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Tsipras forever (dalla parte giusta della Storia)


Questo è un pezzo fuori tempo. Scritto alla vigilia delle elezioni europee, le più importanti di sempre (cioè dal 1979), fra poco dovrà lasciare spazio ai commenti post voto, al “senno di poi”.
Ma invece in questa rubrica ci teniamo molto, al “senno di prima”. Basta andare a leggere gli articoli precedenti per capire che, a parte qualche dettaglio, non c’è data di scadenza per molte delle cose dette.
E’ lo stesso criterio che ci porta a dire che non importa più di tanto quanti voti prenderà la Lista Tsipras-L’Altra Europa, perché l’importante, direbbe Vendola, “non è il partito, ma la partita”.
Per la prima volta dal 1979, e soprattutto da quando esiste l’euro (2002), ci sono forze che vogliono sfasciare quel po’ di Europa che è stata costruita fin qui per ritornare ai sacri confini nazionali, giusto per celebrare i cento anni dalla Grande Guerra, e fare un salto all’indietro proprio perché non si è saputo andare avanti.
Dall’altra parte c’è il blocco, certamente meno compatto di qualche anno fa, di popolari e socialisti, una sorta di governo europeo delle larghe intese, in cui il centrodestra, che ci ha condotto fin qui, fa finta di niente e si ripropone come nulla fosse, come se la profonda crisi della UE non dipendesse in primis da loro.
Se il gruppo dei popolari europei, di cui fa ancora parte Berlusconi (!), dovesse conservare la maggioranza, significa che il popolo bue è ancora tanto, e questo vale anche per il popolo bue più grasso, quello tedesco (e in questa rubrica abbiamo spezzato più di una lancia per la Germania).
Ribaltiamo però il luogo comune sull’egemonia tedesca, tanto temuta per i presunti fantasmi del passato: è vero l’esatto contrario, dal nostro punto di vista. La Germania dimostra chiaramente di essere assolutamente incapace di esercitare il ruolo di avanguardia. Per dirla alla Berlinguer, celebrato un po’ troppo in questi giorni (soprattutto da chi l’ha tradito in lungo e in largo), la Germania “ha esaurito la sua spinta propulsiva”.
Meglio ancora: non ha saputo superare il suo congenito “nanismo politico”, nascosto dietro il “gigantismo economico”.
Ma certo a salvare l’Europa non sarà la Francia del meschino Hollande o l’Italietta del post berlusconismo (mica tanto post) , né il terzetto dei “ricchi e stronzi” (perdonate la sintesi estrema) del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo), tanto per stare nel sestetto dei paesi fondatori, lo “zoccolo duro” dell’Europa che fu.
No, la luce verrà dalla Grecia. E’ una fiducia di tipo evangelico, è veramente come dire che “gli ultimi saranno i primi”. E’ il paradosso vincente di chi doveva essere estromesso dall’Europa dei ragionieri (ma certo le banche non potevano mandare in malora il debitore, lo devono spellare un po’ alla volta), e invece oggi candida un suo leader alla guida di tutta la sinistra europea, l’unica che può avere un progetto per questa Europa senz’anima.
Il resto lo dobbiamo fare noi cittadini, a partire dal voto del 25 maggio e poi per tutto il resto della nostra esistenza (i giovani sono avvantaggiati, noi che stiamo arrivando ai 50 un po’ meno, ma certo non possiamo mollare adesso).
Non è difficile, basta crederci. Difficile sarà per i tecnocrati liberisti di Bruxelles continuare a fare il gioco degli speculatori, dei banchieri, delle multinazionali senza pagare pegno, a partire dal vergognoso accordo transatlantico di libero commercio con gli Stati Uniti, approvato di nascosto ma non ancora entrato in vigore: no pasaran, è finito il tempo delle riforme calate dall’alto sulle spalle dei popoli.
La strada è segnata senza dubbi possibili, ma richiede un grosso impegno dei cittadini, una piccola rivoluzione copernicana. Nessuno è innocente. Chi più chi meno, ci siamo lasciati convincere che essere clienti era meglio che essere cittadini, ci siamo lasciati privatizzare i cervelli.
Tutti noi dobbiamo smettere di sostenere in qualche modo il capitalismo, il liberismo, la “mano invisibile dei mercati”, le balle sulla meritocrazia.; smetterla per qualche decennio di votare i democristiani o i liberali di tutta Europa, di ammirare o comunque stimare i “bocconiani”, quelli dell’”Economist”, quelli della City, la filosofia aziendalista, gli esperti di marketing, fino alle donne in tailleur, agli uomini in giacca e cravatta con la 24 ore.
Dobbiamo smetterla di ragionare come la caricatura di noi stessi, dedicato soprattutto a quelli nati negli anni Sessanta e cresciuti negli anni Ottanta (noi), a colpi di “edonismo reaganiano” , di “Dallas”, del mito della borsa, dell’individualismo, dei consumi da ricchi.
Non è che dobbiamo scoprire la questione sociale o l’ingiustizia solo quando perdiamo il lavoro, o scende il fatturato, o cominciamo ad indebitarci. Dobbiamo abbandonare gran parte del nostro egoismo, della nostra vuota soddisfazione, della nostra pochezza d’animo, che ci ha resi indifferenti al dolore sul pianeta (c’è ancora qualcuno che parte volontario nei paesi del sud del mondo?). Altrimenti il nostro egoismo ci porterà a fondo. O per dirla con le parole del cardinale Martini, già citate in questa rubrica, “resteremo avvinghiati con tutte le forze alla trave che ci porta a fondo”. Smettiamola di mandare i nostri figli alle scuole private, di sognare istituti (o quartieri, o città, o nazioni) “etnicamente puri” e frequentati solo da figli unici benestanti o giù di lì. Usciamo dalla filosofia “lavuri (chi può), guadagni (poco), paghi (tutto) pretendi (niente che non sia un diritto per tutti).
Qual è il messaggio che stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? Una sorta di “pensa solo a te, cerca di mettere più fieno in cascina che puoi, senza guardarti troppo intorno, perché nel mondo non ce n’è per nessuno, perché esiste solo la dura competizione e solo i migliori (le “eccellenze”, ci ha insegnato a dire il pensiero unico) ce la fanno, ed è giusto così, o quanto meno è normale”?
La sinistra, se uno ci pensa, dovrebbe vincere a mani basse, in tutta Europa. Se questo non succede, è per un triplo, clamoroso ritardo.
Il ritardo di chi si è sentito in qualche modo coinvolto dalla fine del comunismo, e quindi ha passato il resto della vita “sotto schiaffo”: timidi, balbuzienti scolaretti di fronte ad una realtà così concreta e dura che non ammetteva repliche, a patto di ritirarsi in una nicchia di orgoglio residuale.
Il ritardo di chi non riesce a ragionare in termini extranazionali, di chi non capisce che ci vuole maggiore apertura mentale, non maggiore chiusura (per esempio, i settori popolari che si fanno attrarre dall’estrema destra, quelli che “gli stranieri ci rubano il lavoro”).
Infine, il ritardo dei cattolici, che si sono fatti rinchiudere nel ghetto mentale della conservazione, invece di romperlo e diventare fattore di progresso.
E così, parlando di cattolici (i protestanti sembrano sempre più “post cristiani”) veniamo finalmente all’Italia.
E’ tutto così scontato, nel Belpaese, che le cose scritte uno o tre o cinque mesi fa su questa rubrica bastano e avanzano. Non è che bisognava essere grandi politologi (Dio ce ne scampi) per capire che Renzi si era già bruciato nel momento in cui ha fatto l’alleanza con gli Impresentabili (si stenta a trovare l’aggettivazione per il centrodestra italiano, aspettiamo ancora di vedere tutto lo stupore e la vergogna per aver consegnato l’Italia a questa gentaglia).
I fatti sono testardi, e la realtà ha impiegato poche settimane per prendersi la scontata rivincita sugli spot: arresti, scandali, malaffare, quelli di Tangentopoli che non hanno mai smesso di rubare (verrebbe da dire: “Grande successo della Corruzione, 20 anni di repliche”). Qualcuno avverta Scalfari, che rischia di morire fra il ridicolo e lo scandaloso, chiamando Alfano & C. “centrodestra responsabile” (forse voleva dire “colpevole”).
Alla fine, come previsto, Matteo la superstar non ci ha messo nemmeno un po’ in difficoltà: all’inizio del suo governo, 100 giorni fa, eravamo disposti a fare atto di contrizione se avesse realizzato almeno una delle tante cose che ci stanno a cuore (si faceva l’esempio dello “ius soli”).
Niente da fare, zero zeresimi ( be’, una cosina quasi incidentalmente questo governo l’ha fatta: ha abolito – senza azzerare del tutto la cosa – il reato di clandestinità). Poi, per non essere colpito e affondato sulla questione morale, ha annunciato all’ultimo minuto il ripristino del falso in bilancio e lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio.
Incredibile ma vero, pare che abbia aderito pure Alfano, che ha il record dei candidati inquisiti.
Renzi si strameriterebbe il “sorpasso” di Grillo a queste elezioni. Quando leggerete queste righe saprete com’è andata. Ma se anche il PD mantenesse qualche punticino di vantaggio sul M5S, non cambierebbe niente. Quello di Renzi, possiamo solo ripeterci, è semplicemente il terzo tentativo di larghe intese sotto l’egida di Napolitano, con lo scandaloso pretesto delle riforme istituzionali (non ne parleremo, come da promessa – vedi “Renzi e la corazzata Potemkin”). Dal 26 di maggio comincia il conto alla rovescia per entrambi. Peccato solo dover “sprecare” il semestre di presidenza italiana della UE. Salvo graditissime sorprese.
Non abbiamo niente da temere, “noi che abbiamo visto Genova” (2001): oggi Scajola, l’allora ministro degli Interni (gli stanno rinfacciando perfino l’omicidio di Biagi – un po’ troppo, anche per un bastardo del genere – mentre quasi nessuno gli rinfaccia la Diaz e Bolzaneto) è in galera; l’altermondialista Tsipras, all’epoca espulso dagli sbirri di Scajola, dal 26 maggio sarà alla guida della terza forza del parlamento europeo..
Succede, a chi sta dalla parte giusta della Storia.
Cesare Sangalli