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Hannibal the Carneval, ovvero la “sindrome di Sanremo”


Chissà se riusciremo a chiudere il più lungo e osceno carnevale della storia della Repubblica . La sera del 10 aprile potrebbe essere l’inizio della fine di Berlusconi e del
berlusconismo, o la prosecuzione dell’incubo fino a livelli e a scenari inimmaginabili. Altri cinque anni di Hannibal the Carneval, il mostro-buffone, sarebbero letali. Le prossime elezioni politiche sono soltanto un mega-referendum pro o contro Berlusconi, anche se si cerca in tutti modi di presentarle diversamente, magari come il normale passaggio di consegne fra maggioranza e opposizione. Inutile pensare ai programmi, ai contenuti, alla qualità delle persone inserite nelle liste elettorali. E’ l’anno zero della politica, e non può essere diversamente. La Terra dei Cachi deve semplicemente decidere se vuole sprofondare definitivamente oppure ricominciare da capo, in pratica da dove l’avevamo lasciata all’inizio di questa carrellata storica, cioè al post 1982.
Ognuno di voi può fare il bilancio del ventennio “berlusconiano”, arrivato allo zenit negli ultimi cinque anni. Si può stilare anche facendo una contabilità elementare, mettendo da un lato le cose positive e dall’altro quelle negative.
Difficile trovare un vero elemento positivo, un settore su cui possiamo dire di essere andati in avanti, a parte la ricchezza nazionale (vedi “Soldi, soldi, soldi”), che ha seguito un percorso già ampiamente avviato durante la Prima Repubblica. Ora si comincia ad arretrare anche nell’economia, e forse non tutto il male viene per nuocere, nel senso che magari il paese virtuale e quello reale, mai così distanti, potranno iniziare a riavvicinarsi.
L’Italia deve uscire dalla “sindrome di Sanremo”. Proviamo a entrare nel mito apparentemente intoccabile del nazional-popolare per leggere i passaggi storici della Terra dei Cachi (definizione che è già un tributo alla rassegna canora, la canzone di Elio e le Storie Tese partecipò all’edizione del ’96). Saltiamo l’archeologia di Nilla Pizzi e dintorni, davvero troppo lontana. Il festival va alla grande per tutti gli anni Sessanta, che possiamo definire l’Età dell’Oro, quella dell’ottimismo generalizzato e giustificato. Poi arriva la crisi generale, negli anni Settanta, la fine dell’innocenza: l’Italia attraversa un decennio durissimo, difficile, incasinato, e mentre si afferma la più straordinaria generazione musicale italiana, quella dei cantautori, Sanremo affonda fino alla depressione totale, cioè continua a seguire fedelmente le vicende italiane. I vari De André, De Gregori, Bennato, Venditti, Guccini, Vecchioni, Battiato, Graziani e via elencando, non si sognerebbero neppure di mettere piede sul palco dell’Ariston. Perfino uno come Baglioni, che per contenuti sarebbe adattissimo, si tiene alla larga da un baraccone che mette tristezza a chiunque. Quelli che ricordano le edizioni dal 1975 al 1980 o giù di lì, sanno perfettamente a che livelli di povertà (in tutti i sensi) era arrivato il mitico festival, che sembrava condannato a morte sicura per esaurimento. Ma a partire dagli anni Ottanta, la creatura moribonda comincia a trovare nuova linfa, con un mix di fortuna, innovazione (si fa per dire) e, soprattutto, palate di soldi, dalla RAI e dagli sponsor. Cresce la tv commerciale, finalmente a colori, si inseguono gli istinti “animali” del pubblico, a partire dalle belle donne, dai vestiti, dalla scenografia. Il livello musicale rimane modesto, ma nella spazzatura sanremese si trovano delle perle rare, tipo Zucchero o Vasco Rossi, o fortunati campioni del pop come Eros Ramazzotti e Laura Pausini. Insomma, la nave va, proprio come l’Italia, che ha sempre più voglia di godere, godere, godere. I semi del berlusconismo sono gettati, il paese virtuale sognato da Hannibal the Carneval si espande a macchia d’olio, perché nel paese reale i soldi in qualche modo girano e si racconta una “Terra promessa” impalpabile ed effimera come una canzone di Ramazzotti. Un decennio dopo, in pieni anni Novanta, la terra promessa è ormai diventata la Terra dei Cachi, ma non se ne accorge nessuno, proprio come nessuno o quasi coglie il vetriolo nascosto nella canzoncina di Elio, che si fischietta come una filastrocca. Il festival di Sanremo è lo zenit dell’Italia virtuale, ormai vive di se stesso, definitivamente autoreferenziale, l’audience tanto venerata fa solo da cornice: se un anno va male, ci si rifarà in seguito.
Le “scelte” dei telespettatori sono come i voti nella politica, o come gli appassionati nel
calcio: un optional, una claque muta, una materia plasmabile ad uso e consumo dei veri beneficiati dal sistema, ormai uniti in una massa grigia in cui tutto si confonde: politici, conduttori, campioni, cantanti, giornalisti, con l’inevitabile contorno di “gnocca”, la più regressiva immagine della donna di tutti i tempi.
Questo è l’impero di Hannibal the Carneval, un paese a sua immagine e somiglianza, dove tutto è finto, ma non importa, “buona camicia a tutti”.
Così, la nazionale di calcio più diva di tutti i tempi si fa cacciare dalla Corea del Sud ai mondiali 2002, senza che nessuno paghi dazio, e concede tranquillamente il bis agli europei 2004 (eliminazione al primo turno), nonostante i “grandi campioni” (Totti, Del Piero, Vieri, Cassano, Inzaghi, ma anche Buffon, Nesta, Cannavaro, Zambrotta). Allo stesso modo, nessuno potrebbe citare un vero grande artista uscito da Sanremo negli ultimi dieci anni, o almeno tre-quattro canzoni che siano rimaste davvero nella memoria
collettiva degli italiani. Ma non importa, perché “Sanremo è Sanremo”. Idem per la politica: l’ultima cosa di una certa rilevanza è stata l’ingresso nell’euro del ’98, un passaggio ampiamente previsto, ma che è apparso un miracolo per la Terra dei Cachi. Tutto il resto è bluff, è politica degli annunci, “Grandi Riforme del Nulla”, dal famoso federalismo alla scuola di Berlinguer e della Moratti, dalle Grandi Opere alle “guerre umanitarie” e “missioni di pace”, per ritrovarsi puntualmente un po’ peggio di prima, perché i fatti sono testardi.
Il carnevale permanente dell’ultimo decennio non poteva certo smentire se stesso in questa lunga, noiosa, bruttissima campagna elettorale, parzialmente interrotta da un lungo, noioso, bruttissimo festival di Sanremo. Non abbiamo fatto in tempo ad illuderci con il successo reale delle Olimpiadi torinesi (e i fischi della gente vera ad Hannibal the
Carneval, che non poteva attribuirsi alcun merito, ma ci ha provato), e subito la virtualità
ha ripreso il sopravvento: lo show di Hannibal al Congresso americano, le solite notizie
sull’epidemia aviaria, che fin qui sta uccidendo solo gli allevatori di polli, lo stupore di Ilary per la visita di Totti con le stampelle, le polemiche sulla par condicio, le polemiche sulle polemiche di Sanremo. Intanto, fra coriandoli e stelle filanti, il paese si è visto rifilare le ennesime leggi vergogna, quella sulle droghe (spot elettorale per gli ex fascisti), quella sulla legittima difesa (spot elettorale per i leghisti), quella palesemente incostituzionale sull’appello (Hannibal e l’amico dei mafiosi Calogero Mannino ringraziano), mentre Panariello incassa un milione di euro per il gentile flop sanremese.
L’opposizione non si oppone più di tanto, perché, si pensa, tutto è rimandato al 9 e 10 aprile, data ufficiale della fine del carnevale (salvo riedizioni di inciuci e bicamerali).
L’elettore italiano è di fronte alla scelta fatidica, come l’eroe del film “Matrix”: può scegliere Hannibal the Carneval e i suoi boys, prolungando il mondo virtuale mentre quello reale va definitivamente a puttane; oppure scegliere un amaro, prosaico risveglio con i vari Prodi, Fassino, Rutelli, Bertinotti, e gli altri modesti personaggi dell’Armata Brancaleone e iniziare una doverosa Quaresima (o meglio, farla iniziare a lorsignori). Agli incerti, è bene ricordare che questo non è Sanremo, e che non ce la possiamo cavare con la fortunata battuta di Chiambretti (“comunque vada, sarà un successo”): se vince Hannibal, l’incubo proseguirà più doloroso che mai. Ai qualunquisti, quelli che in passato, magari solo una volta, hanno votato Hannibal e soci, e oggi cominciano a pensare di aver commesso uno sbaglio, ma “tanto alla fine sono tutti uguali”, un consiglio di tutto cuore: seguite il vostro istinto più radicato, statevene a casa.
Al popolo paziente e incazzato, a tutti quelli che non hanno partecipato al carnevale più lungo e indecente della storia repubblicana, ma lo hanno dovuto subire, un po’ di speranza: coraggio, forse almeno la discesa verso il fondo sta per finire.
Cesare Sangalli