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Cristo si è fermato a Carbonia (e l’Europa non lo sa)



Com’è piccola l’Italia, vista da sud. Dal punto di vista del Mediterraneo, il “Mare Nostrum” del tempo dei Romani . Vista da Pantelleria, ma anche da Sicilia e Calabria e Puglia e Sardegna. Vista da Atene, dalla Grecia di Tsipras. Probabilmente anche da Piazza San Pietro o dalla residenza di Santa Marta, dal punto di vista del papa, che viene dal Sud del mondo, e torna per qualche giorno nel suo continente a ricaricarsi (Bolivia, Ecuador, Paraguay).
Certo, il resto d’Europa sta messo anche peggio, sempre da quel particolare angolo visuale, tutto spostato verso il basso. Guardate come sono ridotti, questi poveri ricchi. Venti fra i paesi più benestanti del pianeta presi dal panico per qualche migliaia di profughi da accogliere, quando il Sud del mondo ne accoglie milioni e non ha nemmeno voce per lamentarsi un po’.
Le nostre isterie da tinello invece trovano conferma in una dozzina di canali televisivi e su un’altra dozzina di grandi testate. Coltiviamo meschinità da vent’anni, i risultati si vedono.
Guardate i titoli apparsi alla vigilia del referendum greco: “quanto ci costa l’uscita della Grecia”, “mille euro a persona se vince il NO”, “tot miliardi in caso di default”. Oppure: “l’Italia non rischia”, “la nostra economia è molto più forte”, “il nostro sistema bancario è solido”, e via così.
Morale: se la Grecia sta male, chi se ne frega, basta che non ci sia il famoso “contagio”. Nessuna solidarietà, tutti contro tutti, anzi, tutti con i più forti, con i più ricchi, con i più nordici, che hanno anche la faccia tosta di presentarsi come virtuosi.
A chi sventola il debito come arma di ricatto, bisognerebbe rispondere come rispose Sankara: “L’Africa indebitata con l’Europa? Semmai è il contrario”.
Parafrasando, e chiarendo che Sud e Nord sono criteri filosofici, prima che geografici, bisognerebbe dire a Banca Europea, FMI, Commissione, Juncker, Merkel, Draghi, Tusk, e alla sterminata compagnia cantante dei media che riportano continuamente la visione del più forte, anche a costo di mentire spudoratamente, anche a costo di rendersi ridicoli: “Siete voi che andate messi in stato di accusa, siete voi che sprecate il denaro pubblico, siete voi che tutelate la finanza e schiantate le persone”. Voi siete il PROBLEMA, noi, i popoli, la SOLUZIONE.
Certo, per dirlo bisognerebbe averne i titoli. Perché, se è vero che la tecnocrazia imperante non l’ha votata nessuno, è anche vero che Juncker, per esempio, era il candidato del centrodestra europeo, il quale, pur perdendo un bel po’ di voti, ha vinto le elezioni dell’anno scorso.
Il partito che ha preso più voti in Europa è stato il PD del democristiano Renzi, seguito a ruota dalla CDU della democristiana Merkel. Idem negli altri paesi, chi più, chi meno. Quindi , ancora una volta (vedi “Tsipras forever”, scritto prima delle elezioni europee dell’anno scorso) il centrodestra si è trovato a guidare la UE, sia come maggioranza in parlamento, sia come maggior numero di governi europei. Esattamente come nel 2009. Esattamente come nel 2004, e si potrebbe continuare a ritroso, ma ci fermiamo alla nascita dell’euro (2002). Fra parentesi, il centrodestra governava
anche in Grecia. Magari con la parentesi o l’appoggio del centrosinistra, in Grecia come nel resto d’Europa, quindi Merkel & Co. hanno guidato la UE e i loro paesi con la solerte collaborazione di socialisti, laburisti, socialdemocratici o democratici che dir si voglia.
Quindi: l’ingresso nell’euro, l’allargamento della UE, l’arrivo della crisi finanziaria (2008), le risposte alla crisi, sono state gestite dal centrodestra, più o meno appoggiato dal centrosinistra.
Il bello è che ormai sono talmente indistinguibili, centrodestra e centrosinistra, che nessuno parla più di politica. C’è la “neolingua” della finanza, che racconta di “spread”, di “default”, di “spending review”; oppure le identificazioni nazionali (Germania contro Grecia, paesi del Nord contro paesi del Sud) ; o ancora i personalismi: Angela Merkel, Draghi, Schauble, Juncker, Tsipras, Varoufakis.
Così, ci si scorda il dato essenziale: la Grecia è l’unico paese di tutta l’Europa con un governo di sinistra.
Semplicissimo.
Non è il fallimento di un piccolo paese che fa paura, o l’uscita dall’euro di uno dei 18 componenti, fra i meno significativi economicamente. Fa paura il cambiamento. L’inversione di tendenza. La rimessa in discussione di interessi ultraconsolidati, dopo un dominio sempre più incontrastato, per un quarto di secolo (dalla caduta del muro di Berlino in poi).
L’idea blasfema, per esempio, che in un’Europa politica (e di sinistra) sarebbe un paese come il Lussemburgo a rischiare di essere cacciato, visto che ha consentito la più gigantesca evasione fiscale di tutti i tempi sul continente. Multinazionali dai profitti mostruosi, che potrebbero risolvere la crisi greca solo versando un obolo consistente, manco una vera tassa.
Vi immaginate (chiedetelo a Juncker che lo sa bene) cosa significherebbe per colossi come Nestlé, Apple, Gazprom, Coca Cola (l’elenco sarebbe lungo) vedersi tassare del 15 per cento (è una soglia di destra, è la percentuale della “flat tax” che per la destra dovrebbero pagare tutti, ricchi e poveri) invece del due, dell’uno, dello zero virgola che hanno pagato per anni in Lussemburgo e che continuano a pagare oggi con modalità diverse?
Vi immaginate, dall’altra parte, i soldi a disposizione della UE? Un governo di sinistra potrebbe (dovrebbe) chiedere anche di più, molto di più, almeno quanto viene richiesto a noi (dal 30 al 40 per cento).
E a ruota, dopo aver minacciato di espulsione politica il Lussemburgo, “se non fa le riforme subito”, avvertire Olanda, Irlanda, Regno Unito. E poi la piccola, insospettabile Lettonia. E poi Cipro, altro paese di conti coperti, la seconda marina ombra del mondo. Sono questi i veri PIGS dell’Unione: sono i bastioni della finanza mondiale in Europa. La stessa UE rischia di diventare (ammesso che non lo sia già) il Cavallo di Troia del capitalismo finanziario che, come Alien in un corpo nato sano, svuota di senso elezioni, parlamenti, partiti, idee. Prende, direttamente o indirettamente, a chi ha di meno per dare a chi ha di più. Come lo sceriffo di Nottingham, ma senza Robin Hood fra i piedi..
Se Schroeder, cancelliere socialdemocratico prima della Merkel, non ha avuto il minimo imbarazzo ad entrare nel CdA del consorzio “North Stream” guidato dal gigante russo Gazprom, figuriamoci qual è il grado di indipendenza degli attuali leader dai famosi “mercati”, termine neutro per indicare tutte le lobbies più potenti, private, pubbliche o miste. E se perfino Platini, presidente della UEFA, si “vende” al Qatar dei lavoratori schiavi, in cambio dei soldi al campionato francese e dell’assunzione del figlio, che cosa ci possiamo aspettare da questi fantomatici “leader”?
Abbiamo due vie per cambiare questo stato di cose, una etica e una politica. Possiamo fare, nel nostro piccolo, quello che ha fatto la gente di Carbonia con i rifugiati, dimostrando in silenzio che non c’è crisi che tenga se si vuole aiutare chi sta peggio. E possiamo cambiare l’orientamento politico dei nostri paesi e dell’intera UE.
Quando abbiamo scritto che “la luce verrà dalla Grecia”, Tsipras era sconosciuto ai più (da qui la battuta sul nome che sembra una medicina, “prenditi un po’ di tsipras…”). Poco più di un anno dopo, non c’è paese europeo che non parli di lui tutti i giorni. All’epoca era semplicemente il candidato della sinistra alla guida della Commissione, quindi competitore di Juncker e di Schulz, il Gatto e la Volpe della “Grosse Koalition” di Bruxelles.
In Italia la Lista Tsipras, che giustamente si chiamava “L’Altra Europa”, è stata clandestina fino in fondo, e ha avuto più di un milione di voti praticamente col passaparola. Proprio mentre il PD di Renzi prendeva il clamoroso 41 per cento. Attenzione, però: anche i socialisti greci avevano il 40 per cento, fino a pochi anni fa: oggi sono al quattro. La sfida della Grecia è tutta politica; e ora sta diventando sfida europea.
Bastano pochi anni per fare una rivoluzione democratica.
Cesare Sangalli