Femminile Plurale

 

Dedicato a tutte le belle ragazze che i ragazzi di oggi farebbero meglio a corteggiare


La sveglia è fissata per le 7.00, così presto per avere il tempo di tornare a casa e rimettersi in sesto per la grande manifestazione delle 9.00; il pavimento in marmo dell’aula magna non è un materasso comodo, fortunatamente io e Caterina ci siamo dotate di sacchi a pelo e piumoni per attutire l’impatto col freddo, ma la schiena è a pezzi.
Attraversiamo il corridoio ed incontriamo Elena, alla ricerca di un giaciglio per riposarsi dopo una nottata al servizio d’ordine insieme a Mirko e Francesco, prontamente sostituita da Serena ed altri due ragazzi; anche quella passata è stata una nottata tranquilla, i soliti quattro teppistelli in cerca di svago alternativo sono stati bloccati all’entrata e mandati via, a gozzovigliare per le vie del centro: qui ci sono lavori in corso. Sempre.
Infatti il pavimento del seminterrato è cosparso di cartelloni e manifesti che i responsabili all’organizzazione della manifestazione, coordinati dalla solerte Elisa, hanno partorito nella notte e poi lasciato ad asciugare: dev’essere tutto perfetto per questa mattina, è atteso circa un migliaio di studenti.
Arrivo a casa, un caffè e un paio di biscotti al volo, una doccia veloce e poi di nuovo nel cortile dell’ateneo; una ragazza bionda strappa il megafono a Carlo e inizia a gridare uno slogan: si parte!
Il corteo si muove con lentezza, arriva sempre più gente e lo spezzone degli universitari si diluisce nel serpentone che colora le strade umide di una mattinata un po’ uggiosa (ma non piove; anche il meteo è con noi);adesso ci sono tutte le scuole della città.
Blocchiamo il traffico e poi corriamo, via via, lungo il vialone del tribunale, fino alla piazza. Mi giro e davanti ai miei occhi c’è l’incredibile: la fine del corteo non si vede, intorno a me non solo studenti ma a anche ricercatori, persino qualche ordinario. Io e Caterina ci guardiamo, abbiamo entrambe gli occhi lucidi: mai niente di simile era accaduto in questa città che abbiamo scelto per i nostri studi.
La piazza è piena, l’assemblea di chiusura del corteo è un pullulare di voci e striscioni.
Una meraviglia, ma ora è tempo di tornare in ateneo e continuare a lavorare per l’occupazione: io, ad esempio, devo chiamare Letizia ed avvisarla che abbiamo la disponibilità di quella ricercatrice geniale, quella della facoltà di matematica, per il dibattito sulle difficoltà di inserimento delle donne nel mondo della ricerca.
Dobbiamo solo scegliere il giorno, magari domani, perché mercoledì c’è l’incontro sulla legalità che ha organizzato Paola, mentre oggi c’è il cineforum.
Intanto, qualcuno blatera qualcosa sul fatto che i ragazzi farebbero meglio a corteggiare le belle ragazze. Lo ascolto, mentre mi divido tra l’sms per l’imminente assemblea organizzativa e la stesura del primo capitolo della tesi, e mi vengono in mente tante cose che mi piacerebbe chiedergli, cose più o meno serie che variano dal “ma Lei crede che una donna possa realizzarsi come persona, come individuo dotato di senso proprio?” al: “ma Lei ha idea di cosa sta parlando?” e, con una punta di orgoglio: “secondo Lei esiste un uomo capace di starci dietro, impegnate come siamo, in questo frangente, ma nella vita di tutte, che si tratti di studentesse o commesse, madri o donne in carriera?”
Mi pongo queste ed altre domande, a dire il vero mi indigno anche un bel po’. Ma poi mi rendo conto che proprio no, non ho tempo di dar retta a certe idiozie. Metto il giaccone, salto in sella alla bici e corro in ateneo, a discutere di come portare avanti la protesta. Vado a dare il mio piccolo contributo per cercare di migliorare il mio paese, per quel che penso possa esser fatto. Vado a partecipare. In qualità di donna?
Forse, ma non proprio. Sarebbe più corretto dire: in qualità di cittadina.
Federica Epifani