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Tu mi Ruby l’anima (mentre la corruzione Incalza)



Dopo un titolo musicale, verrebbe voglia di iniziare con la canzone di Dalla: “Telefonami fra 20 anni”. Ma andrebbe bene anche Battisti. “Non c’è tensione/ non c’è emozione/nessun dolore”.
L’assoluzione definitiva di Berlusconi per il caso Ruby, fino a qualche tempo fa ci avrebbe provocato una botta di rabbia. Non tanto per il fatto della prostituzione minorile, che poteva essere giusto una pietra di inciampo; ma per il reato di concussione, che secondo la Cassazione non c’è stato perché non ci sono stati vantaggi per il concusso, cioè il poliziotto che ha liberato Ruby su pressione dell’allora presidente del Consiglio (per lasciarla in mano di altre due prostitute, una ufficiale, Michelle de Conceiçao, e una ufficiosa, Nicole Minetti: una bella pagina istituzionale, non c’è che dire).
La rabbia delle persone oneste (più che di sinistra) era l’effetto voluto dalla destra berlusconiana (“quanto vi rode…”). Ma lo sanno anche loro che non è così. Tanto che la loro esultanza per il ritorno del Caimano è evaporata in un paio di giorni. Per esprimere la sensazione del momento, la faccia migliore è quella di Daniela Santanché, una che di solito ci mette più pathos degli altri.
Come nessun lifting le può restituire il tempo che è passato sul volto, così nessuna assoluzione del boss le può ridare una forza che non c’è più. Non c’è tensione, non c’è emozione, fosse anche quella inscenata ad uso delle telecamere per il talk show di rito.
Lo sanno anche loro che sempre più spettatori girano canale, appena vedono i vecchi commedianti. E non è certo con le iniezioni di doping, targate Renzi o Salvini (e alla lunga può valere anche per Landini), che possono recuperare un dibattito che non c’è.
Il paese televisivo è stanco, stanchissimo.
L’evento catodico più atteso (si fa per dire) è “1992”, la serie su Tangentopoli. Perfino la corruzione è “vintage”. Sembrano formidabili quegli anni del Pool di Milano, quel clima da “rivoluzione italiana”, i titoli a nove colonne sugli avvisi di garanzia (!).
E’ già passato quasi un quarto di secolo da allora. Detto in questi termini, sembra ancora più incredibile. Fra l’altro, questa rubrica compie i dieci anni di vita. Nella primavera del 2005, dopo aver ricostruito sommariamente i passaggi che ci avevano portato nell’Italia di Berlusconi, scrivevamo “L’ora di Matrix”, parlando del 1995 e del governo Dini, per dire che da quel momento realtà e politica si erano distaccati definitivamente.
Lo scontro vero, quello dell’anno precedente fra Occhetto e Berlusconi, fra sinistra e destra, aveva visto la clamorosa vittoria della destra,e quello resta il grande peccato originale che stampò il suo imprinting (perverso) sulla Seconda Repubblica.
Ma dal “ribaltone”orchestrato da D’Alema e dalla successiva nascita del governo Dini, tutti gli accordi si sono fatti sotto banco, è sparita “la scena del crimine”, nascosta dietro il finto conflitto (che svariati giornalisti hanno definito, senza provare imbarazzo, “guerra civile”) fra berlusconiani e antiberlusconiani . Un finto conflitto che andava in onda nei talk show , la realtà virtuale televisiva (e Mentana ebbe pure la disinvoltura di fare di “Matrix” il titolo del suo programma).
Ormai non si riesce nemmeno più a simulare quel finto conflitto, e non a caso inseguono tutti Salvini, che qualche sparata ad effetto riesce ancora a produrla, così l’audience cala un po’ meno.
Spiace dirlo, ma anche il M5S, che poteva dare lo scossone due anni fa, è caduto in gran parte nella trappola: le battaglie giuste vengono fatte quasi di nascosto, confermando l’impressione di una politica che prosegue “random”, mentre in pubblico ci si dedica alla raccolta di firme per uscire dall’euro e alle urla contro la casta, pensando che siano di più facile ricezione, o magari sperando di fare notizia sparandole grosse (tipo Di Battista sul “nazismo” finanziario di Bruxelles).
In una certa misura può funzionare, ma chi di qualunquismo colpisce, di qualunquismo perisce, perché Renzi è sicuramente più bravo a cavalcare la politica “Matrix”, e ha già scippato il potenziale cambiamento delle elezioni del 2013.
In pratica, in Italia si procede per esaurimento, dilatando il tempo, “aspettando Godot”.
Le dimissioni del ministro Lupi, comunicate a “Porta a Porta”, non possono essere certo una notizia, così come nessuno si è stupito più di tanto dell’ennesimo maneggione di Stato, Ercolino Incalza, che indirizzava (insieme a molti altri) gli appalti dei lavori pubblici da una ventina d’anni, cioè proprio dai tempi del salotto di Bruno Vespa. Vent’anni. Vent’anni dal governo Dini, vent’anni di nulla, di politica “Matrix”.
Incombono (si fa per dire) le elezioni regionali, e la metafora più pertinente è quella del nostro campionato di calcio: ormai all’appuntamento canonico del pomeriggio domenicale si giocano solo poche partite, perlopiù insignificanti. Se è difficile appassionarsi per “match clou” come Chievo-Cesena o Udinese-Sassuolo, è altrettanto difficile prendere parte alle poche elezioni rimaste in campo, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Veneto e Puglia.
Da molti giorni, infatti, ci viene propinata la telenovela del Veneto fra Tosi, Zaia e Salvini.
In alternativa, c’è stata la telenovela delle primarie campane vinte da De Luca,e prima quelle delle primarie truccate della Liguria, vinte dalla renziana Paita sostenuta dalla destra, con le dimissioni di Sergio Cofferati (notiziona). Wow.
Ci vuole un fisico bestiale, per vivere in Italia. Basterebbe riflettere sul fatto che se si ci sono le elezioni alla scadenza prevista, istituzionale, solo in una manciata di regioni, è perché in tutte le altre (o quasi) si è dovuto anticipare il voto per ragioni giudiziarie. Cadute per vergogna Lombardia, Piemonte, Abruzzo, Sicilia, Calabria, Sardegna, Lazio, Emilia. Partecipazione dimezzata e pure meno, anche nelle regioni storicamente virtuose (Emilia).
Ma per Renzi e C. tutto questo non è affatto un problema, anzi. A loro basta il consenso di un terzo degli italiani (in termini reali, poco più del venti per cento), opportunamente gonfiati nei sondaggi, per impadronirsi del paese (le loro riforme puntano spudoratamente a sancire questo potere). Alcuni politologi la chiamano post-democrazia, e aggiungono che dobbiamo abituarci.
Abituarci ad un nuovo “dominus”, senza esserci sbarazzati ancora del vecchio. Sembra che dobbiamo aspettare che si esaurisca anche questa fase, la fase renziana, per il 2018 o per il 2023.. Un progressivo abbassamento di audience, come alla televisione. Come è successo, ad esempio, per il pubblico di “Miss Italia” o del “Grande Fratello”. Restiamo in attesa che si consumino gli altri fenomeni da casa di riposo, tipo Bruno Vespa e Maria De Filippi.
“L’isola dei famosi” ha avuto un parziale riscatto, diciamo un’erezione, visto che il protagonista era Rocco Siffredi. Poi ci sono i sempreverdi, come i pacchi (“Affari tuoi”), e come Sanremo. E’ tornata Raffaella Carrà, sta per tornare Maurizio Costanzo, il piduista.
Poi magari, svegliandosi, qualcuno penserà che non siamo condannati ad avere nei secoli dei secoli tre reti RAI e (soprattutto) tre reti Mediaset. “Telefonami fra 20 anni”.
Cesare Sangalli