, invece, qual è l’atteggiamento degli americani rispetto alla nostra sovranità nazionale: lo si è visto una decina d’anni fa, quando un paio di “top gun” deficienti e criminali hanno tranciato, mentre giocavano a chi la faceva più grossa, la funivia del Cermis, provocando una strage. Noi non potevamo giudicarli. Come non possiamo giudicare i marines che hanno trucidato Nicola Calipari in Irak (meno male che eravamo alleati). Allo stesso modo, non si è potuta accertare la verità su Ustica, anche se sappiamo praticamente per certo che l’aereo dell’Itavia fu abbattuto in uno scontro a fuoco fra caccia della Nato (probabilmente francesi e americani) e un Mig libico.
Quindi come alleati non contiamo niente, ce lo hanno spiegato in tutti i modi. Eppure, incredibilmente, ci sono ancora fior di commentatori di politica internazionale, da Lucio
Caracciolo a Paolo Garimberti, che continuano a sostenere la tesi bizzarra che solo mantenendo questa strana alleanza atlantica potremo addirittura “aiutare gli Stati Uniti a cambiare”, “influenzare in senso democratico la loro politica estera”. E continuano a ripeterlo da anni come un mantra beneaugurate, come un rosario rassicurante che allontani ogni ipotesi di cambiamento. Gente abituata a ragionare solo e sempre in termini di Realpolitik vorrebbe imbonire il pubblico progressista con queste trovatine da mosche cocchiere (quelle che stavano sulle corna del bue che lavorava nei campi e dicevano: “Noi stiamo arando”).
Se poi ci spostiamo nel campo dei princìpi, dei valori ideali, a cui la nostra classe dirigente sembra così allergica, allora la questione non si pone neppure. Gli USA non aderiscono al Tribunale Penale Internazionale, istituzione giuridica super partes, fondata proprio a Roma nel 1998, che deve giudicare i crimini di guerra. Quindi, i crimini di guerra internazionali degli americani non si possono processare internazionalmente. Gli USA non aderiscono alla Convenzione di Ottawa che ha messo al bando le mine antiuomo (che l’Italia, infatti, non produce più). Gli USA hanno dimostrato, all’occorrenza, di non rispettare minimamente nemmeno la volontà, se così si può chiamare, dell’ONU, invocato continuamente da un certa sinistra (Fassino e D’Alema su tutti) come passepartout di ogni crisi internazionale, acnhe a costo di scordarsi il nostro art. 11 (“L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”): per loro, basta ci sia il bollino blu delle Nazioni Unite e tutto (o quasi) si può fare.
Sulla questione elementare di come si possa far parte di un’alleanza politico-militare in cui l’alleato più importante non rispetta principi basilari che l’Italia (e l’Europa) si sono dati, chi scrive ha visto vacillare anche la battagliera Emma Bonino, proprio nel periodo in cui furoreggiava nella campagna “Emma for President”, che poi era il periodo dell’”intervento umanitario” in Kosovo, cioè dei bombardamenti su Belgrado. L’esponente della Rosa nel Pugno se la cavò con una risposta non risposta, in perfetto stile democristiano, auspicando una maggiore forza dell’Europa nel campo internazionale. Giusto. Peccato che gli stessi che deplorano la debolezza dell’Europa, che si presenta sempre in ordine sparso e confuso nei momenti che contano (vedi guerra all’Irak) sono i primi a non mettere mai in discussione la sua scelta atlantica. Come fossero fedeli ad un dogma, ad un postulato indiscutibile: la Nato si può al massimo riformare, ma sciogliere no, questo mai.
Chissà se qualcuno si degnerà di informarci sulla prossima scadenza del trattato. Per noi profani dovrebbe essere fra due anni, nel 2009, ma forse facciamo male i nostri calcoli.
Una cosa è certa però: l’Oceano Atlantico non ci ha mai visto così divisi come oggi. E siccome la politica estera non è una canzone, non potremo accontentarci sempre di sospirare, rasseganti, “com’è profondo il mare”.
Cesare Sangalli