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Cinquanta sfumature di NO



Mentre su Roma calavano le prime ombre della sera (per la giunta Raggi), in un angolo della capitale molti cominciavano ad avere brividi lungo la schiena. Ma non erano le prime temperature autunnali a far tremare buona parte dell’ “establishment”, sempre piuttosto nascosto dietro le quinte del palcoscenico (ecco il perché dell’attacco in stile ispettore Nick Carter) . No, la preoccupazione per gran parte delle élites veniva dal vedere messa in discussione l’inerzia priva di alternative in cui sguazzavano da anni, una prospettiva di rottura che abbiamo voluto chiamare “cinquanta sfumature di NO”.
Il primo NO, non certo per importanza, e nemmeno in ordine cronologico, ma solo perché legato alla vicenda romana che campeggiava nelle prime pagine dell’estate, è quello alle Olimpiadi del 2024 a Roma.
Virginia Raggi, appena eletta, stava pericolosamente slittando verso il NI. “Per i romani non è una priorità”; “si potrebbe fare un referendum sulla questione”,e via zigzagando, per non farsi mettere all’angolo dalla pletora di giornalisti ufficialmente neutrali, in realtà completamente schierati a favore dei giochi olimpici, proprio nella città appena uscita (?) dai veleni di “mafia capitale”.
Sono piuttosto bravi, i colleghi, a imporre l’agenda dei temi dettata dai loro padroni (pardon, azionisti di riferimento: “padroni” fa troppo anni Settanta, fa troppo De André, troppo Guccini). Gli argomenti, le domande, i titoli, diventano un “refrain”continuo, una specie di tormentone musicale di stagione: questo lo canticchi, tipo “Mira, Sofia…”, gli altri (i tormentoni mediatici), alla fine diventano prioritari, soprattutto nelle conversazioni, pubbliche, private e on line. Così, dopo le sciocchezze sul “Brexit”, un tema su cui tutti si sono sfogati liberamente, c’è stato il “burkini” di agosto, poi seppellito sotto le macerie provocate dal terremoto. A Roma, prima, durante e dopo le elezioni, si assisteva a questo pressing, discreto ma implacabile, felpato ma inesorabile, sulle olimpiadi.
Ora, che sia stato un diktat di Beppe Grillo, che sia stato un modo per ricompattarsi dopo le mille polemiche interne, o un modo per la Raggi di rompere l’assedio, poco importa. L’importante è che sia stato detto un NO forte e chiaro alle olimpiadi,
nonostante le “nobili” lusinghe di Montezemolo, nonostante l’”effetto Rio de Janeiro” (leggi: il doping televisivo) e gli appelli struggenti dei nostri migliori atleti, il tutto condito dal buonismo renziano (l’ottimismo del “non perdiamo questa occasione”), che è più falso di quello berlusconiano proprio perché sembra più credibile, cioè meno cialtrone e meno spudorato.
A proposito di sport: aspettiamo dalla giunta Raggi, come corollario al rifiuto della candidatura olimpica, un NO altrettanto chiaro e forte al progetto di nuovo stadio della Roma. Per chi ha visto le carte, infatti, il futuro stadio di proprietà dei giallorossi di James Pallotta sarebbe solo una minuscola parte di una roba enorme, una gigantesca speculazione edilizia, una colata di cemento spropositata che con il calcio, ovviamente, non ha niente a che fare (ma ai tifosi, si sa, piace sognare, non approfondire). Roma ha bisogno di qualche anno di penitenza e rigore, non di sogni di gloria, qualche anno per pensare alle case popolari e non alle nuove cattedrali nel deserto, col comitato olimpico guidato da quelli di Italia Novanta, i mondiali delle vergogne edilizie e urbanistiche.
Sempre sull’asse grillino, cioè sulla dorsale Roma – Torino, c’è stato il NO ben più coraggioso, senza ambiguità e detto prima delle elezioni, di Chiara Appendino (che sembra essere molto meglio della Raggi): il no al TAV, cioè all’inutile, costosissimo (26 miliardi) progetto di treno ad alta velocità fra Lione e Torino, di cui nessuno avverte la necessità, a parte le ditte appaltanti, in molti casi targate PD. Il buon Fassino merita la sonora trombatura che ha avuto, anche solo per essersi sdraiato sul “sì al TAV” da sempre (che poi è il sì all’establishment, da sempre).
Il terremoto di Amatrice ha fatto da sfondo appropriato alla questione (Olimpiadi, TAV): basta con i mega-progetti, l’Italia va riparata palmo a palmo, partendo dalle realtà più piccole, più povere, più trascurate.
Per esempio, fare dello sport un diritto, da esercitare innanzi tutto a scuola, e non l’ennesimo fardello privatissimo da scaricare sulle spalle di genitori sempre meno abbienti. Cioè costruire le palestre per le scuole che non ce l’hanno, ristrutturare almeno una parte degli impianti e delle strutture abbandonate, fare le famose piste ciclabili, fare corsi gratuiti di introduzione ai vari sport.
Oppure, nel caso del TAV, destinare immediatamente i 26 miliardi previsti per l’opera faraonica al trasporto locale, ai treni dei pendolari, alle tratte meno remunerative, quelle tagliate fuori dalle nostre mitiche “Frecce”, con priorità alla Val di Susa e al Piemonte (e poi al Sud), come risarcimento del tanto danno (fisico e morale) già fatto.
Strettamente collegato al doppio NO Olimpiadi-TAV, che poi, politicamente, è stato un doppio NO del M5S al renzismo/berlusconismo, c’è il NO più importante di tutti: quello del referendum costituzionale. Che, se continua così, arriverà come strenna natalizia o nella calza della Befana.
Renzi, a quanto pare, si sta rendendo conto di essersi messo nella trappola da solo, proprio come Cameron in Inghilterra col referendum sul Brexit. Entrambi, Renzi e Cameron, lo hanno fatto per un peccato di presunzione, e per l’oggettiva inconsistenza politica, cioè di spessore filosofico/ideologico, in tutt’e due i casi prossimo allo zero. Ora “Renzie”, quello degli slogan col giubbetto di pelle (!), prova a giocare la carta della moderazione, prendendo le distanze dalla personalizzazione
del referendum, che prima aveva imposto con l’arroganza dei sicuri vincenti (niente di nuovo: sta cercando di pararsi il culo). Confida, visti i precedenti, sulla memoria corta degli italiani, resa cortissima dal nostro fantastico “snack journalism” e dall’analfabetismo funzionale di tanta informazione on line (che non sappiamo se è analfabetismo di ritorno o di andata). Per chi segue un po’ questa rubrica, le ragioni per il NO alla riforma costituzionale dovrebbero già risultare chiare. One more time: una riforma enorme della Carta è stata prima imposta da una sola parte politica, e poi personalizzata come fosse un referendum su un governo: siamo già completamente fuori dall’ABC della Costituzione, siamo già in una zona grigia prossima all’eversione, al golpe bianco . Non a caso è praticamente la stessa riforma tentata da Berlusconi (e bocciata a furor di popolo nel 2006): c’è sempre, alla base, l’idea dell’esecutivo forte, del leader unico, del Parlamento sotto stretto controllo, un’idea ipotizzata dalla P2, e Gelli era un fascista DOC). In più, è una riforma che indebolisce la sovranità popolare, scippando ai cittadini l’elezione diretta dei senatori, e arriva ad umiliarla con la legge elettorale ipermaggioritaria detta Italicum, che dà maggioranze di ferro di deputati nominati ad una formazione politica di minoranza, come la legge Acerbo che vide l’affermazione “legale” di Mussolini (1924). In una parola, è una riforma chiaramente anti-democratica, profondamente destrorsa, roba che sarebbe piaciuta molto ad Almirante, quel presidenzialismo gollista (nella migliore delle ipotesi) sempre vagheggiato da Fini.
Sul referendum, comunque, l’establishment si sta dando la zappa sui piedi. Perché gli appoggi al SI sono tutti di una certa parte: è come se i poteri forti. gettassero la maschera uno ad uno. Michele Serra giustamente ne chiede l’elenco, con nomi e cognomi, visto che sono sempre evocati dal M5S e non solo. Eccoli (l’elenco lo potrebbe fare anche Michele Serra): si comincia da Confindustria, Marchionne, il settore bancario; si prosegue con la finanza internazionale, soprattutto anglo-americana (dal “Financial Time” alle agenzie di rating come Fitch, senza dimenticare le vecchie direttive della JP Morgan per riformare le costituzioni “nate dall’antifascismo”). Si finisce (si fa per dire) con l’ambasciatore americano Phillips. Più chiaro di così. Hanno tracciato una discriminante potentissima: chi sta con il SI, sta con questi signori. Gli dei accecano coloro che vogliono perdere.
Ricapitoliamo, in ordine di grandezza. NO alle Olimpiadi (e allo stadio della Roma); NO al TAV; NO alla riforma costituzionale renziana. Ce ne sono altri due, di NO, più importanti perché hanno ricadute internazionali, e infatti rispetto alle questioni succitate sono stati occultati molto meglio: il NO agli F35, e il NO al TTIP.
Gli F35, i costosissimi aerei da guerra prodotti in joint venture con Regno Unito e USA (ma al progetto partecipa anche la Turchia), sono stati “famosi” nel 2013: citati un sacco di volte, durante la campagna elettorale, sia dalla sinistra vendoliana, sia dal M5S. Poi sono spariti dai radar dell’informazione e della politica, grazie ad una serie di frenate del governo, seguite da puntuali rilanci: in ogni caso Renzi ha confermato lo stanziamento di 13 miliardi per il prossimo lotto di aerei: è già una manovrina finanziaria. Ma al di là del lato economico, rinunciare definitivamente all’acquisto di un raffinato strumento di guerra, cioè di morte, avrebbe sicuramente risvolti di politica internazionale, visto che continuiamo a fare affari d’oro con le petromonarchie arabe, a partire dalle bombe vendute all’Arabia Saudita e scaricate
sulla popolazione inerme dello Yemen, e visto che continuiamo a sostenere la Turchia di Erdogan e l’Egitto di Al Sissi.
Dell’ultimo NO, il più importante di tutti, quello al TTIP, il trattato di libero commercio fra USA e Unione Europea, abbiamo già scritto più volte,e possiamo solo aggiungere che siamo a buon punto: Hollande e i socialisti francesi si stanno sfilando, la SPD tedesca di Gabriel pure, ma a Renzi (sostenitore entusiasta del TTIP) e al PD la spinosa questione viene sistematicamente risparmiata, chissà come mai. Volesse il cielo (o meglio: il popolo) che il genietto fiorentino non debba rispondere mai: vorrebbe dire che con la vittoria del No al referendum, lo abbiamo mandato a casa.
Cesare Sangalli