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Il sorpasso
(l’“Europa a due velocità” non è quella dei leader bolliti)


Abbiamo trovato anche il nome: la FE (Federazione Europea), che suona come la parola spagnola per “fede”. Ci vuole infatti un bel po’ di fede, lo diciamo con ironia ma anche con ottimismo, per immaginare la nuova Europa, anche dopo le buone dichiarazioni di intenti alla festa dei 60 anni a Roma.
Al di là del clima disteso (di questi tempi ce n’è un gran bisogno), che ha reso superflue e anche un po’ comiche le gigantesche misure di sicurezza, non è uscito granché dalla passerella di leader europei e dalla dichiarazione comune; se non, appunto, una buona dichiarazione di intenti. Infatti, appena tornati dalla solare scampagnata romana, ci si è rimessi subito a litigare, grazie all’Austria che ha fatto sapere di essere già piena di rifugiati e migranti.  
Ora, per riuscire a cambiare davvero,e non a chiacchiere, questa Unione Europea che così com’è non piace più a nessuno, a parte l’ “opzione zero” della sua dissoluzione, ci vuole una proposta semplice, chiara e forte; un punto di appoggio per sollevare il mondo, direbbe Archimede.
I politici sembrano brancolare nel buio, anche quelli all’opposizione (vedi M5S in Italia). Eppure, la soluzione ci sarebbe, almeno come base di partenza. Basterebbe unire i puntini delle critiche all’Unione Europea, diventate soverchianti nell’ultimo decennio, cioè dalla crisi finanziaria del 2008. Cos’è che tutti rimproverano alla UE, più di ogni altra cosa? La mancanza di legittimazione popolare, l’assenza di una vera sovranità democratica, il senso di impotenza e frustrazione dei cittadini, che si sono sentiti sempre di più vittime di una politica invisibile, di una tecnocrazia lontana che continua a decidere cos’è bene e cos’è male per tutti quanti.
La crisi economica ha solo esasperato quella “vaga sensazione di averlo preso nel culo” (absit iniuria verbis), che è il “mood” più diffuso ai tempi della globalizzazione (cioè del trionfo mondiale del capitalismo).  Una sensazione del tutto fondata, e il perché è piuttosto semplice: manca un vero rapporto diretto fra elettori e “governanti”, governanti che rispondono magari ad altri soggetti, ma non ai cittadini. In altre parole, noi a Bruxelles non ci siamo, le lobbies delle multinazionali sì, e ci sono h24, come si usa dire nella “new economy”.
Ergo, il punto di appoggio, la base di partenza (non certo la soluzione di tutto) è dare valore costituente alle prossime elezioni europee, quelle del 2019. Se non ce la facciamo per quell’epoca , riproporre nuove elezioni più avanti, comunque al più presto possibile, ché di tempo ne è stato già perso tanto.
Un’Assemblea Costituente, quindi, incaricata dai popoli sovrani di creare la Federazione Europea, con un governo europeo responsabile di fronte al Parlamento europeo, che può mandarlo a casa in ogni momento, e chiedere nuove elezioni, se non c’è maggioranza. L’Assemblea Costituente dovrebbe stabilire le poche ma fondamentali materie di cui la Federazione Europea si dovrà occupare, ovviamente secondo le linee guida fissate dalla stessa Costituzione.
Da che mondo è mondo, i tre campi politici fondamentali sono la moneta (che c’è già, ma manca tutto il resto, a partire da una Banca Europea controllata dal governo della Federazione); la politica estera, che deve essere soggetta alle Convenzioni ONU, comprese quelle sui rifugiati; e la difesa, che deve essere improntata alla cultura di pace, e che deve comportare la fine automatica della NATO, e lo sfratto delle basi americane in Europa. Tutto il resto rimane affidato ai singoli stati, che già oggi, comunque, non presentano differenze enormi  fra loro.
Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle (che comunque non era un vero europeista). Nella situazione attuale, in effetti, la proposta suona un po’ velleitaria. Ma se ci si pensa un po’, è semplicemente un passaggio inevitabile: non si può saltare l’appello al popolo, se si vuole avere una vera legittimità democratica.
Nel 1957 i nostri bravi statisti gettarono le basi minime per un cooperazione economica. Fare di più, all’epoca, non era pensabile, ed era già tanto per la generazione uscita dalle due guerre.
Le cose sono andate avanti bene, passo dopo passo, sempre guidate dall’alto, da classi dirigenti lungimiranti, soprattutto democristiane, con l’appoggio dei socialisti, sull’asse Francia - Germania, sempre con il valido contributo dell’Italia. Ma già gli sconvolgimenti del biennio 1989-1991 hanno mostrato l’incapacità di gestire situazioni più gravi e, soprattutto, di leggere i tempi, la Storia che cambiava. La guerra in Jugoslavia, che era terra d’Europa, lo dimostrò ad abundantiam.  I leader politici europei erano ormai spettatori sempre più passivi di situazioni che degeneravano nel mondo, soprattutto per l’accelerazione creata dagli USA, cioè dai tronfi alfieri della globalizzazione economica, e dell’imperialismo bellico, spacciato per controllo mondiale, un Nuovo Ordine Mondiale che era la foglia di fico della “geopolitica del caos”.
Gli europei, sempre un passo indietro, a seguire o addirittura inseguire il ritmo incalzante degli eventi, con una lentezza politica sconcertante: più il mondo accelerava, più la UE restava uguale a se stessa.
I cambiamenti, anche di una certa importanza, come l’adozione dell’euro, o l’allargamento a 28 paesi, venivano decisi con le stesse procedure di sempre. La politica non si sognava di guidare i cambiamenti economici e sociali internazionali: li subiva. Questo nella migliore delle ipotesi. Perché nella peggiore il giudizio su un’intera classe dirigente di un intero continente, praticamente senza eccezioni,  è ancora più drastico: si sono venduti o comunque asserviti ai grandi protagonisti del turbocapitalismo 2.0, i centri finanziari, le banche,  le grandi “corporations”. Hanno lasciato che modellassero il pianeta a loro immagine e somiglianza, proprio come fossero le nuove divinità (i “mercati”), al cui volere si poteva solo sottostare.  Attenzione: lo hanno fatto con il plauso generale, con il consenso di gran parte di quei popoli che da qualche anno hanno cominciato a ribellarsi, anche a costo di prendere strade sbagliate.  Nelle reazioni popolari, che più che di pancia si potrebbero definire di prostata, vista la perdurante sensazione di sodomizzazione di cui sopra, non si può non considerare il fondamentale ruolo svolto, in negativo, dai media. La “gramsciana” egemonia intellettuale c’è stata, negli ultimi 30 anni, e c’è ancora, ma è tutta di destra, anche se qualche sciocco continua a pensare il contrario, citando la mania del “politicamente corretto”, e le tematiche a sfondo sessuale, arrivando a rappresentare addirittura una potente “lobby” LGBT che dominerebbe il mondo dei media.
Ci hanno martellato bene bene, per oltre un quarto di secolo, ci hanno detto in tutte le salse che il capitalismo se proprio non era intrinsecamente buono, era comunque necessario; ci hanno spiegato che vivevamo nel migliore dei mondi possibili, che la libera concorrenza era la panacea di tutti i mali, la competizione l’unica via per fare emergere il meglio del meglio, che non ci dovevano essere limiti alla ricchezza personale (ancora adesso è rivelatrice la discussione sui limiti ai compensi degli artisti nella RAI). Ci hanno raccontato, con un vocabolario di inglese magico, che “tutti eravamo classe media” (copyright: John Major, leader conservatore), che eravamo diventati popoli di azionisti (la stupidaggine andrebbe attribuita alla Thatcher), gente che, nella versione italiana, guardava il Tg economia e la Borsa di Milano dopo la pasta al sugo, e prima della telenovela.
E’ dura ripigliarsi da quella sbornia, da quella ciucca prolungata di egoismo, ostentazione, edonismo, shopping compulsivo, arroganza da uomini arrivati, “self made men”. L’enorme frustrazione che si è andata creando sempre di più, di pari passo con la globalizzazione e la crisi che ne è derivata, incapace di riconoscere il male, ha cercato e sta cercando scorciatoie mentali,  si affida ai semplificatori della realtà, che danno la colpa alla UE, all’euro, agli immigrati.
In Italia tutto sommato ci è andata bene, come ha detto lo stesso Beppe Grillo: dal momento che c’eravamo portati avanti col lavoro (nessun altro paese ha avuto governanti impresentabili come Berlusconi e Bossi, vivida espressione dalla parte più avanzata del paese, il Nord: ma pensa te), cioè avevamo già usato tutto il populismo (di destra) possibile immaginabile .
Siamo sopravvissuti, se Dio vuole, ma dobbiamo ancora svoltare. Prima il M5S capisce che lo deve fare con tutte le forze europee e di sinistra alternative  al sistema e meglio è. A questo punto, il “sorpasso” sulla politica svenduta alla finanza lo dobbiamo fare noi, in Italia, prima di tutti gli altri. Potrebbe toccare a noi, paese fondatore,dopo che la Grecia aveva per un attimo illuminato la via, l’onore e l’onere di imprimere quell’accelerazione politica di cui l’Europa ha un disperato bisogno.

                                                                                                   Cesare Sangalli