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Indietro, Savoia (ovvero: la repubblica non va in pensione)


Ora che siamo campioni del mondo, l’euforia rischia di confondere le idee. Fra lo scandalo del calcio scoppiato a maggio e la sofferta, meritata vittoria contro la Francia a Berlino, c’è stato un passaggio fondamentale. Per mantenere la metafora “pallonara” (sul calcio torneremo la prossima volta), si può dire che il giorno più importante per l’Italia è stato quello della partita con l’Australia, il 26 giugno, e la battuta (infelice) che fotografa il momento storico è di Ignazio La Russa, un personaggio da cabaret prestato alla politica: “Lasciamo perdere il referendum, adesso gioca l’Italia”. E’ vero il contrario, ovviamente: lasciamo perdere l’Italia quasi inguardabile di quelle partite, tralasciamo l’unica prodezza di Totti in tutto il mondiale, e fissiamo l’attenzione sul passaggio decisivo del 2006, che certo non è stato quello ai quarti di finale, ma la vittoria del NO al referendum sulla Costituzione.
Mai, nell’ultimo quarto di secolo (diciamo pure dalla vittoria ai mondiali del 1982), le parole dell’inno nazionale sono suonate più appropriate: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. In piena estate, fra partite di calcio e festivalbar, con la classe politica quasi assente e dopo una campagna elettorale infinita che avrebbe sfiancato chiunque, gli italiani conquistano da soli un quorum non richiesto, intuiscono praticamente da soli l’importanza del passaggio referendario, e con una maggioranza schiacciante difendono la loro repubblica dalle mani maldestre e cialtrone di una classe dirigente che adesso possono ufficialmente dire di non meritare: i governati, tutto sommato, sono decisamente meglio dei governanti.
Pericolo scampato. Adesso, a mente fredda, possiamo analizzare il significato della vittoria del “NO”, sintetizzando i messaggi politici che ne derivano. Vista la seriosità e il “latinorum” con cui i nostri politici hanno affrontato la delicata materia, sembra opportuno adeguarsi al loro livello sofisticato e mantenere la sobrietà linguistica e il fair play politico che il tema costituzionale richiede. Con la vittoria del “NO”, gli italiani hanno detto:
1) Affanculo le riforme istituzionali. C’è almeno una generazione che è diventata adulta con la storiella delle riforme istituzionali, uno dei cavalli di battaglia del ladro Craxi. Uno
sterile bla-bla da perfetti gattopardi, che facevano finta di voler cambiare tutto per rimanere sempre più uguali a se stessi. Una specie di “tavor”, un tranquillante per il popolino, qualcosa che consentisse a tanti vecchi marpioni (e persino a gente come Calderoli) di sentirsi statisti, con involontari effetti comici sul tema più gettonato, la riforma della legge elettorale (con proporzionali corretti, doppi turni, ballottaggi, sbarramenti, premi , scorpori, recuperi, mattarellum, insomma la famosa “superscazzola con scappellamento” di tognazziana memoria).
2) Affanculo la Lega, la “devolution”, il federalismo. Fra non molto tempo la gente si chiederà come ha fatto a votare per 15 anni un partito di mentecatti, buffoni, razzisti e qualunquisti della peggior specie, che dovevano essere addirittura gli alfieri del cambiamento, gli esegeti della questione settentrionale, dell’Italia produttiva e “avanzata”
(quella che preferisce il dialetto locale alle lingue straniere) che chiedeva “modernità”. Fra non molto tempo, ci si renderà conto che il federalismo era un termine vuoto che non significava niente (se non la speranza di pagare meno tasse e avere servizi migliori, che è tutta un' altra cosa), e che non si è mai visto uno stato nato unitario diventare federalista, ma sempre il contrario (con l’eccezione parziale della Nigeria, che è tutto dire).
3) Affanculo il presidenzialismo, il premierato forte, la tentazione fascistoide dell’uomo solo al comando, i “caudillos della provvidenza, gli “Unti del signore” plebiscitati dalle folle oceaniche di Piazza Venezia o dell’Auditel. La nostra è una repubblica parlamentare con una costituzione rigida non per caso, ma perché anche noi abbiamo avuto il nostro “nunca màs”: mai più il fascismo, o qualcosa che gli somigli, mai più il militarismo, il nazionalismo, mai più famiglie reali e aristocrazie varie.
E qui, arrivati a parlare di repubblica e monarchia, la storia diventa farsa. La repubblica ha appena compiuto 60 anni dimostrando che è ben lungi dalla pensione. La nostra Costituzione, anch’essa quasi sessantenne (il primo gennaio 2008), è stata difesa dal popolo molto più e molto meglio che dai politici alla Massimo D’Alema, che voleva cambiarla giocando a poker con Berlusconi (di cui si riteneva molto più astuto) ai tavoli della Bicamerale, sulla pelle dei cittadini. E a rendere più spettacolare il successo repubblicano, è arrivato l’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, ordinato dal bravissimo pubblico ministero di Potenza, Henry John Woodcock.. Anche perché nei risvolti dell’inchiesta sono rimasti coinvolti il portavoce e la moglie di Gianfranco Fini, e non solo, cioè un bel pezzo di Alleanza nazionale. Si potrebbe dire che la vecchia alleanza fra monarchia e fascismo funziona ancora, solo che adesso non è più in grado di provocare una tragedia nazionale, perché gli eredi del Re e del Duce si accontentano di un po’ di sesso e un po’ di soldi, non sono in grado (per fortuna) di andare molto oltre le loro misere ambizioni personali.
Ma quando si cominciano a citare i legami con la polizia di stato, le conoscenze altolocate di stile e natura massonica, il riciclaggio di denaro mafioso, si comincia ad andare ben oltre una storia di “porcelle” e slot- machines truccate. Perché si entra nella “notte della Repubblica”, per citare un titolo di Sergio Zavoli. Si rivede comparire il trittico mafia – massoneria – apparati di stato deviati, che rappresenta il “dark side” della storia repubblicana, l’anima nera dell’Italia. Nera perché criminale, nera perché nascosta, nera perché finisce sempre per legarsi all’estrema destra, ai rigurgiti fascisti di quell’Italia che non ha mai accettato la democrazia, che disprezza la Costituzione “ fondata sull’antifascismo”, che vorrebbe abolire il 2 giugno e soprattutto il 25 aprile.
Un’Italia di nicchia, ma molto più larga di quanto normalmente si tende a pensare, anche perché può contare sulle ambiguità di molti insospettabili campioni dei cosiddetti “moderati”, a partire dalla figura apparentemente innocua ma in realtà inquietante di Francesco Cossiga.
Cossiga sembrerebbe il fratello scemo di Andreotti, ma è l’ambiguità fatta persona. Ama coltivare l’immagine di uomo bizzarro, fuori dagli schemi, che parla in modo originale e schietto, parla “alla gente”, quando invece è l’esatto contrario. Il bello di questo paese, aiutato dai mille servi di regime di Rai e Mediaset, è che qualcuno ci crede. Si gusta le battute sagaci di Andreotti, si beve le esternazioni di Cossiga intervistato da una qualche Mara Venier di turno, e continua a spandere, consapevolmente o meno, il grigiore morale che qualcuno pensa sia la quintessenza dell’Italia, o del cattolicesimo. Ma forse è solo la quintessenza del paese televisivo, la terra di nessuno che rimane inesplorata dalla Legge,e che se ne frega dei referendum e della Costituzione: qualcosa mi dice che vedremo ancora Andreotti a “Porta a Porta” , Cossiga a “Domenica In”, e perché no, Emanuele Filiberto a Sanremo. L’unica vera riforma “istituzionale” assolutamente necessaria è quella della televisione. E’ dalla televisione che capiremo se quella del giugno 2006, mondiali di calcio inclusi, fu vera gloria.
Cesare Sangalli