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Twist and shout


“Gira il mondo gira/ nello spazio senza fine/ con gli amori appena nati/con gli amori già finiti…”. Ora che le elezioni europee sono passate da un pezzo, cerchiamo di proiettare i risultati nel futuro immediato, perché la confusione è grande sotto il cielo, e quindi la situazione dovrebbe essere “eccellente”(?).
Il titolo e l’attacco, rubati alla musica pop della nostra infanzia, vogliono semplicemente mettere in evidenza la liquidità della situazione, con tutte le sue potenzialità di svolte (e giravolte) – cioè la componente “twist”- che possono far gridare al miracolo, alla catastrofe, ai successi e ai fallimenti prossimi venturi – la componente “shout”- tanto in Europa che in Italia.
Partiamo dall’Europa. E diciamo subito che queste elezioni potevano andare meglio.
E’ mancato innanzi tutto il sorpasso del gruppo socialista a quello democristiano (che comunque è diminuito mentre l’altro è aumentato: ma non abbastanza).
Poi, per quanto annunciato, c’è stato l’affacciarsi prepotente dell’estrema destra, più o meno fascistoide, sicuramente nazional-populista (LePen), a volte qualunquista e xenofoba (il partito inglese Ukip), a volte ossessionata dall’identità (svariati partiti nordici), con punte neonaziste (il partito Jobbik dell’Ungheria, Alba Dorata in Grecia).
Terzo elemento negativo, per certi aspetti il peggiore di tutti, l’astensionismo dilagante. La percentuale di votanti in molti stati, a partire dal Regno Unito e per gran parte dei paesi dell’Est, è deprimente: per un cittadino che vota, ce ne sono due che se ne stanno a casa.
E ora la parte piena del bicchiere. Di sicuro, un po’ di scossa c’è stata, e Dio solo sa quanto ne avessero bisogno a Bruxelles e dintorni. I vecchi equilibri, cioè la solita “Grosse Koalition” in versione europea, anche se non sono saltati del tutto, sono in grossa difficoltà. Praticamente impossibile campare di rendita, andare avanti per inerzia, rimanere autoreferenziali.
In maniera confusa, disordinata, anche minacciosa, la rabbia dei cittadini si è fatta sentire ed è entrata a Palazzo. Tutto sommato, presa nel senso molto ampio, la protesta ha comunque invertito la tendenza ad avere sempre meno elettori: per la prima volta dal 1979 comincia a risalire la percentuale di votanti, segno che probabilmente il fondo è stato toccato.
Ma soprattutto, e questa è la parte che ci sta più a cuore, c’è per la prima volta una proposta chiara e forte di Europa (praticamente l’unica) che viene da sinistra e ha un leader, il greco Alexis Tsipras. Teoricamente, socialisti, sinistra europea, verdi, con qualche appoggio esterno, potrebbero anche costituire una maggioranza parlamentare. In ogni caso, i giochi sono aperti, e da qui deve cominciare l’azione politica.
La formazione dei gruppi nel Parlamento europeo serve già a fare un po’ di chiarezza.
Diamo atto a Renzi (unico merito, come vedremo poi) di aver ancorato il PD nella famiglia socialista, e di averlo fatto in tempi non sospetti (cioè prima delle elezioni).
Per Grillo, il discorso è rovesciato: lui semplicemente non si era posto il problema, vivendo il voto europeo in un’ottica tutta italiana. Un minuto dopo il voto, e al di là del risultato (che resta comunque notevole: per il M5S era un debutto, a questi livelli) non sapeva che fare.
Per manifesta incapacità politica, Grillo è andato a cercare l’alleanza con Farage, qualunquista, xenofobo, maschilista, uno “che sembra uscito da un pub”(come detto da molti commentatori inglesi). Poi, non contento, ha imposto un referendum on line ridicolo, che escludeva in partenza, per volere supremo, l’alleanza più logica e naturale: quella con i Verdi europei. Referendum grottesco per un risultato grottesco: ha votato meno della metà dei già pochi iscritti (80mila, probabilmente ne aveva di più perfino il Partito Monarchico), plebiscitando la scelta del Grande Capo.
Due porcatelle che hanno il merito di porre in modo chiarissimo la doppia scelta che sta di fronte al M5S, scelta che per quanto rimandata resta ineludibile: dire arrivederci e grazie al duo Grillo-Casaleggio; e darsi una struttura organizzata, cioè una democrazia reale e non virtuale: è un principio che vale per l’ultima delle bocciofile, figuriamoci per una forza politica.
Ma la formazione dei gruppi europei dovrebbe mettere in seria difficoltà anche Angela Merkel e il gruppo dei Popolari europei , le ormai ex Democrazie cristiane. Ora Berlusconi se lo possono godere loro, senza più ostentare sorrisetti e battutine sull’Italia: non bastassero le condanne (compreso quella per mafia a Dell’Utri), il Magico Silvio ci ha infilato anche l’uscita sui “tedeschi nazisti”, e tutti quanti hanno promesso l’espulsione, rimandandola al dopo elezioni. Aspettiamo i fatti, ma l’imbarazzo adesso è tutto loro.
Proprio tutto no: l’Italia di Renzi pensa di aver risolto ogni questione con il 41 per cento di consensi, una cifra che fra un po’ metteranno sui tabelloni luminosi.
Siamo alle solite: non è il consenso che fa la politica giusta. Altrimenti anche Berlusconi avrebbe avuto ottime ragioni. E prima di lui, la DC e il PSI di Andreotti, Forlani e Craxi.
Tutta gente che ha campato di consenso, di larghe maggioranze, di valanghe di voti. Ci siamo rovinati a larga maggioranza, se è per questo (anche se restiamo convinti che il popolo, non fosse che per certe scelte referendarie e per la capacità di correggersi, non merita questa classe dirigente).
Intendiamoci: essere passati da Berlusconi a Renzi è già un bel passo avanti. Ma Renzi, lo ripeteremo fino all’evidenza contraria (che non ci sarà), NON è il cambiamento: è solo la transizione.
E’ inutile fare scommesse sull’uomo: se è furbo, se è un bluff, se è un vero leader (non lo è), quanto è di destra, quanto è di sinistra. Esprimere valutazioni di tipo personale è già un errore di prospettiva. A scanso di equivoci: per noi Renzi era e resta un gran paraculo, questa è la definizione che probabilmente gli calza meglio. Sembra quasi di conoscerlo. E’ il compagno di scuola che diventa rappresentante di classe e riesce a non scontrarsi mai con i professori. E’ il collega bravo, per carità, ma non contate su di lui per fare lo sciopero o criticare il direttore. E’ l’amico fortunato, con la sicurezza di Gastone quando tu ti senti Paperino, è quello che fa carriera, ma ti dà la pacca sulla spalla, e magari ti dà pure il consiglio giusto, “fai come me”. A pensarci, assomiglia molto all’”ottimista dall’aria vagamente socialista” della canzone di Venditti.
Questo per quanto riguarda la persona. Ma, come si è detto, partire da un giudizio sull’individuo è un errore di prospettiva, perché è sulle politiche che bisogna giudicare. Per dirla con metafora evangelica, “l’albero si riconosce dai frutti”.
Da tutto l’agitarsi e l’affaccendarsi di Renzi e della sua squadra di spacciatori di banalità e conformismo (a partire da Debora Serracchiani, di cui purtroppo leggemmo alcuni anni fa l’autobiografia/ manifesto politico: il nulla totale), dopo i famosi 80 giorni, che poi erano 100, e nel frattempo sono diventati quattro mesi, non abbiamo visto ancora nulla di diverso da Letta e Monti (mica penserete che in questa rubrica citiamo gli ottanta euro?).
Stesso schema politico, stesso tutore (Re Giorgio Napolitano), stesso adeguamento “mainstream”, a partire da “Repubblica”. Stessi poteri forti alle spalle, stesso moderatismo congenito camuffato dai mille spot pubblicitari.
Per ora l’unica differenza è che Monti e Letta non sapevano comunicare e Renzi sì.
Ci sono anche ottimi analisti, come Perry Anderson su “Micromega”, che sostengono che questo è ormai il modello post-democratico (lo dice anche Asor Rosa), e che l’Italia non è un’anomalia in Europa, ma il concentrato delle sue contraddizioni. Il che può essere vero.
Ma è anche vero che le società sanno anche trovare rimedi e antidoti per le storture che si creano (o che loro stesse hanno creato).
Gli italiani in questo momento sembrano così schiantati dagli ultimi venti anni (anche se hanno “realizzato”solo negli ultimi quattro o cinque) che fanno finta di non sapere (soprattutto la cosiddetta classe intellettuale) che le riforme istituzionali di Renzi sono una boiata pazzesca (vedi “Renzi e la corazzata Potemkin”) ; che le politiche economiche sono nebulose, e comunque tendono a destra; che Renzi ha già accantonato come secondaria la riforma televisiva, dichiarando che ci possiamo tenere anche la Legge Gasparri.
Di sicuro, non c’è una sola proposta politica forte e chiara (non diciamo “alta e nobile” per non cadere nel ridicolo, visto il livello) che vada nella direzione dei principi, dei valori, dei contenuti politici e culturali.
Appello ai naviganti: salire sul carro dei vincitori andava bene per la Nazionale (almeno fino alla partita con il Costarica), ma non per l’Italia. Meglio guardare altrove: in Europa, lo abbiamo detto, a Tsipras e compagni. In Italia, per esempio, al “modello Livorno”.


Cesare Sangalli