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Hot spot (al cittadino non far sapere…)



Prendetelo come un tormentone estivo. “Hot Spot”. Neologismo del settembre 2015. E’ l’ennesimo ritornello ripetuto con funzioni scaramantiche In questo caso, il tema è quello dei profughi, degli immigrati.
Mentre l’Ungheria alza i muri, imitata da altri paesi, e si accolgono i profughi con i carri armati, invece di cominciare a stabilire procedure di espulsione per chi viola i principi morali e giuridici della UE, si dice che Italia , Grecia e altri paesi di frontiera devono fare gli “hot spot”, che poi sarebbero banali centri di identificazione.
Bartezzaghi, l’esperto di linguaggi, ci fa sapere che il termine originario si usa per indicare i punti dove può funzionare una connessione. Ma “hot spot”sembra una parola perfetta per indicare la situazione che stiamo vivendo: l’argomento mediatico, il messaggio di marketing politico (lo “spot”), tenuto sempre caldo (“hot”) da un giornalismo addomesticato a dovere.
Due sono i temi che hanno attraversato tutta l’estate: la presunta “invasione” dei rifugiati e la storia della Grecia. Due temi strettamente connessi fra loro, importantissimi, decisivi per ridefinire l’Europa.
La narrazioni però li hanno stravolti entrambi. Ne accenniamo brevemente, e poi ci occupiamo solo di Italia, paese che riesce a concentrarsi sull’unico, assurdo tema della riforma istituzionale voluta da Renzi, che poi si è (ulteriormente) ridotta alla telenovela sul Senato. E’ quasi imbarazzante dover accostare il massimo e il minimo della politica, prendere atto che se la Merkel è solo la rappresentazione di un vero statista, Renzi e compagnia ne sono una caricatura penosa. Ma questo passa il convento, in attesa che lo scenario venga rotto da qualcosa di serio (ogni tanto succede), come il fondale del “Truman Show”.
Sul tema della Grecia, fra il referendum del 5 luglio, l’accordo imposto con la forza bruta dai governi dell’Unione Europea (tutti, senza alcuna eccezione, sia chi era “padrone”, sia chi era “sotto”), le dimissioni di Tsipras, le nuove elezioni, la riconferma clamorosa di Syriza (smentiti di nuovo tutti i sondaggi, che davano il
“testa a testa” fra destra e sinistra, proprio come sul referendum fra il si e il no), i nostri eroi del giornalismo “mainstream” sono riusciti a capovolgere la narrazione (o almeno ci hanno provato)
L’intento è sempre lo stesso: difendere il sistema capitalista, la grande finanza padrona, l’oligarchia tecnocratica, che devono sempre essere lontani da sguardi indiscreti e titoli stampati in grande.
Per fare ciò, bisogna tenere la lente dell’osservazione costantemente rovesciata, in modo da deformare tutto, rendere piccolo ciò che è grande e viceversa. Fra i commentatori fuorvianti del risultato elettorale in Grecia il campione, il principe dei principi, è sicuramente Paolo Mieli sul “Corriere della Sera”; ma anche Stefano Folli (che dal “Corriere” proviene) tocca vertici notevoli, nella sua analisi per “Repubblica”; la “Stampa” si adegua, e così la “Trilateral” del giornalismo italiano trionfa (è un po’ “il giornale unico” in cui si avvolgeva Nanni Moretti in “Caro Diario”).
L’esimio Mieli parte subito brillantemente, e ci informa che in Grecia, in fin dei conti, le elezioni le ha vinte la Merkel. Ad Atene avrebbero prevalso realismo e buon senso, che sono le categorie ideali più utilizzate dai portavoce dell’establishment; Tsipras sarebbe stato premiato nonostante le sue contraddizioni, come “meno peggio”, e ora si può procedere come sempre; infatti “i mercati hanno reagito bene” (e si sa: per questi giornali i mercati contano più dell’Oracolo di Delfi). Meno male che poi ci ha pensato la Volkswagen, con il software truffaldino per truccare le emissioni delle auto, a farci fare il ripasso sulla vera natura del capitalismo.
Ancora più comico il tentativo “renziano”, condiviso da molti (Folli in testa), di paragonare gli scissionisti perdenti di Syriza, appoggiati da Varoufakis, alla minoranza PD, quella che c’era e quella che c’è. Come se fosse possibile un’equazione fra Renzi e Tsipras, o anche solo una vaga similitudine, dopo che tutto il centrosinistra europeo (da Schulz a Hollande) ha appoggiato la linea delle banche, la politica dei produttori di armi e delle multinazionali che gestiscono le Olimpiadi, cioè di quelli che, all’occorrenza, hanno corrotto i governanti greci (vedi inchiesta sulla vendita dei sommergibili tedeschi), per farli indebitare fino al collo, guadagnando prima sugli interessi dei titoli del debito pubblico, e poi, da perfetti usurai, passando a spogliare il creditore dei suoi beni. Il Pasok è stato il simbolo, con Nea Demokratia, di questa politica corrotta e servile; ma i renziani si chiedono perché Tsipras faccia l’alleanza con i nazionalisti, invece che con i socialisti. Fanno finta di non capire, come la maggioranza dei commentatori.
Non c’è da stupirsi quindi che l’altro grande tema, il flusso di rifugiati e immigrati, sia trattato sempre in termini di emergenza (un’emergenza che dura da anni, in certi casi da decenni) e che, fra un muro, una carica della polizia, una frontiera chiusa e una aperta, viene ancora visto in termini di quote e, appunto, di “hot spot”.
Probabilmente, lo diciamo come provocazione ma non troppo, se i vari governi europei avessero fatto finta di niente, chiudendo un occhio sui passaggi di frontiera, la questione si sarebbe già sistemata da sola, perché la gran parte dei “disperati” cercano in primis le società dove hanno agganci familiari o amicali (che strano), nei paesi dove è più facile trovare casa e lavoro (chi l’avrebbe mai detto), ribadendo il principio della libera circolazione che dovrebbe essere un dato acquisito, in Europa.
Se i migranti avessero la metà della possibilità che hanno certi prodotti di viaggiare regolarmente e diventare in un attimo nazionali o locali, come per esempio l’olio di palma che si trasforma in Nutella, orgoglio italiano, o in tarallini pugliesi, così tipici e caserecci; se la buona volontà delle persone non fosse criminalizzata, per cui l’ospitalità o un semplice passaggio in auto rischiano di diventare “traffico di clandestini”; e se, infine, il favoloso commercio di armi con i paesi da cui i migranti scappano, o con i paesi che finanziano le guerre (vedi alla voce petromonarchie arabe, per esempio) pagasse una modesta “tassa umanitaria” (è sempre una provocazione, giusto per i retori del “non ce lo possiamo permettere”), la questione sarebbe in gran parte risolta. Però se non ci fossero rifugiati e migranti, rischieremmo di chiudere ancora di più gli occhi sulla realtà del mondo. Un mondo che vede il trionfo planetario dell’ingiustizia più assurda.
E veniamo, giusto alla fine, alle vicende più strettamente italiane. Se il classico marziano fosse venuto a passare l’estate nel Belpaese, avrebbe dovuto constatare che il tema quasi unico sui giornali e in tv è la riforma del Senato. Giugno, luglio, agosto, settembre, “inchiommati” (costipati) su questa storia o altre fondamentali questioni ad essa collegate. Tipo: come voterà la minoranza PD, come voterà quel che è rimasto di Forza Italia, col governo che declama “abbiamo i numeri, andiamo avanti”, ma poi trattano sottobanco, con Alfano che forse non tiene, con Verdini che forse appoggia, con Berlusconi che nicchia. Perfino l’ignaro marziano cambierebbe canale o giornale, dopo 90 giorni di chiacchiere, anche perché capirebbe che in un paese dove si può dare dell’”orango” a una donna perché è africana (Calderoli a Kyenge), chissà cosa si può fare ad un povero alieno.
Uno si dice: mica ci potranno arrivare a Natale, con questa manfrina. Tocca pregare,e pregare tanto, che si arrivi ad una votazione finale, con qualsiasi esito: se la riforma passa, la spazziamo via l’anno prossimo, serenamente, col referendum obbligatorio: ma almeno si parla d’altro. Se la riforma viene bocciata, e cade il governo Renzi, meglio ancora, anzi, fantastico.
Il primo scenario dovrebbe essere più probabile; ma non poniamo limiti alla Provvidenza. In quel caso, l’informazione dovrebbe inventarsi un altro “hot spot”, magari aprire un bel dibattito sui limiti di velocità, con una bella turbo-riforma del codice della strada.
L’obiettivo è quello di sempre: al cittadino non far sapere quant’è colluso il giornalismo col potere.
Cesare Sangalli