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Renzi, troppa EXPOsizione fa male (e non è una “buona scuola”)



Non si può resistere alla tentazione di dedicare il 5 maggio scorso a Matteo Renzi, come augurio al suo governo e alla sua carriera. Uno dei più famosi incipit poetici (“Ei fu…”), solitamente dedica postuma a chi perde il potere, potrebbe essere stato annunciato, come una profezia, dalla mobilitazione compatta del mondo della scuola: un segnale importante non pienamente recepito, visto che il trionfalismo dell’ex sindaco fiorentino è più ridondante che mai.
Si può sostenere che il cinque maggio è nato ufficialmente l’anti-renzismo: per la prima volta il gioco delle tre carte non ha funzionato. Gettare lo spot oltre l’ostacolo non è servito a niente, praticamente nessuno se l’è bevuta, fra insegnanti e studenti e personale.
“E’ colpa mia, non mi sono fatto capire”, ha ammesso, con grande fatica, Super Renzie lo spaccone. Ennesima balla: il (suo) problema è che questa volta lo hanno capito benissimo.
Hanno capito che patacca solenne è questa riforma della scuola, e l’hanno rispedita al mittente, dopo essere stati opportunamente presi in giro con le consultazioni “aperte”, con “voglio ascoltare i pareri di chi nella scuola ci lavora”, per poi fare una riforma “executive”, in cui dovrebbe comandare il preside -manager , quello che riesce a vendere meglio il suo prodotto; e non solo e non tanto ai genitori, ma anche e soprattutto alle aziende. Ovviamente per premiare “il merito”, dare “libertà di scelta” ai genitori, “attrarre investimenti sulla scuola”, ché ce n’è un gran bisogno (si potrebbe partire da una megasponsorizzazione dei rotoloni Regina, così si risolve l’annoso problema della carenza di carta igienica, che dura più o meno dai tempi del buco dell’ozono).
A corto di argomenti, come sempre, i renziani hanno provato il solito mantra, il giochino della “scuola dominata dal sindacato” che teme i “cambiamenti”. Perché Renzi (dicunt), nel bene e nel male, sta “cambiando l’Italia”, sta agitando le acque della palude politica, e in qualche modo il Paese ha bisogno di uno così, lo ha detto perfino Michele Serra, mentre i lettori di “Repubblica” pare si siano divisi
esattamente a metà fra pro e contro Renzi. Il senso è più o meno questo: Renzi magari è antipatico, magari commette degli errori, le sue riforme possono non piacere, ma è come una medicina amara che noi italiani ci siamo meritati.
Non credo serva sottolineare che né io che scrivo né probabilmente voi che leggete ci siamo mai meritati Renzi o Berlusconi o il trio Craxi- Andreotti- Forlani che li ha preceduti.
Ma ammettiamo pure che buona parte dell’Italia si “meriti” Renzi per i motivi descritti da Michele Serra: perché l’Italia si è avvitata su se stessa, a vivere delle glorie e delle ricchezze passate, avendo smarrito quello slancio, quella vitalità che ci aveva contraddistinto in passato. Secondo questa visione, ci voleva una sveglia, magari da un “maleducato di talento”, come l’ha definito Ferruccio de Bortoli, ma sempre meglio della stasi comatosa in cui eravamo precipitati. E poi, con Renzi il centrosinistra è tornato a vincere,e pure alla grande. Insomma, anche se nessuno si dice entusiasta del personaggio, lo si accetta perché è il meno peggio o perché comunque è quello che ci vuole in questo momento.
Ora, il successo di Renzi si spiega perfettamente dal punto di vista della tanta Italia che si è pentita o stancata di Berlusconi, e di quella che non si è mai schierata davvero, in tutti questi anni. Sono quelli che hanno approvato Letta e Napolitano, quelli che, per esempio, aborrono il M5S così tanto da preferire le larghe intese.
E qui si comincia ad entrare nel campo della “sinistra”, della sedicente sinistra, nel campo di Michele Serra, appunto, “uno di noi”.
Dopo la cosiddetta riforma della “buona scuola”, non c’è più spazio per l’ingenuità. Impossibile non vedere che il presunto cambiamento, tanto sbandierato da Renzi & C., è solo trasformismo, e della peggior specie.
Come abbiamo già avuto modo di dire in questa rubrica (vedi fra l’altro “Compagno di scuola, compagno per niente”), la scuola pubblica italiana, uno dei più potenti fattori di equità della Repubblica, è stata progressivamente abbandonata alla filosofia del libero mercato, proprio a partire dalla riforma targata Luigi Berlinguer (correva l’anno 2000).
Il peccato originale è stato commesso da un uomo di sinistra. Con l’autonomia delle scuole e con la parità sancita fra scuole pubbliche e private, lo Stato cominciava a rinunciare ad una delle sue prerogative principali: garantire un livello di istruzione dignitoso a tutti i cittadini, metterli in condizione di superare gli svantaggi sociali e poter esprimere al meglio le proprie capacità. Veniva introdotto il criterio della (famigerata, in questo e altri casi) “sussidiarietà”: dove non arriva lo Stato, arriva la società civile, il privato. Come se fosse nelle corde del privato aiutare chi è più in difficoltà (sia detto con tutto il rispetto per il Terzo Settore: ma il volontariato, il no profit, può integrare il ruolo dello Stato, non sostituirlo).
Insomma, il frutto proibito (lo sdoganamento del privato nell’istruzione, vedi articolo 33 della Costituzione, che lo tollera soltanto, “senza oneri per lo Stato”) ci è stato fatto mangiare dalla sinistra modernista, alla Tony Blair, secondo lo spirito dei tempi : dal momento che i cittadini sembravano sentirsi più a loro agio se considerati clienti, con una scuola “à la carte”, da scegliere in libertà, non restava che adeguarsi.
Poi ci ha pensato la destra, le Moratti e le Gelmini, a dare un taglio alla scuola pubblica, sia come investimenti (fra i più bassi d’Europa), sia come filosofia, che suonava conservatrice solo per alcuni aspetti (il ritorno al voto, al maestro unico o prevalente), ma in realtà era reazionaria.
L’assunto di base infatti è che siccome non tutti sono portati per gli studi (di solito i figli dei più poveri, avrebbe aggiunto don Milani), facciamo studiare solo chi lo “merita” e il resto mandiamolo a lavorare da subito.
La balla del “merito”, la favola dell’”eccellenza”, condita con un bel po’ di inglese tipo “best practices”, serve ad applicare il dogma della competizione, della concorrenza (e quindi del mercato) anche alla scuola, sempre con la scusa di “premiare i migliori”, che si traduce nella realtà, nella gran parte dei casi, col dare soldi (e sapere, e potere) a chi li ha già.
E’ una linea che Renzi non solo vuole continuare, ma addirittura “scavalcare a destra”: sgravi a chi sceglie le private, tutto il potere al preside –manager, porte aperte agli sponsor privati. Siccome i soldi comunque sarebbero pochi, i nuovi dirigenti dovrebbero fare le nozze coi fichi secchi o svendersi (cosa che hanno già cominciato a fare, in molti casi).
Il passo ulteriore sarebbe far pagare (a caro prezzo) l’istruzione migliore a tutti i livelli (dalla scuola d’infanzia all’università, cosa che in una certa misura già avviene); ecco, a quel punto saremmo al modello cileno, il più classista di tutti i paesi sviluppati, che il Cile stesso sta ripudiando completamente (e finalmente), con Michelle Bachelet , dopo anni di proteste furibonde degli studenti.
La vera libertà per i genitori è (era) quella di poter iscrivere serenamente il proprio figlio alla scuola più vicina, come avveniva un po’ dovunque in Italia, soprattutto fino a vent’anni fa,e come in buona parte avviene ancora, grazie alla “resilienza” della scuola pubblica italiana.
La finta libertà dei consumatori può andare bene al supermercato, e solo fino a un certo punto, perché anche lì uno avrebbe diritto a non vedersi presentare prodotti truffaldini, dal punto di vista sanitario, da quello ecologico, e da quello dei diritti dei lavoratori.
Ecco, arrivati al carrello della spesa , possiamo parlare dell’Expo di Milano, così ci riagganciamo al titolo.
Mettiamola in questi termini: stare a parlare dei lavori non finiti, dei costi eccessivi, degli errori urbanistici, e altri limiti dell’evento, può essere giusto, ma significa comunque accettare l’ottica (il “frame”, direbbe Serge Lakoff) del governo Renzi. Cioè vedere il successo o l’insuccesso dell’Expo come il successo o l’insuccesso dell’Italia, di Milano o del governo.
Possiamo invece liquidare la questione semplicemente: visto che i danni sono già stati fatti, speriamo che non se ne aggiungano altri: se arrivassero 50 milioni di visitatori ci sarebbe solo da essere contenti.
Il vero tema è un altro ed è semplicissimo (“Report” lo suggerisce da qualche mese): parlare di agricoltura e nutrizione e cibo e ambiente per sei mesi è un’occasione importante (e un periodo sufficiente) per stanare Renzi e tutti i moderati europei (compresa buona parte dei socialisti) sul TTIP.
Il TTIP è il progetto di accordo commerciale fra USA e UE, un accordo che sarebbe la resa definitiva alle multinazionali (già così ossequiate a Bruxelles), soprattutto grazie alla clausola maledetta (detta ISDS, “Investor to State Dispute Settlement” ) che imporrebbe un arbitrato “ad hoc” fra imprese private e governi , per qualsiasi contrasto, eliminando il primato degli Stati, dei parlamenti eletti dal popolo..
Uno scontro di professionisti nelle aule riservate di un bel palazzo, a questo si ridurrebbe la democrazia.
Ecco, oggi è un buon giorno per diventare anti-renziani, per contrastarlo in tutti i modi e in tutti i tempi. Con i franchi tiratori, con le trappole parlamentari, con i referendum, gli scioperi, le proteste, le occupazioni, la disobbedienza civile (come gli studenti che hanno boicottato i test INVALSI).
La cosa più bella sarebbe non arrivare mai a votare Renzi direttamente, vederlo cadere vittima di un golpe bianco come quello che lui ha fatto a Letta, magari dopo aver implorato invano Mattarella di sciogliere le camere (non è il capo del governo che decide di andare al voto, ma il Presidente della Repubblica, e solo se non c’è nessun’altra strada possibile, è bene ricordarlo).
Chissà, magari alla novantesima fiducia posta, gli potrebbe arrivare la sorpresa di un licenziamento proprio da un Parlamento che lui disprezza profondamente, magari da quel Senato che lui vorrebbe abolire. E quindi poter scrivere, il giorno dopo, “Ei fu”.
Cesare Sangalli