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Giuseppe Culicchia
Ecce Toro


Il calcio, ovvero la più grande occasione per creare luoghi comuni.
Dai classici “cinquanta milioni di commissari tecnici” al tranquillizzante “ogni partita fa storia a sé”, dagli “arbitri che guidano solo Fiat” a “Moratti tonto”, fino all'intramontabile “la palla è rotonda” (che poi sarebbe sferica, ma non parliamo di geometria quindi basta che rotoli, ovviamente in porta), il calcio ripete da anni gli stessi riti simil-liturgici che spaziano dalla pasqua al mantra, al sabba.
Del resto, a proposito di luoghi comuni, se il “calcio è una fede”, capitandone l'occasione, consiglio a tutti i fedeli un pellegrinaggio alla cattedrale messicana di Atzeca. Mettetevi dietro la porta e magicamente, senza nemmeno chiudere gli occhi, sarà il 17 giugno 1970, mentre Rivera, di piatto, segna al 111' il definitivo 4-3 sulla Germania…
Ma è un'altra storia, così come lo è una squadra che molto ha fatto parlare, è stata oggetto di pochi luoghi comuni, ha attirato su di sé forse non simpatia (ma non ne hanno mai avuto intenzione), sicuramente rispetto: qualcuno sostiene che il Torino sia addirittura un'utopia, e forse è proprio così.
Per chi vince sempre può essere difficile capire la commozione per una finale persa contro l'Ajax (palo di Sordo all'ultimo minuto), per chi è abituato ai cosiddetti “fiordicampioni”, immaginare che ci si possa emozionare per Roberto Policano e Pasquale Bruno O' Animale.
«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto "in trasferta"» (Indro Montanelli, da Corriere della sera del 7 maggio 1949).
Certo Superga è ormai un'icona della storia, non solo sportiva, d'Italia. Però c'è anche altro, e pur non tralasciando il Grande Torino, Culicchia si concentra sulla sua vera passione calcistica: la generazione di Paolino Pulici, nato sotto il segno del toro, come per altro lo stesso autore.
«Se un tifoso pensa al derby non può non pensare a lui. Che nei derby disputati ha svolto funzione di educatore: nel senso che ha educato “l'altra squadra” a perdere almeno due partite all'anno».
Perché proprio “Puliciclone” e non Valentino Mazzola o Gigi Meroni? Forse perché le emozioni vere sono quelle vissute in prima persona, la memoria certo unisce, ma l'esultanza è immediatezza. Il tremendismo granata diventa modo di essere, un'era brevissima e irripetibile.
Quello scudetto nel 1976 fu davvero un lungo, interminabile derby, con i bianconeri raggiunti e superati da un Torino che finalmente rendeva onore alla sua storia, ma sono anche gli anni settanta, quelli dello “spontaneismo armato” a destra e dell' “attacco al cuore dello stato” a sinistra.
Il Torino campione d'Italia è soltanto uno degli aspetti irripetibili di quel periodo, tanto che Culicchia dedica il capitolo finale “Ancora” alla cronistoria dal gennaio 1975 al dicembre 1977, intervallando cronaca, risultati, politica, musica e cinema. Ecce Toro: e il parallelo con la filosofia è molto meno blasfemo di quanto possa sembrare, con dovuto e ironico rispetto, naturalmente, perché guardando bene forse non è un caso che se i granata dal 1949 hanno vinto un solo scudetto, sia stato proprio quello 1975/76: non si chiude un ciclo calcistico ma un'intera epoca. Dopo è vero verranno l'urlo di Tardelli e le punizioni di Baggio, ma anche il calcioscommesse e la polizia in campo, la Milano da bere e il presidente elicotterizzato, i terzini tatuati e le veline ancheggianti. Moggi e Giraudo non vincono niente con il Torino ma mandano comunque, magicamente, “l'altra squadra” in serie B.
Intanto il Toro continua ad essere un'utopia, perché solo attorno al Filadelfia possono accadere cose uniche. Che ne diventi presidente chi nel 1967 investì e uccise Gigi Meroni (George Best dove sei?), oppure che venga ritirato un numero di maglia stile Milan (il 6 di Baresi) e Napoli (il 10 di Maradona): ai devoti di Pulici e
Graziani mancherà il 12, in onore della Curva Maratona (a proposito di luoghi comuni “il dodicesimo uomo in campo”) e del Cuore Granata di ogni calciatore che ha saputo essere prima di tutto un tifoso.
E viene da pensare che sia stato davvero un atto dovuto, se il 4 maggio 2003, in cinquantamila appena retrocessi in serie B, si sono ritrovati a celebrare gli eroi di Superga, perché anche un'utopia ha bisogno di un fondamento concreto.
Mito Storia Leggenda come nessun altro.


«Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel
culmine della sua bellezza»
(Carlin, da Grande Torino per sempre!).


Michele Castelvecchi

Giuseppe Culicchia
Ecce Toro
Editori Laterza
€ 9,00