W l'Italia ... fra memorie e attualità ...

 



Uccellacci e uccellini



Chissà cosa avrebbe scritto Pier Paolo Pasolini delle storie di questi giorni, in questo strano clima da estate di San Martino. Nel quarantennale della morte dell’intellettuale forse più profetico d’Italia, succede che il papa affronta i corvi e i rapaci (gli uccellacci) nella Chiesa, mentre nell’apparente calma piatta della politica si sente qualche timido vagito (gli uccellini).
In realtà, il titolo si rifà al film con Totò e Ninetto Davoli, che calza ancora più a pennello al momento attuale, a 48 anni di distanza (“Uccellacci e uccellini” è del 1967, ed è l’ultimo film di Totò). E’ un racconto strano, “Uccellaci e uccellini”, pieno di simboli e di messaggi, è un film di strada, di ricerca. Dei tanti passaggi (in bianco e nero), ci piace ricordare il corvo filosofo, e quindi parlante, che incrociando i due aspiranti monaci (Totò e Davoli), annuncia la morte delle ideologie : dire profetico è dire poco.
L’Italia del 1967 era un paese che andava incontro alla modernità, gioiosamente (il boom economico, già in fase calante) e drammaticamente (gli imminenti anni di piombo).
I politici nati negli anni Settanta (Renzi, Salvini, Orfini, Serracchiani e tanti altri) non ne hanno conservato alcuna memoria. Forse è per questo che sembra essere il loro momento. Improvvisamente, si è smesso di parlare di ricambio generazionale: in fin dei conti, da due /tre anni, siamo governati dai quarantenni (e pure meno).
I (neo) cinquantenni sono già, in politica, ad “un grande futuro dietro le spalle”, in perfetto stile Enrico Letta. In compenso, presidiano in molti casi il giornalismo di critica,e questo è buon segno. Sono (siamo) quelli che fanno da anello di congiunzione fra i due paesi, e fra le due Chiese.
Per molti aspetti, è stato un viaggio di andata e ritorno. Dall’età dell’innocenza all’età della colpa; e poi, ora, con immensa fatica, l’età del riscatto. Sarebbe meglio avere lo slancio dei vent’anni, adesso che c’è papa Francesco. Ma poi uno pensa che lui di anni ne ha 79 (come Berlusconi), e allora ci si vergogna un po’ della propria stanchezza (morale, intellettuale, politica).
Dall’età dell’innocenza (gli anni Sessanta), all’età della colpa (gli anni Zero). Dal primo papa moderno, Giovanni XXIII, a Benedetto XVI, il papa della restaurazione fallita.
In politica, dall’egemonia della Democrazia Cristiana, all’imitazione di quel partito, cioè il PD nuova versione, il “Partito della nazione”. Sotto il comando di Renzi, quel che rimaneva del vecchio PCI è stato definitivamente inglobato e digerito, in una specie di massa informe.
Nel frattempo, si sono consumate due repubbliche e mezzo. E abbiamo vissuto il ventennio berlusconiano, che è ancora lontano dall’essere smaltito. Insomma, tanta roba. Troppa , si potrebbe dire. Anche perché ogni passaggio, per quanto spettacolare, non ha mai segnato una vera discontinuità. Ogni cambiamento è avvenuto soprattutto per esaurimento. Ora stiamo aspettando che si esaurisca la fase renziana.
Per la Chiesa, vista in prospettiva nazionale, il percorso è stato molto simile. Usciti da un cattolicesimo ultratradizionale che è durato fino agli anni Cinquanta, cioè fino a Pio XII, ci sono stati diversi buoni slanci in avanti, ma i cambiamenti sono stati per lo più subiti, perché la società civile andava per conto suo, nel bene e nel male.
Cambiamenti subiti anche da noi, la generazione di mezzo. Stravolti i rapporti fra i sessi, cambiata completamente la società (da post-agricola a post-industriale), la mentalità (da frugale a edonista), la percezione di sé (da paese povero a paese ricco), il “mood” (da giovane e spensierato a vecchio e preoccupato).
Ce la siamo cavata. Più male che bene. Diciamo che in qualche modo abbiamo resistito, ma che in molti casi arriviamo al mezzo di secolo di vita con pochissimi punti fermi. Spesso, come detto sopra, ci sentiamo stanchi, quando invece sarebbe il momento di ripartire, e, in molti casi, ricominciare. E’ proprio quello che Bergoglio sta chiedendo alla Chiesa: di ri-formarsi, prendere un’altra forma; o meglio ancora, stando al Vangelo, di convertirsi, perché “il vino nuovo non può stare negli otri vecchi”.
Il fatto è che papa Francesco è davvero molto avanti, rispetto all’Italia. Indica un futuro che è tutto da costruire, vuole un cambiamento che per ora sembra esistere solamente in qualche vago, incerto desiderio della gente, dentro la Chiesa e fuori dalla Chiesa.
Bergoglio è molto avanti, e non pensiamo in particolare all’enciclica “Laudato Si’”, che avrebbe potuto essere il manifesto (a sfondo religioso) degli altermondialisti (chiamati sprezzantemente “no global”), apparsi sulla scena fin dalla fine del secolo scorso.
Pensiamo soprattutto all’ultimo discorso di Firenze. Il discorso di un gigante proprio nella città del nano Renzi. Francesco ha parlato di umiltà nell’età del narcisismo e della sovraesposizione. Ha parlato di disinteresse nell’età massima dell’etica del profitto. Ha parlato di beatitudine nell’età della depressione.
Lui parlava in primis alla Chiesa, intesa come “popolo di Dio in cammino”. Ma il destinatario finale è l’umanità intera, a partire dai popoli che vivono nei paesi avanzati, diciamo nei paesi OCSE.
Gente (almeno gli italiani) che non si scandalizza più di niente, e da un pezzo. Gente che si era abituata ai Bertone, e prima di lui ai Ruini, ai don Verzé, a Comunione e
Liberazione, ai cattolici berlusconiani, ai cattolici fascisti, ai cattolici leghisti, ai cattolici qualunquisti, moderati e centristi, perfetti per il Partito di Renzi.
Quando abbiamo scritto “La messa è finita”, dieci anni fa (a proposito: riguardatevi il film di Nanni Moretti, che è del 1985: impressionante) il finale era amaro, proprio come quello del cinema (per quanto intriso di tenerezza). I cattolici erano spariti, si diceva. L’ultima grande mobilitazione era stata contro la guerra, nel 2003, e non era servita a nulla. Poi, l’immersione. Siamo passati definitivamente, con Ratzinger, alla Chiesa che si occupa di “questioni non negoziabili”: unioni civili, fecondazione artificiale, fine vita. Con la difesa strenua dell’insegnamento privato (battaglia vinta) e dell’otto per mille (mai messo in discussione, in realtà).
Una Chiesa praticamente muta su tutto il resto (vedi “E’ Natale, papa Ratzinger”),a parte le tante piccole nicchie sparse in qua e là, a parlare di solidarietà (e a praticarla), di commercio equo e solidale, di pace, di ambiente. Tante brave persone che hanno tenuta accesa la fiammella del cattolicesimo progressista. Ma certo non hanno fatto breccia nel conformismo imperante. Per loro (per noi), papa Francesco sembra un liberatore, venuto a portarci fuori dalla schiavitù di plastica che ci stava soffocando. Ma al di là della simpatia quasi unanime che Bergoglio suscita, si vede lontano un miglio che l’Italia, per ora, non lo segue e probabilmente manco lo capisce. Cattolici e non. A farsi vedere e sentire, finora, sono stati più i genitori preoccupati del famoso “gender” che qualsiasi altra componente. Emblematico. Gente confusa e spaventata, che si aggrappa a un’illusione di normalità da benpensanti, che si sente pronta ad una crociata contro il nulla, perché in realtà non ha nulla da dire, a parte una meschina battaglia di retroguardia contro i matrimoni gay.
Per carità, una minoranza anche loro, tutta spostata a destra. Ma degli altri sembra non esserci traccia. I loro pastori, i vescovi, si sono riuniti in un Sinodo tanto gonfiato nella retorica quanto minuscolo nell’attuazione. E’ stata la montagna che partorisce il topolino (si potrà dare la comunione ai divorziati risposati, valutando caso per caso).
Se la Chiesa italiana è messa male, la sinistra non se la passa molto meglio. L’ultimo evento, l’epifania della Lista Tsipras alle europee dell’anno scorso, un mezzo miracolo, non ha dato frutti. Nel corso del 2015, siamo passati dagli spettacoli televisivi di Landini (che purtroppo non è l’equivalente di Salvini in termini di voti) alla miniscissione dal PD di Fassina e compagni, con una prima apertura ufficiale al M5S, passando per il tentativo referendario (fallito ma coraggioso) di Civati, che per la verità sembra un po’ “renziano” per la voglia di andare da solo. Timidi segnali, uccellini, come si diceva in apertura.
Come contenuti, siamo sempre in difesa (della scuola, della Costituzione), mai all’attacco. Renzi l’ha capito benissimo, lui ne spara una al giorno, anche di clamorose (tipo il ponte di Messina), vede che effetto fa, poi eventualmente rettifica, o sminuisce, ma intanto ha dato al circo mediatico qualcosa di cui parlare, oscurando il resto (tipo le unioni civili, che dovevano essere approvate entro il 15 ottobre).
A dicembre arriva il giubileo straordinario, subito dopo la Conferenza sul clima di Parigi. Per dirla con Zucchero, “ci vuole un po’ di mercy (misericordia), quando il sole va giù”.
Cesare Sangalli