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Palla prigioniera


Comunicato ai naviganti: è arrivato settembre. Le vacanze sono finite, l’ora delle cicale è tramontata, si torna alla serietà ed è ricominciato il campionato di calcio, la cosa più seria che esiste in Italia, insieme alla televisione. Non è vero? Chiedetelo a Berlusconi. E correte a rinnovare l’abbonamento a Sky Sport, così siete pronti anche per i mondiali
dell’anno prossimo, che una volta erano gratis e di tutti, invece adesso ci vuole il decoder, la parabola e l’abbonamento. Il più grande furto di tutti i tempi (si fa per dire) si è consumato nella rassegnazione generale, poche righe di titolo a taglio basso sui quotidiani nazionali. E’ così da anni, perché già negli anni Ottanta gli esperti di marketing televisivo hanno capito che “il pubblico italiano ha la capacità critica di un ragazzino di undici anni neanche tanto sveglio” (Berlusconi docet, il virgolettato è suo).
Calcio e televisione. Che sinergia straordinaria. Noi eravamo ancora fermi alle figurine
Panini e c’era già chi aveva capito dove si stava andando a parare.
Bisogna essere appassionati di lungo corso per ricordarsi il “Mundialito” per squadre di club dell’estate 1981: Milan, Santos, Feyenoord, Penarol, squadre storiche che si sfidavano in un torneo organizzato da Canale 5, all’epoca unico canale televisivo di Berlusconi. Riuscirono perfino a convincere il vecchio Crujiff, il profeta del gol olandese, a vestire la maglia del Milan anche se era in condizioni penose, letteralmente inguardabile.
Potere dei soldi e delle intuizioni: il valore sportivo deve passare sempre in secondo piano rispetto alla promozione pubblicitaria. Ogni partita di calcio è un fantastico “media event”, ciò che conta è la percezione del pubblico, che va dilatata in ogni modo possibile. Tutto il resto, ma proprio tutto, non conta niente o quasi. “Show must go on”, lo spettacolo deve continuare, in qualsiasi modo e a qualsiasi prezzo.
Calcio e televisione hanno creato un mondo a parte, dove non c’è posto per qualsiasi cosa che abbia a che fare con l’etica, fosse anche solo quella sportiva. Anzi soprattutto l’etica sportiva. Basta solo riuscire a stare a galla in qualche modo nel Grande Circo. Basta un gol, qualche dribbling, qualche giocata, un po’ di vittorie, possibilmente. E tutti saranno “grandi campioni”, “grandi allenatori” in grado di garantire fantastiche vittorie o, al peggio, drammatiche sconfitte.
Il campionato riparte, e già ha perso uno dei pochi personaggi in grado di dare un po’ di dignità a questo povero ricco circo degradato: Zdenek Zeman, ex allenatore del Lecce.
L’alieno. Il sistema l’ha fatto fuori a modo suo, nel silenzio generale degli addetti ai lavori.
Zeman si è permesso di dire cose inaudite, tipo: “il doping fa male” o “le farmacie devono uscire dagli spogliatoi”. La Juventus, che lui aveva semplicemente indicato nella famosa intervista all’”Espresso” del 1998 (un sasso nello stagno dell’omertà totale), dopo avere minacciato querele a destra e a manca, si è vista sanzionare nero su bianco dai giudici di Torino l’uso sistematico della vietatissima eritropoietina per almeno quattro anni, nella sentenza che ha condannato il suo medico sociale, il dottor Giulio Agricola.
Detto, fatto. Il campionato riparte con la Juventus in pole position e Zeman a casa. Dal punto di vista calcistico, era riuscito a far segnare al Lecce, una piccola squadra di provincia, più o meno gli stessi gol delle “grandi”, il Milan, l’Inter, la Juventus. Questo è un altro dei suoi vizi intollerabili: far giocare ragazzi pagati due lire alla pari dei loro colleghi miliardari. Uno così ti fa fare solo brutte figure. E infatti. Sulla questione del doping, Alessandro Del Piero, uomo simbolo della Juventus (vedi pubblicità dell’acqua minerale) e Gianluca Vialli, strapagato commentatore televisivo per Sky, dopo aver portato avanti querele varie, si sono ritirati, timidi e imbarazzati come di fronte alle domande del pubblico ministero Guariniello, che aveva chiesto per loro un’imputazione per reticenza e falsa testimonianza. Marcello Lippi che all’epoca voleva una maxisqualifica per Zeman, ha dovuto incassare le sue perplessità sul fatto che un allenatore che ha lasciato drogare i suoi giocatori per quattro anni fosse stato chiamato a dirigere la Nazionale. E anche un grande del passato come Gigi Riva, uomo della Federcalcio, ha speso (male) tutto il suo carisma per attaccare il già isolatissimo Zeman con un’argomentazione davvero solida: “non ha mai vinto niente”. Complimenti vivissimi. Sembra di sentire il Cavaliere, di fronte ad un economista di chiara fama come Spaventa, suo avversario nel collegio di Roma 1 alle elezioni del ’94: “Spaventa? Si ripresenti quando avrà vinto un paio di coppe di campioni”. Purtroppo per Sua Emittenza, la dignità (per esempio, saper perdere) e la lealtà, che dovrebbero essere due valori sportivi per eccellenza, non si possono né comprare né vincere. Berlusconi e tutti i suoi numerosissimi epigoni del mondo telecalcistico campano sulla memoria deficiente di troppi tifosi.
Abbagliati dai successi (le famose coppe dei campioni), quasi tutti sembrano essersi dimenticati la penosa notte marsigliese del 1991, quando il Milan dei grandissimi Baresi, Gullit, Van Basten e compagnia, allenati da Arrigo Sacchi, si ritirò dal campo dove stava meritatamente perdendo (dopo essere già stato sconfitto nella partita di andata) contro l’Olympique, perché a pochi minuti dalla fine (e dall’eliminazione) si erano spenti alcuni riflettori, aggrappandosi ad un pretesto ridicolo. Nessuno ebbe il coraggio di ribellarsi, in nome della lealtà sportiva, al diktat del padrone (anche se poi sarà il maggiordomo Galliani ad assumersi ogni responsabilità). Quella ritirata strategica costò al Milan un anno di squalifica dalle competizioni europee per comportamento antisportivo, ma la macchia è stata rimossa. Il calcio, in Italia, lava più bianco. Qualche multa, qualche squalifica piccina picciò, e tutto passa: i cori razzisti delle curve con le svastiche, i capi ultrà che decidono di sospendere il derby Roma-Lazio trattando direttamente con i giocatori, come se prefetto e questore di Roma fossero uscieri, le città in stato di assedio per ogni infima stracittadina (da Livorno-Pisa a Turris-Savoia), i passaporti dei calciatori stranieri taroccati, i bilanci delle società falsificati con l’avallo dello Stato, i debiti con il fisco dilazionati in 23 anni (il miracolo è riuscito al presidente della Lazio Lotito, con piena soddisfazione del sindaco Veltroni), e dulcis in fundo, un mostruoso, articolatissimo conflitto di interessi, che ormai è la prassi dominante, nella Terra dei cachi.
Il presidente della Federcalcio Carraro vigila sui bilanci di squadre di cui è azionista come presidente di Mediocredito centrale. Il di lui figlio, insieme ai rampolli dei bancarottieri Tanzi e Cragnotti (Parmalat e Cirio), alla figlia del loro finanziatore Geronzi (Capitalia), al figlio di Moggi, onnipotente direttore sportivo della Juventus gonfiata dal doping, e al figlio di Lippi (ancora lui, l’allenatore della Nazionale) amministrano il futuro di decine di giocatori e allenatori, nel consorzio di procuratori, sempre più monopolistico, denominato Gea, la “Spectre” del pianeta calcio. Il presidente della Lega dei Club, Galliani, che vende i diritti televisivi a Mediaset di cui è dirigente. La melma continua a tracimare, anno dopo anno, ma lo spettacolo deve continuare, e ci sono centinaia di giornalisti compiacenti pronti a dimenticare tutto in un attimo, e a tranquillizzare le masse dei tifosi, i famosi undicenni poco svegli: “finalmente si gioca”.
Nel triangolo delle Bermuda di televisione, calcio e business, sparisce tutto, a partire dall’intelligenza. La palla è prigioniera dei mercanti, che hanno invaso il tempio di un gioco meraviglioso. Un gioco che ha fatto scrivere, nella prefazione del bellissimo “ El fùtbol a sol y sombra” di Eduardo Galeano: “il mondo è rotondo perché Dio è tifoso di calcio”.
Cesare Sangalli