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La tigre di carta


In principio era il verbo. No, il vangelo secondo Giovanni non c’entra niente. E’ solo un attacco (“lead”) per parlare un po’ di comunicazione. Di giornalismo, di mass media. A quanto dicono gli addetti ai lavori, nell’ultimo scampolo di Novecento abbiamo assistito ad una rivoluzione (quella dei computer, del digitale, di Internet) paragonabile all’invenzione dell’alfabeto, o a quella della stampa di Gutenberg. Sarà. Ma forse sarebbe meglio vedere in che modo siamo rimasti fermi, o addirittura tornati indietro, prima di buttarci a capofitto nel futuro. Umberto Eco lo sta già facendo, con la sua consueta eleganza, e la sua passione per il paradosso. Il più famoso esperto italiano di comunicazione, invita infatti a considerare come la tecnologia, tanto per fare un esempio, abbandona l’etere e torna al filo (la telefonia che permette le reti telematiche); o come gli atlanti della geopolitica siano tornati indietro di molti anni, mettendo fra parentesi l’Unione Sovietica, la Jugoslavia e quant’altro. Ma in questa rubrica voliamo più basso, anzi stiamo proprio con i piedi per terra, perché di realtà virtuali già non se ne può più.
In principio era il verbo, dicevamo, cioè la parola scritta. Cioè la lettura. Sarà il caso di partire da qui, e dal giornalismo che consideriamo più vero, anche se siamo “on line” : quello su carta.
In Italia si vendono attualmente 6 milioni e 800mila copie di quotidiani, cioè meno di quindici anni fa. Mezzo secolo fa, quando ancora non eravamo 50 milioni di anime, si viaggiava più o meno sulle stesse cifre. Aumenta la popolazione, aumenta il benessere, diminuiscono i lettori. Quando nel 1955 viene fondato “L’Espresso”, il settimanale più venduto (“La Domenica del Corriere”) arriva a 900mila copie, seguito da “Oggi”, con 760mila. Cifre astronomiche, chiedetelo a quelli di “Panorama” o dello stesso “Espresso”, che lottano (a colpi di gadget) per avere poco più della metà di quei lettori. Leggere è un’attività semisconosciuta. Solo un terzo abbondante degli italiani si concede almeno un libro all’anno (e a giudicare dai best seller, meglio non andare troppo per il sottile su quel povero, unico libro).
Parlare di giornalismo partendo dalla lettura sembra prenderla un po’ larga. Ma invece è la via più breve per andare dritto al cuore del problema. La madre di tutte le domande infatti è: per chi lavorano i giornalisti? La risposta canonica sarebbe “per i lettori”. Detto così suona magari un po’ ingenuo; ma si dovrebbe poter rispondere almeno: “soprattutto per i lettori”. Una risposta che in questo paese non si può dare. La realtà è inchiodata dalle cifre, o meglio, dai soldi. Il maggior introito per la carta stampata viene ormai dalla pubblicità, e già questo è un primato italiano.
Di fatto poi non esiste praticamente l’editoria indipendente, se non con piccole, lodevoli eccezioni (“Diario”, per esempio): giornali e periodici sono proprietà di aziende che si occupano di tutt’altre cose, anzi di gruppi finanziari che cercano, più del profitto, la visibilità. Se non ci sono i padroni privati, allora ci pensano i padrini politici attraverso i soldi pubblici, il famoso denaro del contribuente. Si elargiscono generosi contributi agli organi di partito o presunti tali, dai quasi 7 milioni di euro dell’”Unità” ai 5 milioni e mezzo circa di “Libero” (dati 2003), dai 4 milioni della “Padania” ai quasi 4 milioni di “Liberazione”, idem per il “Manifesto” (che ha diritto in quanto cooperativa, come “Avvenire”, il giornale dei vescovi)) o per “Il Foglio” (che forse dovrebbe rappresentare il movimento politico di Veronica Lario Berlusconi, la proprietaria) . Ma ce n’è anche per pubblicazioni tipo “Il nuovo campanile”, “Il Musichiere”, e perfino “Cavalli e corse”.
Insomma, il trucco c’è, e si vede. I giornali non lavorano per i lettori, ma per le lobby private, i partiti, i gruppi di potere (vescovi compresi); oppure seguono gli imperativi del marketing, solo per vendere qualche copia in più a prescindere dai contenuti (è ampiamente dimostrato che tutte le promozioni “drogano” le vendite, ma non conquistano un solo lettore normale in più: in poche parole, la gente si tiene il gadget e butta il giornale). Insomma, se il pubblico italiano si comporta male, optando quasi sempre per l’ignoranza crassa, e preferendo quasi sempre la televisione alla lettura, il giornalismo si comporta peggio, trattando i cittadini da deficienti. E comunque “la casalinga di Voghera”, indicata come pubblico medio a cui rivolgersi, non ha le stesse responsabilità dei giornalisti, soprattutto se si parla dalla televisione che è costretta a guardare (vedi “Pali, paletti e palinsesti”) . Al massimo può cercare di difendersi, e spesso l’unica difesa è spengere la televisione. Se sapesse, per esempio, che in Germania i bambini hanno a disposizione una rete pubblica per loro, priva di pubblicità, non si sognerebbe mai di difendere la cosiddetta TV commerciale. Ma la televisione italiana è un mostro che sarà difficile abbattere, come abbiamo già avuto modo di dire.
Insomma, il problema numero uno del giornalismo italiano, se non fosse ancora chiaro, è la mancanza di indipendenza, che dovrebbe essere invece la sua prima caratteristica. I cittadini, per quanto renitenti alla lettura, se ne sono accorti da un pezzo, tanto che in un recente sondaggio sulla credibilità di istituzioni e categorie professionali, i giornalisti sono riusciti a sorpassare i politici in quanto a scarsa fiducia della gente, in compagnia degli avvocati. Ma il sistema dell’informazione nella Terra dei Cachi sembra impermeabile a qualsiasi critica. Siamo un paese dove non si sa neanche bene come si diventa giornalista, nonostante esista da oltre 40 anni un Ordine professionale. Almeno per diventare avvocato occorre una laurea. Per diventare giornalisti invece il titolo di studio è un optional. Evidentemente il talento da noi è tale che nessuno sente la necessità di formarsi. Eppoi, si dice, il giornalista si forma nella pratica, con l’esperienza. Il che è anche vero, ma in Italia questo è solo il pretesto per attaccare le scuole di giornalismo, che dovrebbero essere le uniche in grado di far accedere al titolo di professionista (negli Stati Uniti, dove non esiste né ordine, né titolo, questo avviene già nella prassi: non si diventa giornalisti senza passare dalla scuola di giornalismo). Anche perché solo le scuole consentono un accesso più trasparente e democratico, in base al merito. Viceversa, nelle redazioni si entra soprattutto perché figli di qualcuno, o per militanza politica. Cioè per cooptazione. In Italia i giornalisti nascono servi, e in corso d’opera spesso lo diventano anche di più, nonostante le grandi tutele sindacali e gli stipendi da liberi professionisti. Le eccezioni, grazie a Dio, ci sono e sono anche numerose: ma il quadro generale che abbiamo descritto è deprimente.
Il buon giornalismo in Italia è costantemente, vergognosamente in minoranza. In TV, i pochi programmi di informazione degni di questo nome vengono confinati ad orari impossibili. La carta stampata si fa dettare la linea dalle televisioni, fa sfilare i politici in un interminabile rosario di dichiarazioni e finte polemiche, occultando poi i fatti importanti.
Insomma, è notte fonda, per il quarto potere in Italia. Difficile non essere d’accordo con Daniele Luttazzi, che disse a Marco Travaglio, alla fine dell’intervista per cui è stato bandito dalla TV: “Per fortuna c’è ancora gente come lei in questo paese di merda”.
Cesare Sangalli